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DPCM del 25 ottobre: chiudiamo. In fondo, non siamo indispensabili!

Mi chiedo come possa accadere che un ristretto circolo di persone decida quali lavoratori sono da considerarsi ‘non indispensabili’, in una società democratica che nella sua Carta Costituzionale si enuncia come ‘fondata sul lavoro’. Cosa vuol dire ‘non indispensabile’? Che è un bene di lusso? Che è superfluo per la comunità? E in base a cosa, di grazia, secondo quali criteri viene fatta questa valutazione? Se io nella vita faccio un mestiere, è ovvio che almeno per me e per tutte le persone che fanno la stessa cosa, quel lavoro è indispensabile, vitale, e quindi con quale arroganza mi si viene a dire che non sono indispensabile? Secondo chi?

Da parte mia non è tanto l’obbligo di sospendere il lavoro o meno, che mi fa ribollire il sangue nelle vene, perché se il rischio per la salute pubblica è alto, allora io sono ben contenta di fare la mia parte, ma è il modo, le parole che si sono scelte, i tempi in cui le notizie sono state date, che rivelano l’assoluto non rispetto con cui questo Governo ha trattato una parte sostanziale dei suoi cittadini. Aggiungerei che se di emergenza si tratta, allora riguarda tutti, non esistono categorie più sacrificabili di altre e in questa situazione straordinaria mi aspetto di ricevere guida e sostegno dallo Stato, che mi accompagni verso la soluzione meno dolorosa, permettendomi di comprendere, di salvaguardare i miei interessi ove possibile, e avendo il tempo necessario per svolgere al meglio ciò che mi viene chiesto di fare, senza ricevere indicazioni in un giorno festivo, che devono divenire operative il giorno dopo. Non siamo mica delle scimmie ammaestrate che obbediscono senza pensare, non tutti almeno, e voglio ribadire che questo non c’entra con l’emergenza sanitaria (che dopo tutto questo tempo mi aspetterei si fosse anche in grado di gestirla con prontezza e reattività, e non come se fossimo tornati a marzo), ma ha a che fare con il rispetto e la dignità che ogni cittadino, in quanto essere umano, merita per nascita.

Breve cronaca degli accadimenti:
Domenica scorsa viene data indicazione di mantenere protocolli ancora più stretti, minaccia di controlli e una settimana di tempo per adeguarci. Bene.

Le linee guida di questi nuovi protocolli escono solo venerdì, le scuole di danza cercano al meglio di adeguarsi ulteriormente per aderire a quei rigidi standard, che comunque erano già stati adottati da giugno. Bene.

Ieri, sabato, viene annunciato il discorso di Conte, alle 20.30, poi annullato all’ultimo momento, in un florilegio di anticipazioni e diffusioni di bozze che mette già in fermento tutti. Cosa vogliono dire queste notizie trapelate, con la complicità dei giornalisti alla perenne ricerca di click? Un modo per saggiare da che parte pende il piatto? Bene, ma non benissimo.

Domenica (oggi) finalmente la firma del decreto, che però si rivela un documento che offre spazio ad interpretazioni, eppure l’italiano è una lingua magnifica con cui si possono descrivere le cose con una chiarezza cristallina, invece ci si ritrova davanti a questo scritto criptico, al che sorgono domande che rendono immediatamente i telefoni caldi e i cervelli fumanti: vengono menzionate le ASD e SSD, che fanno capo al Ministero dello sport, e non vengono menzionate le Associazioni Culturali, figura giuridica sotto cui molte scuole di danza sono registrate. Quindi? Chi è con lo sport non può operare mentre chi non lo è sì, pur eseguendo lo stesso identico lavoro? Si fa distinzione tra piscine e palestre e attività motoria e sportiva di base. Non si capisce niente: dopo estenuanti ore di telefonate, chat, mail e chi più ne ha più ne metta, scopro che da domani non lavoro più in presenza ma solo in live-streaming, che per lo yoga può anche andare bene, ma con la danza classica non si può proprio. Improponibile.

Penso al nuovo gruppo con cui avevo cominciato solo tre settimane fa. Stavamo appena imparando a conoscerci, ad incontrarci, a costruire qualcosa, a condividere un cammino, e mi dispiace per loro. Mi dispiace per me, perché ero ripartita alla grande e ora mi ritrovo ancora una volta con un pugno di mosche in mano. Penso anche che non c’era alcun rischio, stavamo seguendo tutto alla lettera, e si tratta di giovani danzatori in formazione professionale, persone per cui un mese di sospensione vuol dire una perdita difficilmente recuperabile.

Nelle stesse ore in cui accadeva tutto questo, mi scorrevano davanti le immagini del giro d’Italia, a Milano, proprio nella città in cui da domani rischio di perdere il mio lavoro del tutto, un lavoro in cui sono in formazione ininterrotta praticamente da quando avevo 6 anni, e in quelle immagini vedo gente accalcata nelle vie del centro, nei passaggi in galleria Vittorio Emanuele, che stava andando a guardare i ciclisti passare.

Ecco, di fronte a tutto questo – penso di poter parlare a nome di molti- siamo proprio incazzati.

Non ci sono altre parole per definire lo stato d’animo in cui mi trovo mentre scrivo a caldo.

Da un lato, però, mi sento di dire che sono felice che finalmente abbiano ammesso con parole chiare qual è  il posto che occupiamo nella società italiana, secondo la loro visione: non siamo indispensabili. È bene che si sia palesata questa verità, che mi sembra come un pesce d’aprile attaccato sulla schiena dell’intera categoria: tutti lo vedono tranne la persona che lo indossa.

Questo è il risultato di anni di incuria, in cui abbiamo deciso di vivere la democrazia come fossimo in una monarchia, delegando qualcun altro per ogni decisione che ci riguarda, infischiandocene dei diritti, delle tutele, dei contratti e delle paghe adeguate, in cambio di briciole lanciate ai cani randagi. Cani senza branco, che non hanno mai pensato ad un futuro non dico remoto, ma almeno prossimo. Lo spazio che noi per primi gli abbiamo lasciato, i politici se lo sono preso, ma non solo in questi giorni, in cui l’occasione imperdibile di farci fuori tutti si è finalmente palesata. Si tratta di un processo che dura da anni, e sono convinta che se avessimo messo un freno a questa deriva quando ne avevamo occasione, oggi non ci troveremmo in questa situazione miserabile e penosa.

Esisterà forse un vaccino per il covid-19, prima o poi, ma quello per l’ignoranza e l’inerzia con cui questo paese si trascina senza meta, non credo sarà mai possibile.

Oggi è il 23 Novembre 2020

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