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Addio a Yvette Chauviré: “La danza è una forma di fede, una speranza. Un modo per cercare la verità”

Osservando in questi giorni le numerose fotografie apparse in rete e sui giornali che ritraggono la grande étoile Yvette Chauviré, scomparsa lo scorso 19 Ottobre alla veneranda età di 99 anni, mi convinco sempre di più che nessun ritratto le renda davvero giustizia.

Ho infatti avuto la fortuna di conoscerla durante i miei anni di allieva, frequentando un’importante Masterclass e ciò che ricordo di questa straordinaria artista, oltre all’amore viscerale per la danza che emanava da lei in modo naturale senza fronzoli o manierismi, è la sua sofisticata e sicura bellezza. Nonostante non fosse più giovanissima, ti incantava con quegli occhi intensi e tutto ciò la rendeva ai miei occhi magnetica. Non a caso, ci fu un famoso critico di danza che la descrisse, a mio parere in modo estremamente azzeccato, come “un misto di velluto e acciaio”.

Enfant prodige della scuola dell’Opera di Parigi, Yvette Chauviré, non è stata solo una prima ballerina francese, ma è stata LA prima ballerina francese, l’unica ad avere meritato in Francia il titolo di prima ballerina assoluta e ad aver ricevuto tutte le più prestigiose onorificenze del governo francese: prima di Chevalier de la Légion d’honneur, poi di Officier de la Légion d’honneur e infine Commandeur de la Légion d’honneur.

Yvette Chauviré entrò alla scuola di ballo parigina a 10 anni, ma già a 13 faceva parte della compagnia, dopo essersi guadagnata l’ammirazione di tutti nel balletto “L’Eventail de Jeanne”. La sua è stata una carriera rapida: a vent’anni era già “principal”, a 24 era étoile, nomina che le venne fatta appena dopo aver danzato un assolo di 18 minuti impersonando la Dea della Fertilità nel balletto di Lifar “Istar” lasciando il pubblico francese senza parole.

Proprio il controverso coreografo Serge Lifar, direttore della compagnia dell’Opera fino al 1945, scelse la Chauviré come sua musa e interprete di tantissime sue creazioni sperimentali come “Alessandro il Grande”, “Istar”, “Suite en Blanc”, “Les Mirages”, ma Yvette fu splendida anche in ruoli più classici. La sua tecnica forte e sicura, unita ad un’espressività intensa e coinvolgente, le permise di danzare “Bella Addormentata”, “Grand Pas Classique”, “La Dame aux Camélias”, “Schiaccianoci” e “Giselle”, ruolo che amò sempre profondamente, sempre accanto a partner leggendari quali  Maris Liepa, Erik Bruhn e Rudolf Nureyev che la definiva “una leggenda”.

Ma Yvette Chauviré fu, in un breve momento della sua vita, anche attratta dal cinema. Nel 1937, infatti, accettò la proposta di Jean Benoit-Levy di interpretare il ruolo principale in “La Mort du Cygne”, film che narra la storia di una giovane donna che aspira a diventare una ballerina che venne distribuito anche negli Stati Uniti col titolo “Ballerina”. Il pubblico americano fu da subito colpito dalla bellezza di questa ballerina-attrice e stupito dalla capacità drammatica della sua recitazione, tanto che il magazine “Life” le dedicò una copertina  nel 1938.

Ma il vero amore di Yvette Chauviré fu sempre e solo la danza e in particolare sentì profondamente il ruolo di “Giselle”, da cui fu colpita fin da subito e che si preoccupò di capire e approfondire sempre di più in tutti gli anni della sua carriera, lavorando sul personaggio ore e ore da sola, anche senza musica (come lei stessa scrive nella sua autobiografia), soprattutto sulla scena della follia.

Yvette Chauviré si ritirò dalla compagnia dell’Opera nel 1956, anche se continuò a danzare come ospite fino al 1972, anno del suo ufficiale addio alle scene, ma la sua vita fu totalmente dedicata alla danza anche negli anni successivi. Fu richiestissima come insegnante, annoverando tra le sue allieve nomi straordinari quali Sylvie Guillem e Marie-Claude Pietragalla; si lasciò attrarre anche dalla coreografia di piccoli balletti, codiresse la scuola dell’Opera di Parigi dal 1963 al 1968, criticando sempre quella maniera, purtroppo sempre più di moda anche oggi, di estremizzare i movimenti e le performance tecniche dei ballerini, rischiando la salute e quindi una carriera prolungata per il danzatore stesso.

Questa sua dedizione totale, lunga un’intera vita, dà concretezza alle parole che lei stessa pronunciò parlando della sua visione della danza: “La danza è una forma di fede, una speranza, un qualcosa che ci fa progredire e cercare la verità. Attraverso la luce interiore, ci si congiunge alla luce universale. E’ un qualcosa che non si può comandare..E’ solo con una immensa concentrazione, un dono totale di sé che si vive l’esperienza di fluttuare in un universo che è invisibile all’occhio umano.”

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