Rubriche Setteotto

Lia Courrier: “avete mai riflettuto sui piedi dei danzatori?”

Forse non tutti sanno che (citando la rubrica dell’adorabile Settimana Enigmistica) il piede umano ha una struttura davvero particolare, che in pochi conoscono, decisiva per un corretto appoggio al suolo, nella danza quanto nella vita. I piedi sono un prolungamento del pavimento pelvico, dove troviamo altri due piedi, gli ischi, chiamati anche ‘i piedi del bacino’ in quanto punto in cui poggiamo quando sediamo. Le gambe sono vere e proprie radici, fisiche ed energetiche, che ci connettono alla Terra e offrono una base solida su cui innalzare una struttura che è anche in grado di muoversi. La consapevolezza dell’appoggio plantare è un’abilità fondamentale per essere stabili nel movimento ed avere un buon grounding. Fisico ed energetico.

Il piede umano è un’opera di ingegneria mirabile e complessa, ispirazione per artisti e architetti, che hanno tentato di coglierne i segreti. La peculiarità di cui vorrei parlare oggi è il modo in cui le forze attraversano le ossa del piede, dall’alto verso il basso e vice versa. Normalmente immaginiamo lo scheletro del piede come se ci fosse linearità nelle relazioni tra la caviglia e le dita, ma invece non è così: le prime tre dita ricevono il peso attraverso una strada, mentre le ultime due ne seguono un’altra. Senza entrare troppo nella specifica nomenclatura medica, che renderebbe questa discussione oltremodo noiosa, proverò a spiegare in che modo sorprendente questo avviene.

Innanzitutto immaginatevi le ossa della tibia e del perone come una pinzetta da ghiaccio e l’astragalo, che è l’osso che partecipa all’articolazione della caviglia, come un cubetto di ghiaccio che rotola all’interno della pinza. Il movimento di questa articolazione, quindi, è solo di flesso-estensione. Dall’astragalo, attraverso le numerose ossa presenti nel tarso, una parte della forza si dirige in avanti verso le prime tre ossa metatarsali per poi raggiungere le dita. Un’altra parte del peso, sempre dall’astragalo, che è il punto di ricezione, viene scaricata indietro verso il calcagno e poi da lì, sempre attraverso le ossa del tarso, nuovamente in avanti verso le falangi delle ultime due dita del piede. In alcune tecniche somatiche il primo viene chiamato ‘piede della caviglia’ e il secondo ‘piede del tallone’.

Se osservate lo scheletro di questa parte del corpo, vi renderete conto che il calcagno sporge molto e che la caviglia si trova quasi a metà della pianta del piede. Non è facile rendersene conto perché la massiccia muscolatura che si trova a questo livello, nonché il tendine d’Achille, che ha dimensioni considerevoli, non consentono di intuire le forme che si celano al di sotto. E’ utile ricordare che in stazione eretta il calcagno riceve una buona parte del peso corporeo, anche perché questo osso speciale in qualche modo bilancia la parte posteriore del cranio, che in modo analogo sporge molto all’indietro. La struttura scheletrica è un telaio complesso e dal meravigliosamente bilanciato, e come vedete è impossibile parlare di una sola sua parte senza parlare dell’intero.

Ma torniamo al piede: possiamo ascoltare il ‘piede della caviglia’ premendo con l’alluce al suolo, mentre basterà spingere con le ultime due per osservare la connessione del ‘piede del tallone’. Un buon appoggio plantare dovrebbe distribuirsi sul triangolo formato dalla prima, la quinta testa metatarsale e il calcagno, più le falangi ben distese e allungate. La percentuale di peso ricevuta da ognuna di queste parti cambia costantemente a seconda dell’azione in corso (non dimentichiamoci che il corpo è fatto per muoversi e non per restare fermo come un edificio), e questa variazione diviene radicale nella danza classica, che prevede la costante rotazione esterna delle gambe, in seguito alla quale il calcagno perde un po’ il suo ruolo abituale e quindi il peso si sposta più verso la parte anteriore del piede. Tuttavia il calcagno rimane con un contatto leggero per evitare di sovraccaricare il polpaccio e il tendine d’Achille e per stabilizzare l’appoggio.

A questo punto della discussione, ci tengo a farvi notare che a livello osseo non esiste connessione diretta tra la prima testa metatarsale e il calcagno, ed è qui che entra in gioco la muscolatura, in particolare l’abduttore dell’alluce che, se correttamente attivato, garantisce all’arco plantare sostegno e ampiezza. In en dehors il piede tende a pronare, ossia a cadere rotolando in avanti, appiattendo l’arco. Quando si ruotano eccessivamente i piedi, oltre il limite consentito dalle anche, il rotolamento in avanti è una compensazione che il sistema mette in atto per evitare danni maggiori a carico delle articolazioni superiori, che tuttavia arriveranno comunque per usura, se continueremo in questo atteggiamento scorretto troppo a lungo. Attivare il piede del tallone aiuta a ingaggiare i muscoli supinatori della caviglia, che imprimeranno una forza uguale ed opposta alla tendenza di pronare, stabilizzando l’appoggio, e poi basterà attivare l’abduttore dell’alluce immaginando di avvicinare reciprocamente la prima testa metatarsale e il calcagno, come se volessimo ‘pizzicare’ il pavimento. In questo modo sentirete subito la parte dell’arco attivarsi come una ventosa, e la cupola respirare: uno spazio vitale per la stabilità e per consentire al piede un’adeguata area d’azione.

Questo appoggio, vivo e attivo, donerà stabilità alla danza e completerà l’azione di rotazione esterna dei femori con un’energia proveniente dal suolo, che risale lungo tutta la gamba fino al bacino, rendendo l’en dehors omogeneo su ogni sezione della gamba.

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