Interviste

Gisella Zilembo: “Il presente è pieno e bellissimo. Il futuro? Cosa potrei desiderare di più di ciò che ho?”

Tutti ti conoscono come ideatrice del Premio MAB, dedicato alla memoria di Maria Antonietta Berlusconi. Ma chi è Gisella Zilembo? Qual è la tua storia?

Esiste una vita pre MAB e tuttora contemporanea a MAB, che si chiama GISELLA ZILEMBO – EVENTI DANZA. Il 27 novembre di dieci anni fa nasceva la mia azienda, col fine di organizzare eventi declinando il codice della danza alle situazioni più disparate. Ho sempre creduto che la danza fosse bellezza e che la bellezza costituisca un valore aggiunto capace di donare armonia, emozione e splendore a ogni tipo di occasione.  L’esperienza me l’ha dimostrato.

Qual è il percorso che hai compiuto? Che tipo di formazione hai avuto e com’è nata la tua passione per la danza?

La passione è nata nel momento in cui i miei genitori decisero di chiamarmi Gisella. Mia madre amava moltissimo la musica dell’omonimo balletto di Adam e così decise, d’accordo con mio padre, a cui il nome era caro per motivi privati che non sto qui a citare, ma mi confermano che la vita ha strade molto chiare su cui condurci. Pare proprio che nel nome ci sia un destino..!!  Sono nata a Rieti e ho studiato danza fin da bambina. Ero animata da una grandissima passione, ma pur amando il palcoscenico fui consapevole, sin da subito, che la mia attitudine era per lo più organizzativa. Oggi mi posso definire una creative manager, una sorta di regista che utilizza il movimento.

E’ strano pensare a una bambina che, studiando danza, non abbia in mente di diventare una ballerina ma una creative manager. Che forma avevano questi pensieri?

Sin da piccola ho manifestato la volontà di dedicarmi all’organizzazione e, studiando sia danza sia teatro, m’interessavo all’aspetto compositivo della performance. Mi piaceva l’idea di ideare un prodotto artistico, performativo e strutturarlo da tutti i punti di vista. Ho organizzato il primo spettacolo all’età di diciotto anni, facendo tutto da sola.

Da Rieti a tante esperienze internazionali. Dopo quella prima esperienza che cos’è accaduto?

A diciannove anni il Comune della mia città mi chiamò per organizzare le performance legate alle celebrazioni per Carlo D’Angiò e intanto cercai di dare alla mia formazione più spessore e corpo diplomandomi in danza e teatro con Claudia Zaccari – esperienza che influenzò notevolmente il mio modo di pensare la danza-  seguendo un master in sceneggiatura con la Snapper Film di New York e seguendo i corsi di regia della Silvio D’Amico. Poi, per motivi personali mi trasferii a Torino, contestualmente mi laureai a Roma in Lettere con indirizzo spettacolo.  Avevo ventitré anni. Per un caso fortuito iniziai in RAI un tirocinio professionale e lì incontrai i MOMIX e in particolare Pi Keohavong, uno dei performer più bravi dei Momix e assistente di Moses Pendleton.  Fu lui il primo a credere nel mio sogno di organizzare eventi di danza a livello didattico.  Intanto lasciai la RAI che, dopo il tirocinio, mi aveva assunto, e iniziai un’esperienza manageriale e commerciale in E-motion per Tom Tom Italia, affiancando Vladimiro Mazzotti, una delle menti più geniali del marketing, lungimirante e unica.

Com’è possibile che una strada così apparentemente lontana dalle tue passioni possa condurti esattamente al centro dell’obiettivo?

