Mauro Astolfi: due prime mondiali a St. Gallen e a Berna – intervista

di Francesco Borelli
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Mauro Astolfi è uno dei coreografi più prolifici e acclamati sulla scena internazionale. Nel 1994 ha fondato Spellbound Contemporary Ballet che oggi, con un vasto repertorio all’attivo, è sempre più richiesta in Italia e all’estero. Come freelance ha firmato creazioni in tutto il mondo per Compagnia Nacional de Dansa de Cali, Israel Ballet, Augsburg Staatstheater, Ballet Theater Trier, Giessen Stadttheater, Balletto di Roma, Szegedi Kortárs Ballet, Liepziger Ballet, Theater Magdeburgh, River North Chicago, Ballet X USA, Humanology, SGartner Platz, stadttheater Klagenfurt, Arts Umbrella Dance Canada, Pro Arte Danza Canada, Kitonb Extreme Theater Company, The Betrothed, BackHaus dance USA, Konzert Theater Bern, Theater St. Gallen. Oltre alla sua attività di coreografo, Mauro Astolfi è costantemente impegnato come insegnante ospite nei maggiori centri di danza. È stato docente di tecnica contemporanea presso la scuola di danza del Teatro dell’Opera di Roma. Da ottobre 2009 è anche Direttore Artistico del DAF, Dance Arts Faculty, progetto internazionale per la danza, a Roma.

Mauro, in questi giorni sei in sala prove con la Compagnia di danza del Theater St.Gallen per cui firmi una nuova creazione. Di cosa si tratta?

È una creazione che fa parte della serata pensata e voluta dal Direttore artistico Kinsun Chan dal titolo Sham(los), che indaga il tema della vergogna, cioè il fatto di agire con o senza vergogna. Un’analisi di tutte le dinamiche che possono portare a controllare certi aspetti della vita, a imparare come gestire anche la vergogna che spesso sconfina nella paura: paura di relazionarsi, di mostrarsi per quello che si è… Quindi non soltanto adattarsi a vivere nell’era contemporanea, magari fingendo, ma realmente prendere in mano la propria vita e accettare che non si può controllare tutto. Il mio lavoro, nello specifico, si chiama “Ground Control” e prende il nome dal linguaggio della Nasa: è il supporto operativo delle missioni spaziali, che fornisce monitoraggio e controllo a ciascun satellite. Per me si tratta quindi di uno studio sul controllo che si cerca di avere per tutta la vita sul mondo esterno, non pensando che l’unico punto su cui si dovrebbe concentrare la propria voglia di controllo è in sé stessi. È un lavoro sicuramente astratto che ha però come base lo studio delle dinamiche umane, le caricature esistenziali alle quali ci sottoponiamo e tutta la serie di concetti morali che cambiano con il passare del tempo ma che ci rendono schiavi e veicolano i nostri comportamenti: noi pensiamo di fare delle scelte ma in realtà spesso siamo controllati da quanto avviene all’esterno, anche mentre dormiamo!

Subito dopo sarai a Berna con un’altra creazione

Questo lavoro per il Konzert Theater di Berna che invece debutterà nel 2023, si chiama “Postlude” che nella terminologia musicale è la parte conclusiva di un movimento. Contrariamente al prelude, qui abbiamo una chiusura che ho trattato come l’idea di un ordine necessario, la capacità di lasciare le cose in ordine nella vita. Io parto sempre dal vissuto e dall’idea che me ne faccio, è la mia fonte costante di ispirazione. Mi interessa da sempre analizzare quello che mi e ci accade. Questo spettacolo è all’interno di un programma che si chiama Bach Recomposed, una serata voluta dalla nuova direttrice artistica della compagnia di danza di Berna, Isabelle Bishof. Tutto su musiche di Bach.

Come vivi il processo creativo, quali sono gli step che segui e le cose che ti ispirano. Il tema, il movimento, la musica, le luci: da cosa parti e come arrivi al risultato finale?

