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“Woolf Works”, un flusso continuo di emozioni – la recensione

C’era grande attesa e curiosità per Woolf Works andato in scena in prima italiana al Teatro alla Scala dal 7 al 20 aprile 2019. Il balletto è nato su musica di Max Richter che, dopo il successo di “Vivaldi Recomposed” e “Sleep”, ha realizzato Three Worlds: Music from Woolf Works, album diviso in tre parti ognuna delle quali ispirata ad un romanzo di Virginia Woolf tra i più noti: Mrs. Dalloway, Orlando e The Waves. Nella sua creazione, Richter ha mescolato sonorità apparentemente distanti tra loro ma perfette per descrivere l’universo della Woolf: dagli archi all’elettronica fino al canto. Non mancano i riferimenti a Philip Glass. Presenti anche dei frammenti di lettere delle scrittrice letti da Gillian Anderson, Sarah Sutcliffe e, proprio a inizio spettacolo, dalla stessa Virginia Woolf in una registrazione della BBC risalente al 1937. In questa occasione, la musica di Richter è stata eseguita dall’Orchestra del Teatro alla Scala diretta dal M° Koen Kessels. Mentre l’occhio è stregato da quello che accade in scena, l’orecchio è totalmente rapito da questa musica seducente, capace di generare un continuum di emozioni in chi ascolta.
E’ questa la caratteristica principale di Woolf Works di Wayne McGregor, commissionato e prodotto dal Royal Ballet nel 2015: il balletto, già definito capolavoro del XXI secolo, grazie ad un equilibrio perfetto tra diversi fattori in campo, la musica, la danza e l’eccellente disegno luci, genera un flusso di emozioni continuo che sembra non interrompersi neanche durante l’intervallo. Personalmente, da tempo non vedevo una nuova creazione così interessante e travolgente capace di rimanere impressa e di suscitare nello spettatore il desiderio di tornare a teatro per rivederla.

Woolf Works segna il ritorno alla Scala della grande Alessandra Ferri qui in coppia con Federico Bonelli. Si tratta di interpreti già esperti nello stile di McGregor ma altrettanto valido si è dimostrato il cast alternativo che ha visto nei ruoli principali Emanuela Montanari (Woolf/Clarissa) e Antonino Sutera (Peter). Entrambi hanno arricchito questo balletto con grande espressività e con l’esperienza scenica che in lavori di questo tipo è necessaria ed immediatamente riconoscibile. Non ci sono gli schemi classici del balletto in Woolf Works, dove le possibilità sembrano essere infinite e la tecnica è al loro servizio. E qui emerge il livello della compagnia di ballo della Scala, autentica eccellenza italiana! Spiccano, tra gli altri interpreti, Massimo Garon, Gioacchino Starace, Andrea Risso, Alessandra Vassallo, Marco Messina e la bellissima Maria Celeste Losa, solista del corpo di ballo dotata di una fisicità eloquente oltre che di una grande tecnica. 

“…How can we combine the old words in new orders so they survive, so they create beauty, so that they tell the truth? That is the question.” Recita la voce di Virginia Woolf

Il coreografo inglese Wayne McGregor è conosciuto per il suo stile innovativo che, si può dire, ha ridefinito la danza dei giorni nostri. Le sue ricerche sul movimento e il suo potenziale creativo e l’esplorazione di linguaggi diversi dalla danza, lo hanno portato a mescolare forme artistiche, discipline scientifiche, e tecnologia. Tutto questo è presente in Woolf Works, un capolavoro che probabilmente in Italia, in questo momento storico, soltanto la Scala ci poteva mostrare (e ottenere un grande successo di pubblico). Il balletto (che chi ha perso in teatro potrà guardare stasera, 25 aprile, su Rai5) non ha una vera e propria struttura narrativa, e viaggia a diverse velocità, eppure tutto è chiaro, inclusi gli elementi autobiografici. L’atmosfera è diversa in ogni parte:

Il primo atto, I NOW, I THEN è ispirato a Mrs Dalloway (1925), una storia in cui entrano in gioco il ricordo della giovinezza e le relazioni umane temi sviluppati anche tramite una serie di flashback. La scenografia è formata da tre grandi cornici mobili (di Ciguë) da cui entrano ed escono i personaggi.

Il secondo atto, BECOMINGS, ispirato a Orlando (1928), è caratterizzato da un’atmosfera surreale e futurista. E’ il passare del tempo, l’evoluzione, il vortice, l’intrecciarsi e il confondersi dei generi. I costumi sono gli stessi per uomini e donne. Qui il disegno luci di Lucy Carter svolge un ruolo fondamentale giungendo fino a trasportare il pubblico dentro lo spettacolo illuminando tre ordini di palchi.

Il terzo atto, TUESDAY, da The Waves (1931), si apre con il suono del mare che viene proiettato sullo sfondo con il movimento (rallentato) delle sue onde, poi interpretate dai danzatori stessi. Il simbolo riporta inevitabilmente al suicidio della Woolf avvenuto proprio per annegamento. Partecipano a quest’ultima parte anche alcuni allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala. Magica e intensa Emanuela Montanari nel raccontare un momento così delicato di decadenza, fragilità ed abbandono.

La recensione si riferisce alla recita di mercoledì 10 aprile 2019.
Due ore e mezza di pura poesia.

I NOW, I THEN
Woolf/Clarissa: Emanuela Montanari
Peter: Antonino Sutera
Richard: Massimo Garon
Clarissa giovane: Gaia Andreanò
Sally: Benedetta Montefiore
Septimus: Gioacchino Starace
Evans: Andrea Risso
Rezia: Alessandra Vassallo

BECOMINGS
Maria Celeste Losa, Antonella Albano, Caterina Bianchi, Benedetta Montefiore, Alessandra Vassallo, Gioacchino Starace, Mattia Semperboni, Francesco Mascia, Marco Messina, Andrea Risso, Federico Fresi, Eugenio Lepera

TUESDAY
Emanuela Montanari, Antonino Sutera, Antonella Albano e il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala.
Con la partecipazione degli Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala.

Orchestra del Teatro alla Scala
Soprano Enkeleda Kamani
Voce registrata fuori campo da una lettera di Virginia Woolf letta da Gillian Anderson.

Scene: Ciguë, We Not I, Wayne McGregor.
Costumi: Moritz Junge.
Luci: Lucy Carter.
Film design: Ravi Deepres.
Sound design: Chris Ekers.
Make-up design: Kabuki.
Drammaturga: Uzma Hameed.

Photo Marco Brescia & Rudy Amisano

Oggi è il 26 Maggio 2019

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