Rubriche Setteotto

Che cosa si intende per “Vera danza”? Che ne esiste una posticcia? Un surrogato? Una imitazione?

Viviamo nell’era dell’abbondanza, nella quale è molto difficile emergere la propria individualità, così ognuno cerca di fare ciò che può per innalzarsi dalla massa e farsi notare. Sebbene non si ricordi un’epoca in cui la cultura, e la danza in particolare, fossero così bistrattate, umiliate e dimenticate come quella in cui viviamo oggi qui nel nostro paese, sembra che tutti vogliano fare danza, che ne vogliano parlare, scrivere, portarla in televisione, soprattutto pare che tutti vogliano insegnarla. 

Qualcuno sostiene che la danza si fa, non se ne parla. Io non sono d’accordo con questa affermazione, penso che della danza bisogna pur saper parlare, altrimenti come farebbero i coreografi a trasmettere le proprie visioni e le idee ai danzatori? Certo, la danza è una faccenda che riguarda l’esperienza, il fare, perché si esegue usando il corpo come strumento, la comunicazione avviene ad un altro livello, ma poiché siamo nella sfera dell’espressione creativa e della cultura, io credo sarebbe appropriato possedere una cultura adeguata per poterne anche parlare, al di là di eseguire, sentire o osservare. Il problema, manco a dirlo, non è tanto riuscire a farlo, ma farlo bene, con cognizione di causa, e questo non è mica uno scherzo, perché parlare di arte in modo impersonale e non soggetto al proprio gusto vuol dire avere una visione ampia, aperta, libera da idee preconcette e capace di avere uno sguardo puntato sul modo in cui l’arte del movimento si sta evolvendo. A giudicare siamo tutti bravi, molto bravi, ci piace farlo anche con un certo gusto e dedizione, ma riuscire a leggere un’opera è tutta un’altra cosa. 

Nella selva fitta di discussioni sulla danza, più o meno utili, sento molto spesso usare un’espressione che davvero mi fa ridere di gusto: ‘la Vera danza’. La maiuscola sta ad indicare non tanto una particolare qualità della danza a cui ci si riferisce, quanto l’enfasi con cui questa parola viene solitamente pronunciata, come se si stesse rivelando l’esatta posizione del Sacro Graal o il segreto degli alchimisti per trasformare il piombo in oro. Come diceva il grande Nanni Moretti in una scena memorabile di Palombella rossa, le parole sono importanti, e la nostra meravigliosa lingua dona un assortimento di vocaboli enorme per poter descrivere ogni dettaglio fisico, emotivo e spirituale del concetto che desideriamo esprimere. Ecco. Partendo da questo presupposto, cosa vorrebbe rivelarci esattamente il concetto di ‘Vera danza’? Che ne esiste una posticcia? Un toupé della danza? Un surrogato? Una imitazione?  

Per esempio sento spesso parlare della danza classica come della ‘Vera danza’, con una certa supponenza e altezzosità che trovo coerente con le origini Reali di questa forma d’arte. Ma questo cosa vorrebbe dire? Che tutte le altre espressioni corporee attraverso il movimento non sono da considerarsi danza? Se ci pensiamo bene il balletto è nato verso la fine del 1500, ma la danza era già presente nella nostra specie da tempo immemore come strumento di comunicazione e con valenza rituale, quindi bisogna sempre ricordarsi che le radici del movimento danzato affondano in quella terra primordiale su cui poi il balletto ha eretto il suo palcoscenico barocco e dorato, popolato da cortigiani eleganti di velluto vestiti. È solo una delle innumerevoli forme in cui la danza si manifesta, ma non si può certo dire che sia la VERA danza.  

Gli esseri umani hanno una innata tendenza all’egocentrismo. Basta osservare come nel corso dei secoli sono state disegnate le mappe del mondo: ogni cartografo ha posto al centro della mappa il proprio paese, lasciando gli altri attorno, verso i bordi. Per un motivo analogo si è a lungo creduto che la Terra fosse il centro del sistema solare, per poi scoprire che non è che un granello di sabbia fluttuante in un immenso  universo. Ecco perché non esiste una ‘Vera danza’.  

Sarebbe più intelligente piuttosto andare alla ricerca di una ‘danza vera’, della propria danza, di una visione personale che diventa verità nel momento in cui viene eseguita, sentita, fatta esplodere nello spazio e nel tempo, in quel preciso istante, contattando lo spettatore per condividere con lui un’idea. Non l’UNICA idea. Quanto sarebbe noioso se esistesse una sola Vera danza?  

La presenza della biodiversità è la caratteristica di un ambiente sano, in cui la vita si auto rigenera e tende ad un proprio equilibrio dinamico. La biodiversità è la vita stessa che esprime la sua creatività, e nei luoghi del nostro pianeta in cui l’intervento dell’uomo ha violato e devastato questa condizione di purezza e salute, la vita stessa non ha più possibilità di esistere. La danza ha bisogno della propria biodiversità, ognuno ha diritto di dire la sua, non importa quanto abbia studiato, danzato, lavorato con questo o con quello. Solo in un ambiente biodiverso l’evoluzione può avvenire, e la qualità mostrarsi nella sua abbacinante potenza. Smettiamola di pensare di poter tenere in pugno la verità, è come cercare di catturare il vento. Smettiamola di disprezzare e giudicare ciò che non conosciamo. Quando mi guardo attorno e vedo il meraviglioso lavoro che fanno i colleghi in giro per il mondo, ognuno a suo modo, mi sento una piccola formichina operosa, curiosa e felice di poter accedere a tutta questa ricchezza. Non disperdiamo energie curandoci di chi non risponde ai nostri personali standard qualitativi, limitiamoci a non tenere conto del loro contributo e dedichiamoci solo a ciò che percepiamo vicino e intimamente connesso con il nostro sentire. 

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