Lia Courrier: “Quando spiego gli esercizi tutti gli occhi della classe sono puntati alle mie gambe o ai miei piedi; e le braccia?”

di Lia Courrier
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La mente occidentale è afflitta da horror vacui, locuzione latina nata in grembo alla scienza della fisica ma presa in prestito specialmente in ambito artistico, per indicare una tendenza ad avere letteralmente terrore del vuoto (consapevole o no) che provoca in risposta una compulsione a riempirlo.

Il vuoto di suoni con le parole.

Il vuoto spaziale con gli oggetti.

Il vuoto cinetico con il movimento.

Così, nella nostra cultura molti vuoti vengono riempiti a tutti i costi anche con oggetti (e qui uso il sostantivo in senso lato) che non hanno alcuna pregnanza, esistono soltanto per impattare il temutissimo vuoto e interromperne la radianza.

Da appassionata di arte asiatica, in particolare quella proveniente da India e Giappone, mi rendo conto come in quest’ambito il concetto stesso di bellezza sia molto diverso e straniante per chi è avvezzo solo alla contemplazione di opere provenienti dalla cultura classica, come ad esempio l’arte greca e romana. L’arte orientale fa dell’asimmetria e della presenza del vuoto strumenti per creare quel dinamismo così vicino alle manifestazioni della natura, alla danza di prakriti. Sono stati realizzati meravigliosi paraventi giapponesi dove pochissime linee tracciate fanno comparire un orizzonte che si apre sullo spazio immenso, dove la carta emerge nuda senza neanche essere ricoperta di colore, con solo in primo piano il profilo appena accennato di una gru in mezzo alle brume a creare profondità e atmosfera. Oppure le dakini danzanti tanto care alla tradizione tantrica, colte nell’espressione del movimento con il corpo a seguire una sinuosa curva irregolare, nelle sculture e nelle opere pittoriche, in cui ogni parte del corpo vibra partecipe di quell’istante al punto che pare quasi di poterle vedere danzare.

Il vuoto non è vuoto.

Il vuoto non è assenza ma presenza.

Il fatto che non ci sia movimento non vuol dire che la danza sia cessata.

Ecco, me la sono presa proprio larga con questa premessa per parlarvi oggi di una precisa tipologia di studente di balletto particolarmente imbrigliato, incistato nell’ansia da vuoto.

Mi piace molto lavorare sulla coordinazione tra la parte alta e quella bassa del corpo, perché trovo che nel dialogo tra queste due sfere sia custodita una delle chiavi più importanti per una danza coerente, consapevole e gradevole. Mi piace assegnare port de bras specifici per risvegliare o implementare una data capacità che possa poi essere utile per i giri o i salti su cui stiamo lavorando in quel dato periodo. Vedere port de bras ben eseguiti e integrati nel movimento danzato è una rarità e quando accade, di solito, è perché ci si è lavorato a lungo attraverso spiegazioni e infinite ripetizioni.

Quando spiego gli esercizi tutti gli occhi della classe sono puntati alle mie gambe o ai miei piedi, anche quando chiedo specificatamente di fare attenzione ai movimenti della parte superiore non c’è niente da fare, restano ipnotizzati dai piedi in movimento. Quando accennano le sequenze per memorizzarle chiedo loro continuamente di abbozzare le gambe ma di fare bene le braccia, data questa pigrizia atavica nel controllarne il movimento e la reattività ma niente, le braccia si muovono in quella odiosa modalità che io chiamo “port de bras dello shopping” in cui i gomiti sono piegati verso il basso e avambracci e mani accennano movimenti improbabili e insondabili, come se attaccati ai gomiti avessero le buste degli acquisti alla prima giornata di sconti di fine stagione.

Ma l’atteggiamento che più mi irrita si manifesta alla sbarra, quando non assegno port de bras, magari perché voglio più spostare l’attenzione sulla schiena e sviluppare la capacità di mantenere il controllo anche quando non c’è un movimento da eseguire quanto più una posizione da mantenere. Ecco allora l’horror vacui fare il suo ingresso: quel braccio che se ne dovrebbe stare alla seconda per tutta la durata dell’esercizio non ce la fa a resistere, si annoia, si sente in dovere di fare qualcosa ed ecco che la mano va a posarsi laddove magari si sente un dolorino oppure dove si cerca maggior chiarezza nell’azione. I luoghi più gettonati sono il sotto-chiappa o l’inguine. La mano va lì a toccare, palpare, massaggiare o semplicemente si posa a fare un non meglio definito gesto qualsiasi pur di non starsene lì alla seconda. È una cosa che avviene in modo quasi inconscio, forse pensando che poiché apparentemente in quel momento il braccio non ha niente da fare, allora ci si possa prendere una pausa dalla danza.

Ma che tocchi? Che sfiori? A che serve un feedback sensoriale in quel momento quando puoi percepire perfettamente quello che accade dentro e attorno al tuo corpo senza bisogno di usare le mani? Cosa sei, San Tommaso? Abbiamo a disposizione un raffinatissimo dispositivo dper la propriocezione che consente di sentire ogni possibile questione somatica senza bisogno di toccare. Beh, usiamo quello! A rendere la cosa ancora più seccante è il fatto che, solitamente, questo sondaggio con la mano è accompagnato da sguardo fisso allo specchio con testa inclinata con espressione indagatrice, come a dire: “fammi guardare un po’ qui cosa c’è che non riesco a sentire bene”.

Perché non provare a padroneggiare la seconda posizione con quel braccio, anche per un’ora e mezza, maestosa, potente, forte, avvolgente, che è esattamente la sfida che ti ho chiesto di affrontare? Se la facessi fino in fondo, mantenendo la percezione in quell’arto anche senza particolari azioni da fare, controllando al contempo tutti i movimenti negli altri comparti del corpo, lo scopo di questa richiesta ti verrebbe svelato dal corpo stesso.

Consideriamo il silenzio come il tessuto su cui tutti i suoni poggiano. Ci sono musicisti immensi che attraverso le loro composizioni non ci hanno fatto solo ascoltare della bellissima musica ma hanno anche valorizzato il silenzio che sottende a queste note, impregnandole di sublime. Qualche esempio? Chopin o Satie, tanto per citare delle celebrità conosciute da tutti. Far emergere il silenzio attraverso il suono e il suono dal silenzio: già di per sé un’opera d’arte concettuale.

Anche l’assenza di movimento crea un campo pieno di tensione da cui il gesto sorgerà. Continuare a riempire ogni spazio disponibile rende la danza noiosa, monotona, claustrofobica e senza respiro, bisogna imparare a godere anche l’assenza di movimento, a sostenerla con la presenza, comprendendone la profondità perché è quello il tessuto su cui ogni gesto prenderà forma, dalle pieghe e dalla trama.

La prossima volta che sarai alla sbarra e anziché mantenere consapevolezza nel braccio libero ti ritroverai a tastarti il sedere o l’anca, ripensa a questa lettura e riportati in posizione, assaporando l’importanza di quell’arto che -pur senza movimenti da eseguire – manifesta la sua più profonda pregnanza, perfettamente integrato nell’economia del corpo che danza nella sua interezza.

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