Rubriche Setteotto

Lia Courrier e il quesito Ginnasti o Danzatori?

La bacheca di facebook può essere un ottimo osservatorio su contesti in cui le nostre vite sono inserite e che ci riguardano. Negli ultimi anni, con cadenza crescente, assisto attonita alla condivisione di video in cui si vedono dei bravissimi ginnasti che eseguono movimenti acrobatici complessi, con grande maestria, in situazioni in cui tutto questo viene definito danza.

Sono convinta che la parificazione della danza allo sport, a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, sia stato un grandissimo errore, come ho più volte scritto proprio nelle pagine di questa rubrica. Non si tratta di una presa di posizione snob, con la pretesa che la danza sia un’attività più nobile dello sport, ma solo la certezza che si tratta di cose diverse che non possono essere né paragonate né tanto meno messe sullo stesso piano.

Quello che vedo quotidianamente in questo genere di video tratti da saggi, manifestazioni, concorsi e trasmissioni televisive, con commenti entusiastici di tutti, è un preoccupante spostamento di gusto e contenuti, verso qualcosa che della coreografia ormai non ha più nulla. Non esiste poesia, non esiste il racconto, non c’è un lavoro interpretativo o una ricerca musicale, o tanto meno coreografica, che si possa definire tale. Soltanto corpi estremamente flessibili che si divincolano in movimenti al limite del possibile, in un susseguirsi di gambe sulla testa, spaccate, salti acrobatici e accenti presi qua e là giusto per dare un senso al fatto che quel materiale debba poi essere chiamato danza.

I talent televisivi in questi anni hanno davvero fatto un pessimo servizio alla nostra cara, amata arte. Qualche collega crede in questo genere di messaggio e nell’importanza della presenza della danza nella programmazione televisiva, per essere promossa e diffusa in ogni casa, e segue rapito ogni puntata. Io penso invece che se deve essere proposta un’idea distorta e falsa della danza e del suo insegnamento, sarebbe molto meglio che non se ne parlasse affatto, e che la danza restasse qualcosa di cui fare esperienza solo nei luoghi preposti, che sono le sale in cui si studia e gli spazi teatrali in cui si danza o si assiste da spettatori. La spettacolarizzazione del movimento al solo scopo di accaparrarsi consensi, vincere sfide o stupire con effetti speciali è quanto di più lontano possa esistere dall’anima profonda dell’arte del movimento e della coreografia. Normalmente in queste trasmissioni si verifica un vero e proprio abuso di parole quali: emozionante, emozione, mi hai fatto emozionare, ho sentito le tue emozioni, quando invece si tratta di una danza estroflessa ed egoica che si impone arrogante con il solo scopo di ottenere consenso. Di che emozioni stiamo parlando? E’ giusto dare in pasto a tutti, quindi anche a chi -ad esempio – non ha mai assistito ad uno spettacolo dal vivo, questa visione della danza? Si chiederanno mai, queste persone, qual è il ruolo dell’arte nella società? Della sua importanza? Sono lontani gli anni di Maratona d’Estate, una trasmissione che parlava della danza con grande rispetto e competenza, proponendola con quella semplicità che ti consentiva di guardarla quasi come se si stesse seduti in platea, guidata dal mito Vittoria Ottolenghi, che tanto ci manca in questi anni difficili. È mia convinzione che l’arte non debba solo intrattenere, ma anche far pensare, stimolare l’osservazione del mondo attraverso un altro punto di vista. Saper eseguire movimenti  acrobatici, oppure avere le articolazioni talmente lasse e muscoli lunghi al punto da piegarsi in due, non fa di noi dei danzatori ma solo degli individui con un grande potenziale, che però deve essere usato come strumento per il raggiungimento di un fine e non come fine unico a sé stesso.

La danza permette di trasformare un’idea, che risiede nella mente in modo astratto, in qualcosa che sia comprensibile a tutti e che viene comunicato attraverso il corpo. Un’idea che trascende nella materia. Dall’etere alla carne. Quello di cui sto parlando è un processo che comincia a  muoversi dal cuore del coreografo, per poi essere trasmesso al danzatore, nel corpo del quale riprende vita attraverso nuovi occhi. Dov’è questo processo in una danza che mira solo a spingere il corpo nel contorsionismo?

Probabilmente la danza sta prendendo questa piega per qualche motivo, forse perché siamo poco spirituali e molto materialisti. Perché siamo una società competitiva che mira molto alla quantità e poco alla qualità, questo non soltanto nella danza ma anche nelle relazioni umane, soprattutto nelle grandi città. Forse la danza rispecchia questo aspetto dell’umanità contemporanea e quindi non mi resta che prenderne atto? Appartengo ad un’altra generazione, ad un altro modo di concepire l’esistenza stessa, che non c’è più e forse proprio per questo non riesco ad apprezzare queste nuove forme che la danza a volte assume per manifestarsi, perché rappresenta un mondo di cui non mi sento parte.

Non sono l’unica a pensare questo, comunque, molti colleghi mi parlano con preoccupazione di questo aspetto, soprattutto in sede di concorsi, contesto in cui, esattamente come nei talent, l’obiettivo è quello di vincere una competizione, allora si usa ogni strumento possibile. Mi è stato raccontato dall’organizzatrice di un concorso che uno dei giurati ha sentito l’esigenza di dire pubblicamente che le sue competenze riguardano la danza, e che quel giorno si era ritrovato nell’imbarazzante compito di valutare una prova di ginnastica, cosa che evidentemente non poteva e non voleva fare. Cosa ne pensate voi?

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