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“Lo Schiaccianoci” di George Balanchine: la magia del Natale vive alla Scala

Il Natale, si sa, risveglia lo spirito bambino che c’è dentro ognuno di noi, con dolci, regali, luci e fiocchi di neve (non quest’anno). Con o senza neve, in ogni caso, quest’atmosfera magica ci porta in un mondo incantato che sogniamo da sempre e che questa volta, sul palcoscenico del Teatro alla Scala, porta la firma di uno dei più grandi coreografi del Novecento. Si tratta de Lo Schiaccianoci di George Balanchine, che ha aperto, lo scorso 16 dicembre, la Stagione di Balletto 2018-2019 del lirico scaligero e che sarà in scena ancora per alcuni giorni, fino al prossimo 15 gennaio.

Con questa nuova produzione si consolida la collaborazione con il Balanchine Trust, qui rappresentato da Sandra Jennings, grazie alla quale è stato rimontato il balletto, che, dopo Sogno di una notte di mezza estate e Jewels, permette anche a Lo Schiaccianoci di entrare a pieno titolo nel repertorio del Teatro. È dunque una prima nazionale e un debutto per la compagnia: per l’occasione il nuovissimo e raffinato allestimento è firmato da Margherita Palli, anche lei al suo debutto nel balletto classico. Per la scenografia e per i costumi si è ispirata, rivisitandole, alle ambientazioni della versione del New York City Ballet, avvalendosi della collaborazione di Maxfield Parrish, artista americano specializzato in illustrazioni; il risultato è un’atmosfera fiabesca e a tratti onirica, che tuttavia gioca con continui rimandi alla realtà. I fatti hanno una collocazione temporale ben precisa, che corrisponde all’inizio del XIX secolo, e si svolgono in America, non in Germania come nelle versioni più tradizionali. La casa degli Stahlbaum è infatti ispirata a villa Drayton Hall, nella Carolina del Sud, e gli invitati indossano abiti consoni alla moda dell’epoca, ma ecco che ad un tratto questo realismo cede il passo al sogno e il pubblico, insieme a Marie (il balletto di Balanchine si ispira al racconto originale di Eta Hoffmann del 1816, e non a quello più edulcorato di Dumas, maggiormente utilizzato nella danza) si ritrova in un mondo ovattato dalla neve, dove esiste il Regno dei Dolci.

Sono circa 130 gli artisti coinvolti in questa produzione: i primi ballerini, i solisti e il corpo di ballo, oltre che una sessantina di allievi dal primo al quinto corso della Scuola di Ballo e il Coro delle voci bianche dell’Accademia del Teatro, senza dimenticare i professori dell’orchestra diretti dalla bacchetta di Michail Jurowski.

Nel primo atto, come di consueto, si introduce la vicenda e si presentano i personaggi, ma è soltanto nel secondo atto che la danza diventa la vera protagonista. Al loro arrivo nel Regno dei Dolci i bambini vengono accolti dalla bellissima Fata Confetto e dal suo Principe, qui interpretati dagli eccellenti primi ballerini scaligeri Martina Arduino e Nicola Del Freo (in alternanza, nelle varie rappresentazioni, con Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko, ndr). La coppia dà il benvenuto ai piccoli ospiti con dolci, tè e biscotti e danzando per loro. Si susseguono così la Cioccolata Calda della Spagna, il Tè cinese con un Francesco Mascia brillante e carismatico, il Caffè dell’Arabia interpretato da una sinuosa ed elegante Francesca Podini che affascina con le sue movenze sensuali, i Bastoncini di zucchero, le Pastorelle di marzapane e Mamma Zenzero con i suoi otto piccoli Pulcinella della Scuola di ballo che escono dalla sua gonna ed eseguono con padronanza la loro variazione. Un altro momento magico è il Valzer dei Fiori dove una luminosa Goccia di Rugiada, Maria Celeste Losa, regala al pubblico un’eccezionale performance insieme ai graziosi boccioli. Infine la Fata Confetto si esibisce in una danza solenne con il suo Principe, mostrando arte e bellezza che culminano in un impeccabile Pas de deux  finale.

La produzione di George Balanchine del capolavoro di Čajkovskij è tra le più famose al mondo e fu proprio questa a creare, nel lontano 1954, quell’ormai irrinunciabile consuetudine che elegge Lo Schiaccianoci come un grande classico sempre presente sotto l’albero, anno dopo anno.

Crediti fotografici: Brescia e Amisano

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