Interviste

Giuseppe Picone: tra tanti successi e qualche dolore, si raccontano l’uomo e l’artista

Nell’attesa di intervistare Giuseppe, ho assistito alle prove di “Butterfly” lo spettacolo del Balletto di Siena con la coreografia di Marco Batti che sarebbe andato in scena il giorno successivo. È proprio vero, un artista è tale anche senza costumi, senza luci e senza il pubblico che lo applaude. Picone riempie la scena anche solo con un semplice incedere, trasmette forza e bellezza pur non essendo illuminato dalle luci giuste ed è straordinaria l’intensità del suo sguardo. Se poi all’artista unisci una persona dolce e gentile che si è raccontata con autentica sincerità, senza reticenze né paure, bè, l’incontro diventa perfetto.

Dopo ventitré anni di una carriera così straordinaria, “chi si crede di essere” Giuseppe Picone?

Io credo di essere niente e tutto. Mi spiego: niente per alcune persone, tutto per altri, per quelli che mi stimano e mi amano. Per me, ora, sono “tutto”. E questo “tutto” l’ho donato alla danza, senza compromesso alcuno. Non ho mai fatto scelte in base a calcoli che potessero portarmi a ottenere altro in seguito. Non ho mai accettato un lavoro in teatro o essere partner di qualcuno pensando a ciò che sarebbe potuto arrivare dopo. Ho sempre ballato per esprimere ciò che avevo dentro. Nulla di più.

Che cosa avevi dentro di te che aveva bisogno di essere espresso?

Il semplice desiderio di danzare e di sentirmi legato al palcoscenico. E fare esperienze meravigliose a esso legato. Per esempio ballare a Cuba. Conoscere la grande Alicia Alonso. Lì si respira, davvero, l’arte della danza e ho avuto il privilegio di debuttare all’Havana “Lo spettro della rosa”. Ricordo che due giorni dopo dal debutto, nella pausa durante uno spettacolo cui assistevo da spettatore, un signore venne da me con un enorme fascio di rose rosse e inginocchiandosi me lo donò ringraziandomi per le emozioni che gli avevo regalato. Ecco, questo è ciò che m’interessa della danza. Emozionare.

Cosa invece non ti interessa?

Il contorno. Tante delle cose che ruotano intorno ad esso. A ventuno anni andai all’American Ballet Theatre. Soprattutto per mettermi alla prova, capire quanto fossi “bravo”. Era la fine di settembre del 97. Feci la prima lezione e il giorno dopo andai con l’intenzione di studiare con loro ancora una volta e poi tornare in Italia. La mattina di quella seconda lezione entrarono in sala il direttore, il maestro di ballo, Georigina Parkinson, Irina Kolpacova. Capii che erano lì per me. Finita la lezione mi misero in mano un contratto da solista. Nella storia dell’ABT è capitato solo a me e Angel Corella. Ero felicissimo. Dopo quattro anni trascorsi con loro, mi dovetti ricredere. Troppi giochi di potere, troppe invidie, cattiverie, gelosie. Tutto questo non m’interessa affatto.

Negli anni in cui ti sei scontrato con questa realtà, come hai reagito? Hai assecondato tali giochi, sei sceso a compromessi?

No. E me l’han fatta pagare. Non dandomi primi ruoli. Per esempio non ho potuto danzare Romeo per tre anni, nonostante avessi già debuttato quel ruolo all’English National Ballet che ne avevo solo diciotto.

Come ti definiresti come artista?

Sono una persona che crede fermamente in ciò che fa.

Cosa ti ha portato verso la scuola del San Carlo?

(Ride) Sono l’ultimo di quattro figli. E tutti lavorano nell’arma. Da bambino amavo ballare e non stavo mai fermo. Una sera andai a una festa con i miei fratelli maggiori. Avevo otto anni. Una loro amica, ballerina, mi vide e suggerii a mio fratello di farmi studiare danza. Feci due settimane con lei, e poi consigliò di portarmi alla scuola di ballo del San Carlo perché aveva intravisto del talento. Feci l’audizione con l’allora direttore Zarko Prebil. E così iniziai. Ma non avevo idea di cosa fosse la danza.

