Itzik Galili: “non è interessante ciò che mostriamo ma ciò che nascondiamo”

di Giada Feraudo
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Lei si è avvicinato abbastanza tardi al mondo della danza e della coreografia: perché ha scelto di seguire questa strada?

Non lo so. Non avevo assolutamente niente a che fare con la danza. Mi innamorai di una ragazza che faceva la ballerina, forse è questo che mi ha aperto gli occhi ad un altro mondo, ma non saprei, e non penso nemmeno che sia importante.

Forse no ma è piuttosto raro che una persona che non proviene dall’ambiente sia molto talentuosa e possa sviluppare il suo talento come ha fatto Lei.

Potrei creare una risposta fantastica, ad hoc, ma mi hanno fatto questa domanda molte volte e ho scelto espressamente di non cercare una risposta.

Perché ha scelto l’Olanda quando ha lasciato Israele?

Mi innamorai, fu questa la ragione. Di solito le persone non riescono a pensare all’Olanda senza collegarla a Kylián, ma è una generalizzazione, è ciò che accade quando non si è realmente all’interno della questione. Faccio un altro esempio: è come pensare che l’Italia sia Mauro Bigonzetti perché è conosciuto all’estero più di altri, ma non è esatto. Sono successe molte altre cose. Parlando dell’Olanda, il Nederland Dance Theatre era, e continua ad essere, una compagnia di repertorio, e Kylián attirò l’attenzione sulla compagnia, dove era stato chiamato a lavorare, per le sue coreografie, esattamente come fecero William Forsythe o John Cranko. Negli anni Settanta, Ottanta, fino alla metà degli anni Novanta, l’Olanda è stata un laboratorio.

Ha lavorato con alcune delle più importanti compagnie di danza in tutto il mondo e ha anche diretto la Sua compagnia. Ha attraversato, e sta continuando a farlo, l’universo della danza in molti modi differenti. C’è un’esperienza che considera particolarmente importante nella Sua carriera che ha cambiato qualche cosa nel Suo modo di lavorare?

Non ho una risposta specifica. Penso che si lavori in un certo modo in un determinato luogo, in un altro in un posto diverso. Qualcuno mi ha chiesto come sia lavorare con tante compagnie diverse. Ho risposto: “È come avere una tresca amorosa legale.” Quando si è sposati con qualcuno e si ha un’altra relazione non è proprio legale, ma quando si passa da una compagnia ad un’altra è più o meno come avere una tresca amorosa legalizzata. Sono più libero ora, mentalmente, perché sono meno preoccupato da ciò che le persone pensano di me: a qualcuno posso piacere, ad altri no. Apprezzo entrambe le posizioni ma non posso cambiare la mia maniera di lavorare. Ciò che provo a fare è trarre il meglio da una certa opinione. Se c’è una disposizione critica più elevata tanto meglio, anche qualora non fosse positiva.

Definirebbe il Suo lavoro più astratto, più narrativo o entrambi?

Se astratto è qualcosa che non ha una storia, posso dire che qualcosa che non ha una storia non necessariamente non ha sentimenti. La nostra esperienza trascorsa è passata attraverso stazioni emotive senza le quali non sentiremmo nulla perché tutto sarebbe al di sopra della nostra esperienza. Il punto di partenza è un legame emotivo, che crea una linea fra due punti. Poi si comincia ad analizzarlo e a paragonarlo con la propria esperienza, che non è per niente astratta.

Questo è ciò che faccio con i danzatori, interrogo i loro sentimenti. Cerco di tirare fuori la fragilità e l’intelligenza di una persona: quando le vedo è perché la persona è pronta per mostrarsi nel modo in cui è, senza guardare a sé stessa come se stesse facendo qualcosa di vergognoso, senza preoccuparsi di essere criticata o approvata. Quindi rispondere alla domanda su quanto sia astratto il mio lavoro è per me impossibile, non posso dare una risposta univoca, avrei bisogno di un intero libro.

Qual è la concezione di base nel Suo lavoro, nella Sua ricerca coreografica?

