Rubriche Setteotto

Lia Courrier: “Danzatori retribuiti o danzatori non retribuiti? Questo è il dilemma”

È di qualche giorno fa la bagarre, nata su un social network, che riapre la dolorosa questione della prestazione gratuita per chi fa un mestiere d’arte. Il fatto risale ad una pubblicazione quantomeno ambigua da parte di uno dei più importanti festival dedicati alla contemporaneità, con una chiamata pubblica diretta a danzatrici ‘volontarie’, che ha scatenato il sollevamento di molti, me compresa. Ho seguito la valanga di commenti con grande interesse e, ammetto, con una certa sorpresa nel vedere che in molti hanno espresso il proprio punto di vista con grande onestà e passione; mentre altri, soprattutto i giovanissimi e tutti coloro che nel mercato dei festival ci lavorano come interpreti o coreografi, hanno preferito tacere, forse per paura di raffreddare relazioni tanto duramente costruite nel tempo.

La questione della prestazione gratuita per chi fa un mestiere d’arte non si limita solo alla danza, anche i musicisti o gli attori pubblicano continuamente appelli o video in cui spiegano che non esiste nessuna opportunità in un lavoro che non viene riconosciuto con una controparte in denaro. Ma nella danza la frammentazione della categoria, purtroppo, ha un peso tutto speciale.

Nessuno al giorno d’oggi, in questa parte di mondo, totalmente annichilita dall’economia capitalista, utilizza il baratto per le operazioni di mercato, quindi scegliere di dare il proprio contributo in cambio di visibilità o di un’esperienza con qualche mostro sacro della regia o della coreografia, senza ricevere nessuna attribuzione di un valore in denaro, contribuisce a relegare quello dell’artista come un mestiere di categoria inferiore, sulla sottile linea che separa il professionista dall’hobbista della domenica.

La questione della ‘chiamata pubblica’, come spesso vengono presentate queste iniziative: una pratica che si è molto diffusa negli ultimi tempi anche in Italia, importata dall’estero, dove questo tipo di eventi vengono fatti da tempo, con obiettivi che riguardano principalmente l’ambito del sociale, e il coinvolgimento di persone che non fanno un mestiere d’arte, ma che vogliono vivere un’esperienza di aggregazione e di indagine che possa arricchire la loro vita, anche senza ricevere nulla in cambio. In Italia, invece, e non parlo solo del caso sopra citato, ma di tante altre occasioni che ho visto passarmi sotto al naso in questi anni, la questione diventa meno trasparente, come è nel nostro consueto stile: si utilizza il nome di richiamo, di chiara fama, proponendo un’occasione che si annuncia come unica e irripetibile, in cambio di una prestazione gratuita. Che poi gratuita non è perché di solito sono previsti diversi giorni di prove, ossia un tempo che non si può dedicare ad altro impiego retribuito, e per chi non è del luogo ovviamente si aggiungono anche le spese di viaggio, vitto e alloggio. Quindi alla fine dei conti si tratta di una esperienza per cui bisogna pagare di tasca propria.

Tutti noi abbiamo, almeno per una volta, prestato gratuitamente le nostre abilità, acquisite con enorme dispendio di energia, denaro e tempo, e qualcuno sostiene che “finché si è giovani si può anche fare, del resto ci sono anche laureati che lavorano come stagisti per qualche centinaia di euro a mese”. E allora? Cosa significa questa affermazione, che ci deve andare bene così? Non so che tipo di prospettiva vogliamo dare ragazzi che abbracciano la professione del danzatore, ma le uniche esperienze non retribuite di cui potrei accettare l’esistenza, forse, potrebbero essere quelle fatte durante la formazione, se rientrano in un piano didattico del programma. Per il resto posso anche essere d’accordo che in un primo momento si possa essere pagati un po’ meno rispetto ad un danzatore esperto, ma non essere pagati del tutto lo trovo davvero crudele, soprattutto nei confronti di chi sta muovendo i primi passi in uno dei mercati più spietati che ci siano. Il fatto che a nostro tempo abbiamo accettato di lavorare gratis non vuol dire che sia giusto continuare a farlo. Nella mia ingenuità forse in qualche momento posso aver pensato che da cosa nasce cosa, ma questa scelta particolare porta solo altro lavoro non retribuito, perché quello vero si muove su altri circuiti.