Quando hai capito ciò che saresti voluto diventare?

Un giorno ero in teatro al San Carlo. Seduto in platea, guardavo il palcoscenico e mi scattò qualcosa dentro. Capii che quella sarebbe stata la mia strada. Feci quattro anni al San Carlo, poi il quinto e il sesto corso all’Accademia nazionale di Roma dove seguii Prebil e poi a sedici anni Pierre Lacotte mi portò con lui a Nancy. Mi offrì un contratto da solista e non avevo compiuto neppure la maggior età.

A quando risale il tuo debutto?

Avevo undici anni. Il balletto era Nijinsky. Gli interpreti Carla Fracci, Vladimir Vassiliev e Ekaterina Maximova. Fui scelto da Beppe Menegatti per interpretare Nijinsky bambino. Mi ritrovai tra i più grandi danzatori del tempo. Fracci e Vassiliev che interpretavano un passo a due su Claire de lune mentre Vassiliev e la Maximova, danzavano un passo a due su Elegia di Rakmaninov. Ogni sera il teatro in piedi. Era l’ottantotto. Vent’anni dopo fui invitato dallo stesso Vassiliev al Bolshoi per danzare quello stesso passo a due montato per lui e la Maximova al San Carlo. Fu un’emozione indescrivibile.

Hai avuto una carriera straordinaria. Hai danzato con le più grandi compagnie del mondo e nei maggiori teatri. Se ripensi a quel ragazzino di undici anni che viveva il suo debutto tra i grandi come un gioco, come ti senti oggi?

Non lo so. È andato tutto talmente veloce. Di certo, oggi, sono una persona felice. Ma ci sono stati tanti momenti brutti. Di grande solitudine. A volte mi sarebbe piaciuto tornare agli anni della scuola. Tutto mi sembrava bello, faticoso, ma al contempo meraviglioso. Poi cresci e ti scontri con un mondo fatto d’invidie, gelosie, cattiverie. E rischi di perdere la magia che in questo mestiere è fondamentale.

Ne hai subite tante di cattiverie?

Si, tante. L’esperienza all’ABT fu drammatica. Dopo quattro anni ho smesso di ballare. Volevo lasciare tutto. Mi avevano spinto a credere che l’unico motivo per cui io danzavo, fosse l’attenzione del pubblico. Ho sofferto immensamente, mi ero buttato giù al punto di stare in ospedale per sei mesi.

Facciamo un passo indietro. A diciassette anni entri all’English National Ballet. Com’è andata?

Appena arrivato Derek Deane mi offrì un contratto da solista. Credeva che avessi 22/23 anni. Scoprì la mia vera età dopo un mese. Anche lì subii invidie e gelosie, ma nulla che non fosse normale e sopportabile. A New York invece non sapevo più come comportarmi. Mi sentivo attaccato da tutti i fronti e da chiunque.

Quali erano i rapporti con i tuoi direttori? Derek Deane a Londra e il vice direttore Desmon Richardson a New York?

Le loro attenzioni andavano oltre l’aspetto lavorativo. Non solo con me, ma anche con altri danzatori della compagnia. Da Londra andai via proprio perché non avevo voglia di subire nessun tipo di pressione. E a New York accadde la stessa cosa. In entrambi i casi però i soggetti in questione furono deposti dai loro incarichi. A Londra e a New York esiste una giustizia.

Dopo i cinque mesi in cui, tornato in Italia, avevi lasciato la danza, cosa accadde?

Non c’è nulla da fare. Quando la vita ha deciso qualcosa per te, ti riconduce su quella strada. Mi chiamò Renato Zanella, allora direttore dell’Opera di Vienna, e mi offrì il ruolo di Crasso in Spartacus. Per questo ruolo ottenni il premio Danza&Danza.