Quando lavoro con le persone la cosa che cerco di fare è interrogare i loro sentimenti. Abbiamo pensieri, ma prima dei pensieri c’è qualcosa che è inconscio: cosa significa? Cos’ha a che fare con il corpo? Che cosa fa sì che ci eccitiamo, cosa ci rende rigidi, cosa ci turba? Come affrontiamo tutto ciò? Queste sono le domande su cui lavoro con i danzatori, cerco di afferrare il loro comportamento emotivo: non ciò che mostrano ma ciò che nascondono. E da lì cerco di tirare fuori quella che chiamo la parte migliore, per renderli consapevoli su come essere presenti in un determinato momento, in modo tale che possano trarre il meglio da questo. La sola cosa che importa è essere sé stessi, sempre, altrimenti ogni cosa che si fa sarà una vuota imitazione di qualcosa che non si sente emotivamente: non è interessante per me. A volte funziona, altre no.

Perché la luce è così importante nelle Sue coreografie?

La luce è un addobbo, così come lo è il trucco. Il trucco può apparire molto diverso a seconda che una luce specifica illumini un lato del viso piuttosto che l’altro. La luce dà maggiore enfasi e crea una certa bellezza. La luce ha un potere, si possono disegnare spazi con essa: invece di mettere una sedia da qualche parte si può disegnare un certo spazio PER la sedia e quella luce appartiene, per quel momento, alla sedia. In questo caso (Lavanderia a Vapore, ndr) la luce è molto limitata perché le possibilità sono molto limitate. Nel duetto (Fragile) la luce è complementare al pezzo, gli conferisce una certa delicatezza, mentre nel secondo (Until with/out enough) manipolo positivamente il pubblico, perché si guarda da dove proviene la luce, ma se metto il nero le persone non hanno dove guardare, diventa un gioco più psicologico. Se metto una luce rossa o una blu i significati sono differenti: se metto una musica molto forte con una luce blu si ha un certo sentimento predominante ma se con una musica molto forte uso una luce molto calda si ha un’altra sensazione: cosa significa questo? Non lo so, può avere molti significati differenti, sta a ognuno decidere.

Come si relaziona con il pubblico?

Il prossimo lavoro che farò sarà una produzione articolata, molto grande, che coinvolgerà nove uomini e una donna e il loro rapporto. L’idea ha a che fare con gli stereotipi maschili: ci sono così tanti stereotipi sugli uomini, ma anche altrettanti femminili. Non mi preoccupa il movimento, in questo caso vedo immagini, momenti, quello che so è che vorrei creare un’onda emotiva così forte negli spettatori da far sì che non vogliano che finisca. È come quando si ama qualcuno e si sa di essere ricambiati ma è sempre una lotta. Voglio creare questa sorta di “guerra” fra gli spettatori e il pubblico, in modo che quando sarà finita non vogliano lasciare andar via quest’emozione. Penso che per gli spettatori sia qualcosa di simile a ciò che a volte provano nella loro vita quotidiana, un certo sentimento che apprezzano senza sapere cosa sia. L’osservazione è legata alla conoscenza emotiva. Ogni sentimento origina una reazione chimica nel nostro corpo. Come ci relazioniamo a questo? Nella maggior parte dei casi le persone non indagano sul perché provino qualcosa. Se questo accade a un pubblico penso che quel pubblico sia molto ricco. Se non succede, allora credo che le persone dovrebbero chiedersi: “Qualcuno sta provando a giocare con i miei sentimenti?” Niente a che fare con la danza: è la vita.

English Version

Itzik Galili: interesting is not what we show but what we hide

You approached the world of dance and choreography quite late in your life: why did you choose to follow this way?

I don’t know. I had absolutely nothing to do with dance. I fell in love with a girl who used to be a dancer, so maybe because of that I opened my eyes to another world, but I wouldn’t know, and I even don’t think it’s important.

Maybe not but it’s quite rare when someone not coming from the milieu is very talented and can develop his talent as you did.

I can create an answer that would be fantastic but I had this question many times and I purposely chose not to look for an answer.

Why did you chose the Netherlands when you moved away from Israel?

I fell in love, that’s the reason. Usually people cannot think about the Netherlands without linking it to Kylián, but they are generalizing, that’s what happens when we’re are not really inside. I give you another example: it’s the same to think that Italy is Mauro Bigonzetti because he had a name outside more than others, but it’s not exact. Many other things happened. Talking about the Netherlands, Netherland Dance Theatre used to be, and it still is, a repertoire company, and Kylián attracted the attention on the company, where he had been called to work, because of his choreographies, exactly as William Forsythe or John Cranko did. In the Seventies, Eighties, till mid Nineties, Holland has been a laboratory.