Il processo creativo in quanto tale non può essere catalogato né avere un canale preferenziale. È sempre una reazione. Trovo che la creazione sia un fatto di reazione a quello che ci accade attorno, anche se non ce ne accorgiamo. Può essere un evento tanto quanto l’interazione con l’energia dei danzatori in sala… Il progetto creativo, quindi, ha un inizio sempre diverso e questo è l’aspetto che trovo più stimolante e interessante. Penso che cercare di ripetere, di far ricapitare le stesse situazioni che hanno permesso la nascita di un lavoro creativo estremamente fortunato sia un fallimento. Per quando riguarda la composizione coreografica, puoi avere un gusto, uno stile… Io ho fatto ricerca sul movimento per trent’anni perché è una cosa che mi ha fortemente appassionato e ho sviluppato un sistema di comunicazione di un linguaggio specifico che è sicuramente una costante che ricorre ma il processo creativo non può veramente avere più volte la stessa origine. Sicuramente la cosa più interessante che capita è vedere come i danzatori elaborano i movimenti, un’atmosfera, un significato che propongo. Certe volte il loro lavoro cambia la mia visione ed è come se io traessi una forte ispirazione dall’interpretazione dei danzatori, che possono anche migliorare la mia idea.

Che rapporto hai con la danza in video? Durante la pandemia c’è stato un vero e proprio boom di trasmissioni in streaming. La coesistenza di reale e virtuale rappresenta un’opportunità?

È stata uno strumento utile per guardare spettacoli, per rimanere agganciati al processo di distribuzione dei propri lavori in maniera alternativa, per godere del lavoro di altri, in questo senso è una cosa positiva. Se invece parliamo della danza in video come proposta didattica o coreografica, anche se gestita con tecnologie super efficienti, la trovo una cosa impensabile, da non considerare… Per me il nostro lavoro ha bisogno di contatto fisico, energetico, di sguardi e di sentire persino la frequenza respiratoria delle persone che hai intorno a te. Il video può essere stato un supporto ma è diventato un business alternativo momentaneo. A meno che, ripeto, non si tratti della possibilità di raccontare e documentare degli spettacoli e dei lavori artistici.

Tu hai letteralmente girato il mondo. Per quale motivo in Italia c’è più diffidenza verso la danza contemporanea rispetto al balletto? E come sei riuscito a diventare una sorta di faro, insieme a pochissimi altri, in questo stile?

Non so se sia diventato un faro. Sicuramente ho dato un contributo a creare un linguaggio che non esisteva quando ho iniziato, alla fine degli anni ’90. Posso dire di aver fatto una scelta radicale e viscerale di andare a fondo in qualcosa, di non essermi accontentato dei primi risultati, di aver avuto la voglie e la volontà di scavare, di trovare un linguaggio che rappresentasse un punto di rottura. Ricordo bene che all’inizio ero criticatissimo, il mio era un lavoro visto come una cosa che “sporcava” i danzatori, li destabilizzava rispetto all’asse che gli dava la danza classica… Poi è diventato uno standard, una cosa che tutti volevano fare. Mi è capitato persino di trovare annunci di ricerca di maestri che insegnassero “in stile Astolfi” il che mi faceva molto ridere, perché non mi sentivo portatore di un metodo. Ho semplicemente lavorato su uno stile di movimento e generato un gusto. Sì è vero, lo abbiamo fatto in pochi perché non tutti hanno approfondito a lungo. Oggi molti si formano addirittura tramite i video che vedono su Instagram e su Youtube, per mettere insieme delle informazioni, formarsi delle idee, ma sono tutte cose superficiali, non sono elaborazioni profonde, viscerali e quindi è difficile diventare un autore nuovo e particolare. Ci sono tanti giovani interessanti che possono fare grandi cose ma diventare un portatore da un punto di vista comunicativo è diverso.

La diffidenza verso la danza contemporanea può essere data dal fatto che spesso non si propone danza ma si propone una performance che può essere interessante ma nulla di più. Ci sono tante forme di performance che vengono inserite nella macro area danza ma che di fatto sono altro, ed è ormai un trend mondiale. La diffidenza può essere data anche dal fatto che spesso il lavoro è criptico mentre molte persone hanno bisogno di riconoscersi in una storia e fuori da questo c’è la paura di non capire. Come se la danza dovesse essere capita. Come se io quando guardo un fiore dovessi capirlo. Non è così. Devo essere impressionato e investito da un’emozione, che è soggettiva e che non significa capire o non capire. In realtà questo è un problema eterno dello spettacolo, dell’arte e della danza contemporanea. Il pubblico, possiamo dire, è diviso tra chi preferisce vedere una cosa chiara e didascalica e chi si emoziona, entusiasma e incuriosisce di fronte alla cosa opposta.

Chi sono stati, negli anni della tua formazione, i coreografi o maestri che ti hanno ispirato e che ti interessavano maggiormente?