Se avessi avuto solo una formazione artistica o antropologica sul mondo del teatro, oggi non potrei fare questo mestiere. Rimasi in Tom Tom fino all’età di ventinove anni e intanto ebbi il mio secondo figlio. Per una questione di correttezza mi licenziai. Essendo lontana dalla mia famiglia, sapevo che non avrei potuto garantire una presenza costante e, di certo, non avrei potuto trascurare il mio bambino. Nel periodo successivo alla nascita di mio figlio, Pi Keohavong mi propose di organizzare degli stage in Italia assicurandomi la sua presenza e il suo aiuto. Ciò mi diede indiscutibilmente una grande forza sia a livello professionale sia umano. Devo molto ad alcune persone incontrate lungo il mio cammino e Pi fu una di queste. Un vero e proprio angelo, laotiano di origine e vissuto negli Stati Uniti, zen nel modo di porsi e affrontare la vita, dedito alla meditazione e di grande cuore. Si prestò a insegnare all’intero dei seminari che avrei dovuto organizzare, chiedendo solo un rimborso spese. Il tutto funzionò benissimo e nel novembre del 2007 creai la mia azienda che già, grazie a Pi, godeva di una rete di clienti amplissima. Moltissimi danzatori, fra l’altro, iniziarono a cercarmi per collaborare con me. Tra questi Amanda Kay, ex danzatrice dei Momix e persona dal grande e poliedrico talento, oggi famosa attrice a Londra e già  performer di successo in tutto il mondo.

Altro incontro da aggiungere ai tanti fatti.

Esattamente. Iniziai a lavorare con lei e diventammo molto amiche. Lei era una degli artisti della scuderia AGR Associati, di Antonio Gnecchi (poi Bags Entertainment e oggi World Entertainment Company). Mi sarebbe piaciuto incontrare, un giorno, Gnecchi. Amanda mi confessò allora che spesso gli aveva parlato di me e del mio lavoro. Tornata a casa trovai una mail di Antonio, oggi un grande amico oltre che un professionista verso cui nutro una stima incondizionata,  in cui mi chiedeva di incontrarci. Felicissima, dissi di sì. Arrivata all’appuntamento, avendo già lui tutte le informazioni sul mio conto, mi riferì che si preparava il tour italiano di “WHY” di Daniel Ezralow e mi domandò quale fosse il potenziale didattico dello spettacolo. Fu così che nacque, anche in Italia, la figura dell’educational manager ed io sono stata la prima a ricoprire questo ruolo, legandolo in maniera così ufficiale e strutturata, a una produzione di danza.

Puoi spiegarci più dettagliatamente la figura dell’educational manager?

Trattasi di una figura professionale che cura tutto ciò che è didattica all’interno di una produzione. Supponiamo che la compagnia A produca lo spettacolo B e porti lo spettacolo B in tour. Il tour corrisponde a degli eventi performativi poiché si portano in scena degli spettacoli. Fa parte della cultura delle principali compagnie americane, l’idea di associare allo spettacolo dei seminari: i danzatori o il coreografo danno delle lezioni affinché il pubblico possa avvicinarsi allo spettacolo che vedrà e in qualche modo possa “farne parte da protagonista”. L’educational manager mette in contatto produzione e formazione, collabora con le scuole presenti sul territorio e porta la compagnia all’interno della scuola stessa. Tutto questo funziona moltissimo. La mattina del colloquio con Gnecchi, uscii con un accordo in esclusiva come educational manager di Daniel Ezralow per AGR e quell’anno facemmo 120 master class in cinque mesi.  Da allora la nostra collaborazione non si è mai interrotta.

Se oggi dovessi definire esattamente la tua persona a livello lavorativo, che parole useresti?

Mi definirei un manager che si occupa di danza e al contempo un direttore creativo poiché, per molti versi, sono dedita alla creazione e alla composizione. Ma non mi definirei una coreografa , quanto un editor.

Che differenza c’è tra la figura del coreografo e quella dell’editor?

Il coreografo è colui che crea dei movimenti, l’editor invece tiene dei laboratori coreografici in cui domanda ai danzatori di mostrare i propri movimenti, utilizzando delle tecniche che lo mettano nella condizione di strutturare delle partiture. In definitiva l’editor usa il movimento dei ballerini e lo edita, fa cioè un’operazione di montaggio di movimenti creati in un lavoro collettivo, all’interno di uno spettacolo che inventa.

Alla figura dell’editor associ poi quella dello “Stage coach”. Di cosa si tratta?