Quanto è importante, per te, il riconoscimento degli addetti ai lavori?

Prima tanto, adesso poco. Il pubblico ti vuol bene e ti perdona anche l’errore. Gli addetti ai lavori no. Rasentano in alcuni casi, la cattiveria pura. Poi dipende da chi fa la critica. Se si tratta di una persona che stimo e che si esprime per il mio bene, lo accetto. Viceversa, le critiche sterili finalizzate a ferire, quelle non le leggo neanche più o tento di non dargli alcun peso.

Quanto sei rimasto all’Opera di Vienna?

Per sei anni come guest. Quelli furono anni belli. Mi dividevo tra Vienna e l’Italia. Ero ospite al San Carlo di Napoli, all’Arena di Verona e al Teatro dell’Opera di Roma.

Qual è stato il momento più felice della tua permanenza a Vienna?

Lo ricordo bene. Fu la seconda replica del Lago dei cigni di Nureyev. A Vienna è messa in scena la versione originale, quella ballata da Nureyev e Margot Fonteyn. Alla Scala o all’Opera di Parigi si rappresenta, invece, la versione rivisitata dallo stesso Rudolf. Rimasi molto scontento del modo in cui danzai al debutto. Alla seconda recita mi dissi che avrei dovuto giocare e godermi quel momento. Così fu. Grazie anche alla presenza di Clarissa Mucci che venne a supportarmi. Forse avevo solo bisogno di familiarità. Ho vissuto la mia carriera prevalentemente in solitudine.

Come ti definiresti come danzatore?

Eclettico. Amo la danza, tutta. Ciò che importa è interpretare un ruolo. Viverne la vita, le sensazioni, le intenzioni che spingono al compimento di determinate azioni.

Qual è il ruolo nel quale ti ritrovi totalmente?

Il principe di Bella Addormentata. Ma amo molto anche Romeo, Onegin e Albrecht. Anche se sono ruoli su cui devo lavorare molto di più.

Quanto hai dovuto lavorare per ottenere una tecnica pulita e perfetta come la tua?

Tanto. Anche perché sono mancino e a destra mi son sudato ogni cosa. Oggi, sono tranquillo ma ammetto che i salti a destra mi spaventano ancora un po’.

Cosa ti ha reso il ballerino che sei diventato?

La dedizione al lavoro. La ricerca spasmodica della pulizia tecnica e poi, di certo, le doti.

Ci sono persone cui devi dire grazie nella tua vita?

Sì. Innanzitutto a mio fratello Raffaele. Se non fosse stato per lui, non sarei qui. Aveva solo diciannove anni e invece di uscire con i suoi amici portava me in teatro a studiare. Poi Pierre Lacotte che mi ha voluto a Nancy e il grande maestro Wojtek Lowsky ex ballerino di Bejart a cui devo la maggior parte della mia crescita artistica in seno all’English National. Infine Renato Zanella che mi portò a Vienna e capì la persona oltre l’artista.

Cosa ti aspetti dal futuro?

La vita è imprevedibile e la mia, per fortuna, piena di progetti. Ad alcuni tengo particolarmente. E mi vedranno coreografo oltre che ballerino. Oggi sono una persona felice. Non porto rancore nei confronti di chi mi ha fatto male. Se penso a ciò che ho vissuto, mi dico che forse, se avessi avuto un carattere più forte, avrei potuto fare di più. Ma ripeto, finalmente mi ritengo sereno.

È proprio vero. Una vita straordinaria, perché lo sia, passa anche attraverso il dolore. L’importante è riuscire, col tempo, a dare il giusto valore alle cose, crescere e fare, di ogni esperienza, tesoro. Giuseppe Picone è l’esempio di come le vite perfette non esistano. Ma quelle uniche sì. Giuseppe Picone è un artista il cui senso dell’arte è talmente grande da infondere bellezza a ogni piccolo gesto. Una persona, il cui sguardo è talmente profondo da potervi cogliere tutto il senso della vita.

Crediti fotografici: Gene Schiavone

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