Io sono stato ispirato da tante, tantissime persone, non sempre conosciute ma che trovavo estremamente creative. Ho vissuto tanti anni negli Stati Uniti che a quel tempo erano il centro di tutto, dello studio, della produzione… Se si voleva lavorare nella danza, ci si doveva passare. Ora le cose sono cambiate, il fermento si è spostato in Europa anche se ci sono cose interessanti in diverse parti del mondo. Ti posso dire che all’epoca trovavo meraviglioso Paul Taylor, come pioniere, come elaborazione di tutta la danza postmoderna americana. Infatti l’ho cercato e l’ho seguito il più possibile. Poi ho sempre amato Kylian, ma chi non lo ama? Forsythe, Mats Ek, sono stati i tre grandi maestri che hanno generato tutto, sono stati un’aperura bella e violenta allo stesso tempo, una destrutturazione di tutto il concetto di balletto classico da cui sono nate tante correnti. Oggi l’offerta è ampia e include tante cose interessanti ma anche migliaia di cloni. C’è tanto da guardare perché c’è tanta più gente che fa coreografia però non ci sono così tanti autori portatori di un linguaggio, di un’informazione, di una cultura, di un processo unico… Ora c’è tanta capacità di movimento, tanta speculazione intellettuale, la tendenza a creare artisti a tavolino… La componente autoriale, quella forte, si è ridotta.

Il DAF Dance Arts Faculty, di cui sei Direttore artistico, è un incubatore per giovani artisti e sforna ogni anno danzatori che trovano lavoro in vari teatri e compagnie. Anche tu hai scritturato alcuni di loro. Come lavorate e che percorso proponete per preparare i giovani a quello che troveranno fuori?

Il DAF è uno strumento che è esploso e si è sviluppato nelle mani di noi tutti, nessuno poteva immaginare un così grande riscontro. Quando iniziammo, quattordici anni fa, non esisteva nulla di simile in Italia e quindi abbiamo tracciato una strada che è diventata una sorta di modello. Il più grande vantaggio del DAF è quello di avere collaborazioni e partnership esclusive per l’Italia con tantissimi artisti e direttori di compagnie e teatri internazionali, cioè la capacità di creare un network reale di opportunità e di incontri su cui contare costantemente. Si è creato soprattutto un nuovo sistema mentale che vuole dare ai ragazzi una percezione diversa di sé stessi e di come approcciarsi a questo lavoro al di là delle cinque, sei ore di danza al giorno. Che cosa voglio veramente? Quanto e come sono disposto a investire per ottenerlo?  Io e tutti i collaboratori coinvolti in questa operazione siamo partiti con l’idea di scavare più in profondità per dare più che una proposta di danza (chiunque può chiamare un’ospite!) che comunque è molto ampia visto che ogni anno vengono create da noi diciotto première. Gli artisti che passano dal DAF molto spesso sono poi chiamati anche altrove e va bene, io mi auguro sempre che ci siano progetti che si occupino a fondo dei propri ragazzi. Noi abbiamo voluto portare il focus non solo sull’aspetto performante ma sul come ci si possa liberare e destrutturarsi da idee e immagini fisse che si hanno di sé stessi. Da qui sono usciti grandi artisti, io stesso ne ho presi diversi in Spellbound e circa novanta ragazzi degli ultimi anni sono in giro nei teatri di tutto il mondo.

Infine, non possiamo non chiederti quali siano i tuoi progetti futuri e soprattutto se dopo una carriera ricca e soddisfacente hai ancora qualche sogno da realizzare…

In realtà ho ancora tantissime cose da realizzare! Nell’immediato, dopo Berna, in primavera sarò in Germania per un’altra creazione, poi sarò in Texas, a fine maggio. A settembre 2023 tornerò per un’altra creazione a serata intera con una bellissima orchestra a Berna, a dicembre 2023 sempre per una serata intera sarà allo Staatstheater Augsburg dove ho già lavorato due anni fa… Insomma progetti ce ne sono tanti, bisogna solo capire quali selezionare e a quali dare le proprie energie e impegno. Sicuramente non ho l’idea della carriera e del tempo che passa… Perciò per me è come se non avessi fatto assolutamente niente fino ad ora!

Grazie per il tempo che ci hai dedicato e toi toi toi per tutto.

Photo credit: Gregory Batardon
Foto di copertina: Cristiano Castaldi

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