EXIT ABOVE – after the tempest: la nuova creazione di Anne Teresa De Keersmaeker

di Elio Zingarelli
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La settimana inaugurale del Romaeuropa Festival è proseguita con Anne Teresa De Keersmaeker che ha presentato in prima nazionale la sua nuova creazione EXIT ABOVE – after the tempest, il 10 e l’11 settembre nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone”. Lo spettacolo, seconda tappa del focus dedicato alla scena fiamminga realizzato grazie alla nuova partnership triennale con Flanders State of the Art, si colloca lungo il percorso sull’analisi del rapporto tra musica e danza segnato dalla coreografa insieme alla sua compagnia Rosas, e si confronta con la forma primaria del movimento umano – il camminare –  insieme alle origini del pop occidentale, il Blues.

Meskerem Mees (cantautrice fiamminga emergente di origini etiopi) e il chitarrista blues ed ex danzatore di Rosas, Carlos Garbin, affiancano sul palcoscenico i 12 danzatori impegnati in una coreografia minimale, cifra identificativa del lavoro della coreografa sempre più convinta, come si legge nelle note di regia, che poco sia meglio per ritornare all’essenza attraverso dei ritmi minimali. Dopo il volo di un grande telo che incombe sulle teste immobili dei giovani interpreti, su una musica blues minimalista – chitarra e voce -, a cui si aggiungono beat, bpm (battiti al minuto) e il testo di Shakespeare (a cui si riferisce il testo della pièce), i performer intraprendono una camminata che per alcuni istanti  sembra una marcia o una danza di guerra, suggerita proprio dal gruppo iniziale unito come un plotone, ma in realtà rimanda al fondamento dell’atto di ballare.

‘My Walking is my dancing’ o, in francese, ‘Comme Je marche, Je danse’: questo motto di Anne Teresa De Keersmaeker indica un’operazione di “spogliamento” a cui sono sottoposti i suoi ultimi lavori che mostrano principi essenziali e parametri corporei di generazione del movimento che vanno dalla massima semplicità del camminare alla più piena complessità del ballare. In questo lavoro, la “semplicità” pregna di contenuti della camminata quotidiana subito si articola nella complessità di evoluzioni in grado di rivelare il nostro mondo interiore, oggi continuamente minacciato ma qui potenziato e quasi amplificato dall’unisono, dalla collettività che si disfa e si ricompone su una pianta geometrica composta da cerchi, linee rette, diagonali e triangoli.

Se la musica è stata la prima partner della De Keersmaeker, è con gli altri danzatori che la coreografa condivide la pratica della danza e l’intero processo creativo che possiamo descrivere attraverso l’immagine dei cerchi concentrici: ovvero, cerchi multipli che si allargano attorno al centro comune perché ogni individuo ha un ruolo da svolgere nella comunità più ampia, non importa l’età o quanto piccole possano sembrare le sue azioni. L’ensemble di quest’opera è un gruppo intergenerazionale impegnato in una danza che agisce come terreno comune ove, però, la libertà degli interpreti è una componente versatile.

Loro sembrano affrontare la coreografia con rigore e anarchia, suggerendo un modalità d’azione funzionale a rendere anche la nostra società un posto piacevole in cui stare nonostante le sue insidie. Sono identità complesse che già nella camminata sfoggiano una personale qualità identitaria e di movimento perchè in gruppo ognuno vuole essere in grado di dare il meglio e di emergere urlando, ridendo, facendo linguacce: azioni, anche queste, eseguite da tutti seppure ognuno a suo modo. È un’ostentazione che conduce a un disturbo fisico non solo sul palcoscenico, con i danzatori che simulano conati di vomito, ma anche in platea ove tra il pubblico un signore si alza abbandonando la propria poltrona e un altro si copre le orecchie mentre si piega su se stesso, come per non vedere e sentire quello che sta accadendo sul palcoscenico del mondo.

Oggi, il numero di persone che vivono nelle città è in costante aumento, lo spazio tra gli individui sta cambiando, ci stiamo avvicinando l’uno all’altro, eppure stiamo diventando sempre più individualisti, schermati dalla tecnologia che minaccia costantemente le nostre relazioni come individui, come collettivo, come continente o come globo. Di fronte a questo scenario, EXIT ABOVE – after the tempest, esprime un’energia contagiosa: con la sua “fonosfera”, a tratti assordante, e le sue camminate ossessionanti sembra suggerirci che l’unico modo per far sentire la propria voce è cantare e danzare insieme, anche con il pubblico, attraverso una cooperazione tra le arti e gli artisti per ristabilire, insieme, un’armonia che significa “ciò che lavora insieme”.

CREDITI: Anne Van Aerschot

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