La Fille mal gardée: un divertente gioco di equivoci, contrapposizioni e scene di vita rurale

di Elio Zingarelli
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Giovedì 4 maggio, alle ore 20.00, sul palcoscenico del Teatro Costanzi, una coreografia bucolica che celebra un matrimonio d’amore campestre ha entusiasmato il pubblico presente in sala. È il primo luglio 1789 quando La Fille mal gardée va per la prima volta in scena al Gran Théatre di Bordeaux. Ancora tredici giorni e in Francia comincerà la rivoluzione che ci consegnerà un nuovo mondo in parte riflesso dal balletto (essendo la cultura sempre specchio del suo tempo) che continuerà ad entusiasmare le platee d’Europa e d’oltreoceano attestandosi come il più longevo balletto tramandato. Pertanto, necessari sono alcuni brevi cenni storici.

Autore della prima versione del balletto è Jean Bercher, detto Dauberval, discepolo di Noverre che si avvia a una brillante carriera come “Premier danseur demi-caractère”, poi come “Danseur seul”, infine come “Premier danseur noble”. Il suo talento coreografico, contraddistinto da originalità, versatilità, creatività e arguzia, si manifesta nel periodo in cui opera tra Bordeaux e Londra e al quale risale Le Ballet de la paille, ou il n’est qu’un pas du mal au bien (Il balletto della paglia, non c’è che un passo per passare dal male al bene), che nell’edizione londinese del 1791 diventa La Fille mal gardée (La figlia mal custodita). Una rappresentazione raffinata del mondo popolare che Dauberval dipinge con un’inedita sensibilità, per i suoi tempi, funzionale a un’attenzione, a sua volta nuova, per l’uomo e i suoi sentimenti. Se il balletto è rimasto nella memoria per le numerose riproduzioni dei secoli successivi – in particolare quella del 1828 ripresa da Jean-Pierre Aumer su nuova musica di Ferdinand Hérold, che ricavò una partitura ad hoc – è la garbata, ironica e misurata rivisitazione di Frederick Ashton (1960) a contribuire maggiormente alla conoscenza del balletto e al suo riallestimento nei maggiori teatri (Ballet de l’Opéra de Paris nel 2007, balletto del Teatro Michajlovskij nel 2015, il balletto del Teatro Colòn di Buenos Aires che ha ripreso la versione ashtoniana nel 2022, solo per citare i più recenti).

Il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma, diretto da Eleonora Abbagnato, ha presentato questa versione ripresa da Jean-Christophe Lesage, ballett master prima in Spagna e poi a Vienna, con le scene e i costumi di Sir Osbert Lancaster, la musica di Ferdinand Hérold e la direzione musicale di Philip Ellis. Di livello la prova dell’intero corpo di ballo che si è destreggiato con abilità in complesse danze rese ancora più ardue dall’uso dei numerosi elementi scenici previsti dalla coreografia (falcetti, nastri, zoccoli, bastoni). Divertente e ormai iconica, perchè identificativa dell’intero balletto, la scena nell’aia, così esaltata nell’attuale versione inglese di Ashton, in cui gli animali da cortile (un gallo e quattro galline), festeggiano danzando con costumi variopinti e ingombranti l’inizio di una nuova giornata di duro lavoro.

Di riguardo l’interpretazione dei danzatori nelle vesti dei tre personaggi principali. Giuseppe Depalo, nei panni della vecchia vedova Madame Simone, catalizza l’attenzione con i suoi modi rudi, scontrosi, briosi, persuasivi, coniugando abilità tecnica e grande intelligenza interpretativa. Il danzatore risulta sempre autentico nell’ampia parte performativa riservata al suo personaggio, reagendo con prontezza e partecipazione a tutti i piccoli accadimenti inquadrati nel fluire “tranquillo” della vita di villaggio.

La figlia Lise è interpretata dall’Étoile Rebecca Bianchi, che anche in un ruolo comico, forse a lei meno congeniale, incanta per la sua raffinatezza e un lirismo che questa volta si ammanta di toni ingenui, infantili e a tratti maliziosi. Sul palcoscenico, negli assoli e nei passi a due, la danzatrice disegna linea semplici pure ed eleganti che si alternano ai gesti più delicati della sua recitazione incisiva soprattutto nella scena  in cui sogna ad occhi aperti i figli che desidera avere con Colas.

Il giovane contadino è interpretato da Alessio Rezza. Al momento, l’unica Étoile maschile del teatro capitolino sfoggia la sua tecnica proverbiale con eleganza e freschezza, dimostrando quella comicità e scaltrezza velate e mai forzate richieste al suo ruolo.

Da menzionare anche la prova di Walter Maimone nei panni di Alain, sciocco figlio del vecchio Thomas, proprietario di una vigna, a cui la vedova vorrebbe dare in sposa sua figlia organizzando un matrimonio vantaggioso.

Ma le nozze non avranno luogo in quanto l’amore dei due giovani viene fortuitamente scoperto proprio nel momento in cui il notaio sta siglando il contratto del matrimonio, e nello stupore vero e avvolte finto dei partecipanti, è l’amore a trionfare donando al pubblico un festoso e appagante lieto fine.

Un gioco divertente di equivoci, contrapposizioni, scene di vita rurale, è alla base del balletto a sfondo contadino con il quale Ashton, con un’elegante ironia e una vitale creatività, ha voluto omaggiare la natura. E a noi piace pensare che la contemporanea riproposizione del balletto da parte di numerosi ensemble non voglia soltanto celebrare il genio coreografico del suo autore ma indurre il pubblico a una rinnovata sensibilità naturale mediante una comicità efficace e profonda.

Crediti fotografici: Fabrizio Sansoni

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