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Un libro su Luciana Savignano: Alberto Testa racconta “L’eleganza interiore” di Emanuele Burrafato

Ricordo ancora quanto ebbe a scrivere Jia Ruskaya al Ministero per la mia assunzione all’Accademia di Danza nella cattedra di Storia della Danza e cioè che sarebbe stato di gran lunga vantaggioso se ad insegnare quella disciplina ci fosse stato un docente che la Danza non solo l’avesse praticata, ma anche sofferta. Il discorso è troppo grande ed importante per cui si debba chiarire una posizione tanto intransigente. Va bene, sappiamo tutti che non è “conditio sine qua non” che per insegnare una materia teorica occorra che il docente l’abbia praticata. Abbiamo numerosissime testimonianze nel passato, e anche nel presente, di illustri insegnanti nel mondo intero che si sono dedicati allo studio della danza, come del resto anche della musica, che non si sono esibiti in teatro, non ne hanno fatto una ragione di vita sulla propria pelle. Ma oggi il caso di Emanuele Burrafato, danzatore e coreografo, ci porta a ritrattare il discorso vecchio e solenne che vede una persona particolarmente dotata trasmettere, attraverso il ragionamento di un’osservazione approfondita, sui casi di un’arte, antica quanto l’Uomo, che si è evoluta nel tempo ed oggi necessita più che mai di essere spiegata, analizzata, a tutti quelli che hanno il vivo desiderio di conoscerla meglio, di approfondirla, di studiarla nei suoi più riposti confini.

Ecco il caso di Luciana Savignano per il diligente Emanuele che già si è provato con esito felice nei riguardi di un’altra “stella”: Elisabetta Terabust, approfittando di una collana che esiste da tempo con prove fortunate presso l’Editore Gremese. Ed è necessario che un giovane studioso, come Burrafato, ad un certo punto della sua carriera, in considerazione anche di una sua precisa ambizione e di un fermo proposito, si fermi, si metta a considerare i molteplici aspetti di una danzatrice-artista. La Savignano perciò “étoile” qual è ha continuato a brillare di quella luce che ha diffuso nel mondo coreutico. Se ne era accorto subito Paolo Grassi, sovrintendente alla Scala, che l’aveva promossa, segnalata, lanciata. Burrafato ha deciso addirittura di dedicare alla Savignano uno studio sulla sua personalità e lo ha fatto con decisa consapevolezza e competenza, dopo averne studiato le fonti, le molteplici prove de visu, cioè dal vivo e dalle numerose riproduzioni delle interpretazioni. Anch’io continuo a credere in un mondo sempre più avaro di personalità (dove sei cara ombra di Nureyev e dove sei tu, Carla Fracci, ormai solo visibile bianco-vestita in fluttuanti, occasionali apparizioni fra il pubblico?), continuo a pensare che la Savignano ci indichi un modo suo personale di essere, un periodo di reali scoperte d’arte e di poesia coreutica. Luciana era, lo è ancora e lo studio di Burrafato ne vivifica l’essenza, l’immagine di una danzatrice proveniente da ancestrali risonanze: un qualcosa che parte da Isadora Duncan, l’attraversa, concedendosi alcune insite libertà di movimento su ritmi esotici. Savignano passa dalla tangente di Ruth Saint-Denis che pochissimi di noi hanno visto, per arrivare a Mrinalini Sarabhai che io riuscii a vedere in epoca molto lontana. In Luciana, nel leggere l’opera odierna, il discorso cambia, si fa completamento diverso e procede attraverso una disamina che attinge a sovrastrutture di diversa provenienza sull’impianto accademico. La sua preparazione avviene alla scuola scaligera per passare poi ai rigori del Bolshoi moscovita con un drappello di danzatrici decise ad un perfezionamento che è per se stesso evoluzione. Luciana danzò anche “Lago dei cigni” alla Scala nel 1974, un balletto che si sarebbe detto a lei non congeniale e che poi, al fuoco della ribalta, risultò risolto in entrambi i ruoli dalla sua ieratica presenza.
Ma è con Béjart, di cui è stata interprete straordinariamente consona al mondo del coreografo francese, a rivelarsi. E il ricordo va subito alle infuocate serate spoletine del Festival quand’essa ci regalò la serie indù dei duo famosi: “Bakhti”, soprattutto con Jorge Donn. A Positano riuscimmo a portare l’allestimento della Scala del celebre “Bolero” di Ravel – Béjart (1987). Un sogno, una sensazione, un’emozione sulla Spiaggia Grande, fra cielo e mare. Avevamo reclutato, fra giovani bagnanti, quel gruppo necessario al contrappunto visivo dell’azione di Luciana sul tavolo tondo di un rito freddo e caloroso al tempo stesso, ove nulla è lasciato all’effetto esteriore, ma alla compartecipazione di un momento magico ove l’eros si colora di astrattezza e di sacrale. Non ci è stato facile trascurare l’ondeggiare morbido e flessuoso delle braccia di Luciana attraverso le immagini sul ritmo raveliano ossessivo dell’”eterne farandole” béjartiana senza cedere mai al “continuum” del “plié” all’infinito, molleggiato alla base dei sacri respiri classico-accademici. Ma ancora sulla spiaggia la Savignano, come sulle spiagge, anche solo ideali di tutto il mondo, di una lunga, trionfale carriera come testimoniano le pagine dell’excursus di Burrafato, la Savignano continuò a commuoverci.
Intendiamo l’esecuzione danzata del duetto d’amore dell’opera “Madama Butterfly” di Puccini nella coreografia di Paolo Bortoluzzi, accompagnata dal primo ballerino della Scala Marco Pierin (1989). Ebbene proprio quella sera fattori diversi intervennero nella cornice magica, incantata, di Positano. Nella rada del porticciolo v’era alla fonda una nave, quella attesa da Butterfly, ma imprevista per noi sulla quale nave non tardammo a salire festosi tutti quanti, a spettacolo terminato. La nave, l’occhieggiare della luna (forse quella alla quale Luciana seppe dare tocco e trasparenza nel suo celebre assolo?) completarono l’atmosfera suscitata dai gesti d’amore e dalle evoluzioni affascinanti del duetto. Realtà e finzione; pathos comunque sempre che il libro sa rinnovare oggi per noi con autentica emozione. Burrafato ha saputo cogliere tutto questo ed altro ancora con occhio attento e spirito acuto. Il libro ha inoltre un grande pregio: una scelta minuziosa, oculata, di moltissime fotografie, tutte belle, pertinenti, indice di un percorso costantemente segnato dall'”eleganza interiore”, come volevasi dimostrare e, domani, un nuovo esegeta.

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