Lo stage coaching, particolarmente legato alla produzione nel contesto “eventi”, ma oggi molto efficace anche “in teatro”, è una tecnica di focalizzazione dell’obiettivo e ottimizzazione del risultato, applicata alle arti performative.  All’interno di una produzione significa ridurre i tempi e ottenere il prodotto migliore possibile. Supponiamo io abbia l’idea di una performance e scelga dei danzatori che immagino possano andar bene per quel determinato tipo di lavoro. Dico sempre che scelgo i ballerini in cui intravedo un “difetto nell’anima”, disposti cioè a mettersi a nudo e concedersi totalmente, con un bagaglio di esperienze  ed un vissuto molto intenso alle spalle. Le sequenze di movimento che i danzatori, stimolati attraverso le tecniche di coaching, propongono finiscono in una sorta di calderone immaginario e da lì io attingo per creare uno spettacolo, raccontando le storie che i ballerini stessi mi suggeriscono, rispondendo ad un tema che io offro.

Nel 2008 arriva la direzione organizzativa del MAB.

In quell’anno incontrai Laura Celotto, una tourist manager a livello internazionale, recentemente  autrice di un libro bellissimo che s’intitola “Turista per professione”. Mi venne un’idea riguardo all’utilizzo del Villaggio Olimpico costruito in occasione delle Olimpiadi del 2006 e la chiamai, semplicemente proponendole ciò che avevo pensato. Coincidenza volle che le istituzioni premessero affinché si riqualificasse Sestriere e si svincolasse dal solo sport invernale. Da lì iniziò una collaborazione, che tutt’oggi continua, per la realizzazione di due appuntamenti annuali legati alla danza. Durante l’estate di quell’anno Laura si trasferì in Sardegna divenendo direttrice commerciale del Sol Melia Poltu Quatu, resort di lusso, “competitor” (detto con simpatia ovviamente) di Starwood: la “competizione” tra i due gruppi, eccellenze assolute nel campo del turismo, era  tesa a offrire il meglio ai propri clienti. In occasione del ferragosto Laura mi chiamò proponendomi di organizzare qualcosa che fosse una giusta alternativa alla serata di Starwood: il concerto dei Duran Duran. Non avendo problemi di budget e potendo dare libero sfogo alla creatività, pensai a un cast di spessore che comprendeva, tra gli altri, Amanda Kay e molti straordinari danzatori. Insieme a loro nacque “FATA: fuco, aria, terra e acqua” ” (cor. Di Paola Posa), realizzato anche grazie anche alla lungimiranza di Stefano Pilato, altra key person della mia vita professionale, che mi chiamò anche per le performance legate al giro ciclistico di Sardegna. Lo spettacolo andò in scena e fu un grandissimo successo, tant’è che il giorno successivo un rotocalco nazionale  titolò “La danza batte i Duran Duran”. Ovviamente si trattava di un punto di vista e so che il concerto fu strepitoso, ma ammetto che i complimenti del pubblico presente (tra cui Umberto Smaila, Emy Stewart e notissimi volti dello spettacolo internazionale), fu una soddisfazione enorme. Fatto sta, che uscii da quell’esperienza con un contratto di tre anni per organizzare eventi a Poltu Quatu una volta al mese, col general management proprio di Pilato. Nel frattempo, a Sestriere arrivò, come docente per un mio evento, il Maestro Roberto Fascilla che conobbi e col quale fu letteralmente amore a prima vista. Il Maestro Fascilla è e resta una persona della quale non saprei esprimere a parole la grandezza e l’importanza, oltre che l’affetto che nutro nei suoi confronti. Nel settembre del 2009 morì, purtroppo, la Signora Maria Antonietta Berlusconi che avevo conosciuto grazie a Fascilla, unitamente alla famiglia tutta che si dimostrò da subito gentile, accogliente e attenta alle persone.

Poi cosa accadde?

