La danza per Canova: un sollievo e un’esigenza espressiva

di Elio Zingarelli
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In occasione dell’anniversario di nascita di Antonio Canova (Possagno, 1º novembre 1757 – Venezia, 13 ottobre 1822), vogliamo mettere in luce l’importanza che la danza ha per lo scultore amante della musica, del teatro e dello spettacolo tout court.

É interessante capire come Canova attraverso la solidità del marmo riesca a rendere la dinamica della danza che durante il neoclassicismo diventa l’immagine della grazia che nel Laocoonte (1766) Lessing indica come “Bellezza in movimento”.

La danza e la scultura hanno una disciplina ricca di emozioni e di sentimenti di cui la tecnica deve essere un mezzo così come lo è l’eccelso livello di levigatezza della superficie marmorea delle statue di Canova.

Artista poliedrico, lo scultore si atteggia a rappresentare il movimento fisico anche nelle tempere che presentano un aspetto grazioso perché dotate della leggiadria della danza che non significa assenza del corpo ma straordinaria capacità di tradurre in opera d’arte il movimento reale, e per questo la storia dell’arte greca è un terreno a cui attingere con i suoi ideali di armonia, proporzione ed equilibrio fra le varie parti del corpo.

Ma è nelle statue delle danzatrici che Canova  impiega tutto lo sforzo per rendere nel marmo la lievità di un passo di danza. La Danzatrice con le mani sui fianchi (1806-1812) si innalza sulle punte, si volge e solleva con le mani la lunga veste mentre sembra voler richiamare un compagno per unirsi a lei nella danza, affascinato dalla sua seduzione.

La Danzatrice col dito al mento (1809) mostra una figura composta, in un atteggiamento di riflessione, impegnata in un movimento intermedio in cui un piede poggia sul collo del piede opposto. Se nella prima lo scultore coglie il ritmo qui si sofferma sull’espressione della danza.

La Danzatrice con i cembali(1809-1812) appartiene al genere delle Baccanti seppure la sfrenatezza della loro danza qui viene smorzata dalla grazia musicale e dal complesso equilibrio chiastico. La danzatrice si allunga verticalmente con il capo piegato sulla spalla, come per ascoltare sé stessa e insieme la musica. Lo scultore di Possagno scolpisce un’interpretazione della musica, o meglio la musica nella danza.

Ma tutti i movimenti che Canova per anni cerca di immortalare si quietano nelle triplice abbraccio delle Tre Grazie (1812 – 1817). Le tre figure, molto simili tra di loro e con proporzioni perfette, sono mostrate stanti, con le braccia intrecciate che circondano i corpi come in una danza leggera. Sono tre donne che si muovono con una certa naturalezza perché non sono corpi stereotipati, mediati o desiderati da un occhio esterno, ma sono corpi nati per esprimersi autonomamente. Non c’è quel sacrificio che emerge nella rappresentazione corporea della moda, o più in generale, della modernità perché corpi desiderati. Il contatto e le relazioni tattili molto sottili tra le tre figure producono un linguaggio fortemente comunicativo il cui messaggio potrebbe essere “stiamo insieme, abbracciati, per comunicare qualcosa d’importante”.

Le opere del Canova non sono politiche ma per virtù di contrasto sono pienamente calate nel loro contesto di gestazione assai complesso. Insieme alla diffusione del Neoclassicismo, alimentato dalla straordinaria scoperta dei siti archeologici di Ercolano e Pompei, si attesta la turbolenta venuta di Napoleone, la penetrazione della propaganda parigina che in Italia attecchisce soprattutto nella borghesia delle libere professioni e tra gli intellettuali. Ciò conduce lo scultore a fondere insieme l’azione della scultura con l’azione della danza che per lui diviene un antidoto per alleviare i dolori privati e quelli pubblici così come Carlo Blasis, rifacendosi a Ippocrate e in generale alla cultura greca, consiglia la danza come cura alle malattie del corpo e dello spirito.

La Danzatrice con le mai sui fianchi e la Danzatrice col dito al mento sono accomunate dal contrasto tra il soggetto allegro e il delicato e malinconico periodo vissuto dall’artista. Attraverso un’idea di arte sublime, rivoluzionaria e nel contempo democratica perché accessibile, riproducibile e imitabile, lo scultore affida alla danza il compito di condurre ad armonia il caos dell’esistenza e divulgare la bellezza quale dono di cui tutti hanno il diritto e forse il bisogno di godere perché bella è l’anima delle sue danzatrici nella quale Canova riconosce anche il dono dell’amicizia e della gratitudine che comunicano un senso di profondità.

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