Una volta, almeno, c’era un certo timore ad offrire prestazioni gratuite. Lo potevi fare con una persona conosciuta, con cui cominciare una collaborazione, o per qualsiasi altro motivo personale, con la consapevolezza che non si trattava di lavoro, ma di qualcosa che si faceva spinti da altre motivazioni. Il fatto che dei festival famosi, riconosciuti dalla comunità danzante,  che persino ricevono sovvenzioni, comincino a rendere pubbliche simili richieste, e che per di più pretendano di avere ragione a fronte delle tante critiche mosse dal basso, evidenzia come manchi la capacità di comprendere non solo la criticità di un simile sistema, ma neanche le sue ricadute sul lungo termine, a discapito dell’intera categoria lavorativa. Si tratta di un sintomo preoccupante. Molti giovani sono ben contenti di accettare simili condizioni pur di fare qualcosa, ma solo perché vivono in un panorama desolante e desolato che non offre loro alcuna opportunità di crescita, e questo è l’aspetto più triste di tutta la faccenda. I giovani danzatori italiani preferiscono non solo lavorare, ma formarsi all’estero, proprio perché intuiscono fin da subito che qui non c’è alcun margine di crescita. Restiamo tutti a bocca aperta davanti alla danza che arriva dal resto d’Europa, anche da paesi che abbiamo sempre visto come il fanalino di coda e che invece mostrano un fermento vivo e consapevole nell’ambito della danza e della performance.

I danzatori stranieri spesso provengono da luoghi in cui i mestieri di danza sono istituzionalizzati, riconosciuti, esistono dei programmi e delle linee guida sulla formazione del danzatore e sul suo inquadramento fiscale come professionista. Danzare e insegnare danza non sono hobby per ricchi borghesi che hanno tempo da spendere e denaro da investire, come ormai sta accadendo qui.

Scusate la durezza delle mie parole, ma se non cominciamo a difendere da soli il nostro lavoro, se non siamo persone che coltivano costantemente la propria cultura, non solo quella cognitiva, ma anche quella politica e soprattutto emotiva, possiamo anche dire addio alla danza. Gli artisti sono chiamati da sempre ad avere uno sguardo lungimirante sui tempi, ad essere lo spirito critico della società e a smascherare i potenti. Sono da sempre un po’ degli osservatori esterni degli accadimenti, ma fortemente consapevoli e conoscitori di essi.

Prima di affermare come accettabile il fatto che dei giovani danzatori debbano prestare le proprie competenze senza essere retribuiti, in nome della famosa ‘gavetta’, provate a guardarvi intorno, notate quanto sono cambiati i tempi, la percezione della cultura nella società e soprattutto il costo della vita. E ditemi se questo concetto di gavetta può essere ancora applicabile oggi.

Commento

Clicca qui per scrivere un commento

  • Perfettamente d’accordo. La gavetta va bene per un/una giovane solo per un breve periodo. Nel Paese dei raccomandati ad oltranza, dove fior di incompetenti siedono sugli scanni piu’ alti e hanno retribuziomi da top manager il problema sembra essere quello di retribuire le persone che vivono o vorrebbero vivere d’arte? Non bisognerebbe mai accettare di lavorare gratis, un po’ per dignita’ e un po’ per evitare che nell’ambiente avanzi e s’imponga un tale style of life. Mi rendo conto che non e’ facile perche’ ci sara’ sempre qualcuno che lo fara’. Ma l’ambiente lo creano le persone, non nasce cosi’, spontaneamente.

Oggi è il 23 Agosto 2019

Archivio

X