Rubriche Sipario: vite di danza

Serge Lifar: l’icaro della danza russa che ha rivoluzionato il neoclassico Teatro dell’Opera di Parigi

Trent’anni fa è morto a Losanna uno degli uomini di danza più interessanti, sia per la poliedricità manifestata nei lunghi anni della sua carriera, sia per le accuse di collaborazionismo che l’hanno coinvolto sul finire del secondo conflitto mondiale. Sono pochi i personaggi della danza che nel tempo hanno subito in prima persona ritorsioni delle vicende politiche e sociali, come ad esempio Serge Lifar costretto a lasciare la sua direzione in seno al Teatro dell’Opéra di Parigi poi ripresa più tardi. Del resto la sua storia è la storia stessa della danza e del balletto di gran parte del Novecento, attraverso le coreografie che sono state create su misura sua e del suo talento, le interpretazioni di successo, i titoli creati nel corso del tempo in prima persona in Francia e ripresi successivamente in tutto il resto del mondo. Un personaggio, insomma, capace di attirare a sé le attenzioni di intere generazioni di critica e pubblico, eppure partendo con una carriera quasi improvvisata. Eh sì, Serge Lifar si è avvicinato alla danza frequentando privatamente Bronislava Nijinska che l’ha poi presentato a Serge Diaghilev, l’impresario russo ideatore dei “Ballets Russes” e di tutta la rivoluzione della danza. Lui stesso nato a Kiev, in epoca rivoluzionaria, si è ritrovato a fare i conti con processi evolutivi molto più grandi lui, entrando in sordina nella compagnia di Serge Diaghilev che l’affidò al maestro Enrico Cecchetti per consentirgli di diventare un vero ballerino.

E da lì la scalata al potere coreutico nei “Ballets Russes” fu rapida, del resto era talentuoso e bellissimo, creativo e costante nel duro lavoro quotidiano così da farsi apprezzare oltremodo per diventare egli stesso il soggetto di tanti nuovi titoli di quegli anni. A cominciare da “Les Fâcheux” e “Le train bleu” di Bronislava Nijinska del 1924, “Zéphire et Flore” e “Les Matelots” del 1925, “Pas d’acier” del 1927 ed “Ode” del 1928 di Leonide Massine. Furono anni fortunatissimi per il predestinato, subito protagonista nell’ensemble giramondo di Serge Diaghilev e presto scelto da George Balanchine per crearne un nuovo mito della scena. Mister B. non esitò infatti ad attingere dal suo talento per creare nuovi balletti quali “Barabau” nel 1925, “Romeo e Giulietta” nel 1926, “La Chatte” nel 1927, “Apollon Musagète” nel 1928, “Le Bal” e “Le Fils prodigue” 1929. Titoli che lui stesso ha interpretato e che ha poi rimontato successivamente per le compagnie che l’hanno chiamato a dirigere il repertorio del primo Novecento ed in particolare quello balanchiniano.

Del resto Serge Lifar ha scritto le pagine più importanti di quegli anni, tanto da metterne nero su bianco gran parte della produzione e delle idee su ben venticinque libri. Un immane lavoro editoriale di cui ci piace ricordare il masterpiece “Traité de danse académique” del 1949, oltre al “Manifeste du coréographe” del 1935, “History of Russian Ballet” del 1939, “Vestris, Dieu de la danse” del 1950, “Traité de coréographie” del 1952, “Le trois grâces du XX siècle del 1957, e “Ma vie” del 1965. Titoli che si aggiungono alle coreografie ed alle interpretazioni in una miscellanea incredibile che ha attraversato il secolo scorso partendo da Kiev, passando per l’intera Russia dei “Ballets” di Serge Diaghilev ed approdare nella fertilissima Francia del Teatro dell’Opéra e della Costa Azzurra che l’ha accolto dopo i successi con George Balanchine.

La frenetica attività di Serge Lifar l’ha reso protagonista indiscusso della vita parigina fino all’opportunità del doppio ruolo di interprete principale e coreografo del balletto “Le creature di Prometeo”. Da lì la scalata al successo internazionale non conobbe più limiti, fino a quando la malattia del suo secondo mentore George Balanchine gli spianò la strada alla prosecuzione del suo immenso lavoro. E fino a diventare maître de ballet del Teatro dell’Opéra di Parigi e principale danzatore. In quegli anni si immaginò in scena anche nelle vesti di Icaro, creato poi per se stesso nel 1935 in un atto unico che è presto diventato il titolo più pertinente con la sua carriera ed il suo ideale di danza e danzatore. Una carriera insperata ai tempi di Kiev quando era solo un allievo di Bronislava Nijinska ma, evidentemente, il tempo ed il talento gli avevano dato ragione. Almeno fino alla seconda Guerra Mondiale che lo ha messo alle corde, accusato di collaborazionismo ed allontanato dal Teatro dell’Opéra di Parigi. Passata la tempesta, Serge Lifar non perse tempo e continuò la sua frenetica e prolifica produzione di coreografie per il “Nouveau Ballet de Montecarlo e l’Opera della stesso Principato, trovandovi un’isola felice durante l’esilio forzato da Palais Garnier. Dove evidentemente voleva tornarci prestissimo ma il tempo non era ancora giunto. Il suo nome circolava sui rotocalchi non solo più per i successi coreutici ma anche per la sua posizione politica infangata dalle vicende belliche.

Fino al 1947, quando le strade del Teatro dell’Opéra di Parigi e di Serge Lifar si sono incrociate nuovamente, giusto in tempo per rilanciare definitivamente la compagnia dell’Opéra con un nuovo indirizzo di cui, nel 1949, ne ha messo per iscritto forma e sostanza con il “Traité de danse académique” che gli ha spalancato la strada del successo mondiale anche editoriale. Un trattato che egli stesso ha applicato per la sua compagine parigina, rivestendola di un abito neoclassico direttamente importato dalla maestria di George Balanchine, il suo secondo mentore di quei fortunatissimi anni venti del Novecento. Il repertorio di Serge Lifar stava cambiando il Teatro dell’Opéra di Parigi, infondendogli un senso di modernità associato alla grande tradizione ottocentesca, rendendolo ancora più seducente nel panorama internazionale. Ed in quegli anni creò a Palais Garnier “Le Chevalier errant” di Jacques Ibert e “Phedre” di Georges Auric nel 1950, “Biancaneve” di Maurice Yvain nel 1951, “L’Uccello di fuoco” di Igor Stravinskij nel 1954, “Les Noces fantastiques” di Marcel Delannoy e “Romeo e Giulietta” di Sergeij Prokofiev nel 1955 e le riprese del “Dafni e Cloe” di Mikail Fokine e Maurice Ravel. Un impegno evidentemente mirato a destabilizzare il teatro da dentro, con l’obiettivo di condurlo velocemente nel nuovo contesto artistico e culturale di quegli anni. Questo passaggio fu molto apprezzato ovunque, tanto da garantirgli un futuro di collaborazioni al di qua ed al di là degli oceani, con la ripresa dei suoi duecento lavori e la creazione di nuovi. Fino alla sua morte del 15 dicembre 1986 a Losanna, città assai cara finanche a Serge Diaghilev, il suo primo mentore che gli ha garantito in tempi non sospetti un posto principale nella storia della danza. E così l’Icaro Serge Lifar ha davvero spiccato il volo, tuttavia con la sorprendente rinuncia a rivedere in scena i suoi titoli così preziosi all’epoca e così dimenticati nei giorni nostri.

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