Dopo la scomparsa della Signora Etta, la famiglia si ritirò in Sardegna per trascorrere un periodo di pace al fine di elaborare il lutto. Stefano Pilato, Direttore della struttura, invitò la famiglia per una cena e per assistere a uno spettacolo da me organizzato: si trattava di un evento blindato e senza alcun tipo di clamore mediatico. Lo spettacolo andò benissimo e alla fine ci salutammo. Nel mese di ottobre ricevetti una telefonata dal fiduciario della famiglia. Pensai a uno scherzo al punto da chiudere la telefonata. Il signore in questione mi richiamò ed io mortificata chiesi scusa per l’equivoco. Fissammo un appuntamento e la famiglia venne nella sede di “Principessa” (celebre scuola di danza milanese, fortemente voluta dalla signora) e facemmo una riunione nell’ufficio del signor Giorgio Beretta. Fu così che mi fu chiesto di organizzare un evento che potesse celebrare la memoria di una donna splendida e desse concretezza alla sua passione per la danza classica, intesa come eccellenza e come strumento per veicolare valori umani importanti.

Una grandissima opportunità.

Certo, una grande opportunità e al contempo una responsabilità immensa. Pensai moltissimo a cosa poter proporre e mi presentai col progetto MAB adeguatamente strutturato: l’obiettivo del Premio era di dare ai giovani danzatori, ma anche ai coreografi, possibilità concrete, a titolo completamente gratuito, con un supporto mediatico eccezionale e la disponibilità di premi corrispondenti a borse di studio, contratti e importanti somme di denaro che potessero sostenerli nel percorso verso il professionismo. Mi misero a disposizione tutto quanto utile all’obiettivo di promuovere il talento giovanile. Creai tutto da zero e andammo in scena con la prima edizione nel maggio 2010.

Ti ritrovi nella definizione “LADY MAB”?

Certamente il MAB rappresenta uno dei progetti più importanti della mia intera vita, sia da un punto di vista professionale che personale e umano. Sono onoratissima di lavorare per la famiglia e il MAB s’intreccia poi con tante altre mie attività, legate a EVENTI DANZA. Oggi sono divisa principalmente fra tre anime professionali: MAB, WEC (per la quale ho l’onore, tra l’altro,  di curare in esclusiva la versione italiana di  “Parsons Intensive”, con David Parsons e la celeberrima Parsons Dance)  e l’insegnamento alla “Performing Arts Academy” finlandese (West Finland College), già  in collaborazione con l’Università di Oulu (grazie ad una splendida collaborazione professionale con il Preside di Facoltà WFC, Prof. Evan Schoombie e il rettore WFC, dott. Sami Malinen). Tra le ultime novità, cui tengo molto, non posso dimenticare la nomina, nel 2016, come educational manager per il Balletto di Roma. Infine, mi appassiona molto presenziare a concorsi e competizioni come giudice: credo sia una responsabilità enorme e un’attività improntata all’onestà assoluta ed al grande rispetto per il duro lavoro di chi si mette in gioco in questo settore difficile e straordinario.

Quanto tempo della tua giornata dedichi al lavoro?

In pratica tutta la giornata, durante la quale mi occupo anche dei due miei figli. Ho la “fortuna” di dormire pochissimo e durante la notte, spesso, mi dedico alla cucina e alla scrittura. Ho già pubblicato tre romanzi e ho appena terminato il quarto. Negli ultimi anni poi, alla mole di lavoro già esistente, si è aggiunta l’organizzazione degli eventi a La Muratella (già sede delle Residenze Artistiche MAB), un borgo medievale splendido, trasformato in Relais di Lusso e da settembre 2016 in un vero e proprio Teatro, di cui curo la direzione artistica e il cartellone di Teatro-danza.

Quali sono le qualità che, sopra di tutte, ti riconosci?

Serietà e onestà in primis: pagano sempre. Poi mi ritengo una persona efficace: significa che sono tenace e orientata all’obiettivo. Infine passionale ed entusiasta, mi dedico alle cose che amo con tutta me stessa. Questo lavoro è una vera e propria benedizione e far parte di questo mondo bellissimo è una fortuna enorme. Il mio lavoro mi diverte e mi gratifica. Che cosa potrei desiderare di più?

Che cosa ti aspetta nell’immediato futuro?

Vedo il futuro come il presente. Pieno e bellissimo.

Crediti fotografici: Cristiano Castaldi, Giulio Sancilio

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