You worked with some of the most important ballet companies all over the world and you also directed your own company. You crossed, and you’re still crossing the universe of dance in many different ways. Is there an experience you consider particularly important in your career that changed something in your way of working?

I don’t have a specific answer. I think you work one way in a place, another way in a different place. Someone asked me how is it to work with many different companies. I answered: “It’s like having a legal love affair”. When you’re married to somebody and you have a love affair, it’s not really legal but when you go from a company to another it’s like a legalized love affair, that’s how it feels. I’m more free now, in my mind, because I’m less worried of what people think of me: one can like me and another one can hate me. I appreciate both opinions, but I can’t change my way of working. What I try to do is to take the best beneficial out of a certain opinion. If there is a more elevated layout of criticism, that’s much better, even if it’s not positive.

Can you define your work more abstract, or narrative, or both?

If abstract is something that doesn’t have a story, I can say something that doesn’t have a story not necessarily doesn’t have feelings. Our past experience has been going through emotional stations, and without those emotional stations we wouldn’t feel anything because it would be above your experience. The starting point is an emotional engagement, it creates a straight line between two points. Then you start analyzing and comparing it with your experience, which is absolutely not abstract. This is what I do with dancers, I question their feelings. I try to find out the fragility and the intelligence of a person: when I see that, it’s because he’s ready to be exposed in the way he is, without looking at himself as if he was doing something shameful, without worrying about being criticized or being approved. So, to answer the question about how abstract is my work, it isn’t possible to me, I can’t give an answer, I would need a whole book.

Which is the basic conception in your work, in your choreographic research, what are you looking for?

When I work with people the thing I try to do with them is to question their feelings. We have thoughts, but before thoughts there is something that is unconscious: what does it mean? What does it have to do with the body? What causes us to get excited, what makes us stick, what makes us to get upset? How do we deal with it? This are the questions I work on with dancers, I try to catch their emotional behavior: not what they show, but what they’re hiding. And from there I try to take what I call the better part, to make them aware of how to be in the present in that precise moment, in such a way that they can get the best benefits from it. The only thing that really matters is to be yourself, always, otherwise everything you do will be an empty imitation of something you don’t feel: it’s not interesting to me. Sometimes it works, sometimes it doesn’t work.

Why is the light so important in your choreographies?

Light is a decoration, like make-up is a decoration. The make-up can look very different depending if you have a specific light coming from one side of the face or from the other. The light gives more emphasis and creates a certain beauty. Light has a power, you can design spaces with it: inside of putting a chair somewhere you can design a certain space FOR the chair, and that light belongs, for that moment, to the chair. In this case (Lavanderia a Vapore, ndr) the light is very limited because the possibilities are very limited. In the duet (Fragile) the light is complementary to the piece, it gives a certain kindness, while in the second piece (Until with/out enough) I positively manipulate the audience, because we look at where the light comes, and if I put dark people don’t have where to look, it becomes a more psychological play. If I put a red light or I put a blue light it gives different meanings: if I put a very hard music with a blue light you have a certain main feeling, but if with a very hard music I use a very warm light you have another feeling, it’s a combination of music and light. But light can also be one line on the floor: what does it mean? I don’t know, it can be many different things, it’s up to you to decide. For me light is like a lover, very important, because it’s a lover full of complexion.

How do you deal with the audience?

The next work I will do is going to be a very articulated production, a big production, which involves nine man and a woman and their relationship. The idea has to do with men stereotypes: there are so many  stereotypes on men, but also feminine stereotypes. I’m not worried about the movement, in that case I see pictures, moments, and what I know is that I wish to create such an emotional wave to the viewers that they will not want it to stop. It’s like you love somebody and you know he or she loves you back but it’s always a fight. I want to create this kind of “war” between the dancers and the audience, and when it will be finished they would not want to let this emotion to go away. I think for the audience it’s something which is similar to what sometimes they have in their daily experience, a certain feeling that they like without knowing what it is. Observation is related on emotional knowledge. Every feeling causes a chemical reaction in our body. How do we deal with that? In the major part of the cases people don’t question about that why do they feel something. If this happens to an audience I think that same audience is very rich. If it doesn’t happen, then I think people should ask: “Is someone trying to play with my feelings?” Nothing to do with dance: it’s life.

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