Lia Courrier: “Trovo utile responsabilizzare gli allievi in un ruolo attivo, per non farli sentire meri vasi da riempire ma elementi vigili nella relazione che abbiamo instaurato”

di Lia Courrier
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Apro il numero di oggi utilizzando queste prime righe per ringraziare i tanti lettori e lettrici che hanno condiviso e commentato l’articolo di settimana scorsa, nonché le tante persone che mi hanno inviato lunghi messaggi per raccontarmi le proprie storie. Grazie, è stato come ricevere un lungo, caldo abbraccio da tutti voi, un balsamo che ha curato e guarito le antiche ferite.

Mi sento grata e commossa per questa inattesa risposta collettiva, ma allo stesso tempo mi spiace ci sia ancora così tanto sommerso su questo argomento, timore a parlarne per paura delle ritorsioni che potrebbero conseguirne, obbligandosi a percepire come normalità qualcosa che non lo è affatto.

Approfitto dell’occasione quindi per ampliare la discussione, che certo non si può esaurire nelle circa mille parole che misurano il mio spazio a disposizione ma credo che questo argomento, sensibile come tessuto cicatriziale,  meriti una serie di argomentazioni.
Gli allievi di danza spesso non sanno cosa voglia dire avvicinarsi al proprio personale confine in termini di resistenza, mobilità, forza, tensione, esplosività. Di solito si fermano molto prima persino di vederlo, restando ben al di sotto del proprio potenziale. È proprio qui che arriva l’insegnante a spronare lo studente, aiutarlo a spingersi lontano, a camminare fuori dalla famosa “comfort zone”, territorio in cui ci si addentra con reticenza e solo se adeguatamente accompagnati. L’insegnante è la persona che ha già compiuto questo percorso, ha già affrontato il processo e attraverso la sua esperienza può aiutare qualcun altro a realizzare la propria evoluzione.

L’apprendimento della danza è rigoroso, austero, richiede enorme impegno fisico e mentale, di certo non si può affrontare con leggerezza e una mente distratta. Essere severi, incalzare continuamente gli studenti, chiedere sempre di più credo sia non solo utile ma necessario, affinché ogni nuovo traguardo divenga un nuovo punto di partenza. Può essere estenuante a volte (sia per l’allievo che per l’insegnante, ve lo garantisco) ma se si pratica danza con giusto atteggiamento e solida motivazione di certo non dovrebbe spaventare questa continua richiesta di maggior investimento mentale, emotivo, fisico. La danza ci vuole presenti al meglio di noi stessi, non fa sconti, persino quando si è stanchi bisogna imparare a danzare al meglio possibile, il che non vuol dire essere sempre perfetti, la perfezione è una chimera, non esiste, anelare alla perfezione vuol dire solo creare frustrazioni. Si tratta di dare sempre il massimo senza risparmiarsi, compatibilmente con le circostanze.
Questa severità, però, non deve mai essere applicata attraverso metodi che non siano rispettosi della persona. Esiste una linea che non va mai essere superata utilizzando violenza verbale, dileggio, sarcasmo tagliente, umiliazione, per non parlare della violenza fisica (ebbene sì, mi è capitato di assistere ad infortuni provocati da insegnanti che correggevano con troppa veemenza i poveri allievi). Chi usa questi come metodi didattici non è un insegnante, ma una persona che andrebbe denunciata immediatamente, questo deve essere chiaro. Deve essere altrettanto chiaro, però, che la danza richiede una grande autodisciplina e se l’insegnante non è mai soddisfatto (qui parlo di un insegnante equilibrato e risolto come persona) è perché bisogna impegnarsi di più.

Trovo molto utile responsabilizzare gli allievi in un ruolo attivo e non passivo, per non farli sentire meri vasi da riempire ma elementi vigili e reattivi nella relazione che abbiamo instaurato. A lezione faccio continuamente domande sulla tecnica: se ad esempio sto mostrando un arabesque chiedo a loro di nominarlo oppure chiedo ad una persona di spiegare l’esecuzione di un movimento, indicare la posa aerea di un salto, cose così. Questo mantiene viva la loro attenzione perché la domanda potrebbe arrivare in qualunque momento e so che fanno del loro meglio per non farsi trovare impreparati. Inoltre verbalizzare i concetti della tecnica li aiuta a sedimentarli nel corpo e nella mente molto meglio di milioni di ripetizioni da parte mia.

Un’altra cosa che mi piace fare quando assegno la sequenza, se dopo averla spiegata due volte, vedo facce perplesse, è dividerli in piccoli gruppi di due o tre e lasciargli qualche minuto per ricostruire insieme il materiale assegnato. Questo aiuta a focalizzare anche dubbi e domande da fare anziché limitarsi a chiedermi di rispiegare tutto l’esercizio. Quando li vedo che si aiutano e collaborano per risolvere i problemi sono molto orgogliosa di loro.

Ad ogni lezione chiedo di cambiare posto alla sbarra e in centro faccio fare un cambio file ad ogni esercizio. Non mi piace vedere sempre le stesse persone davanti, è giusto che anche i timidi e gli insicuri si prendano la responsabilità di stare davanti e uscire dalla protezione del gruppo.

In questo modo tento di rendere partecipi gli allievi ad ogni istante con approccio inclusivo, non mi è mai piaciuto il concetto di classe frontale in cui si presume che l’energia passi solo in un senso. Poiché mi è stato scritto da una lettrice che i miei articoli vengono percepiti come linee guida per l’insegnamento, ci tengo a precisare però che non ho mai scritto con questo intento nella mente ma solo per condividere idee ed esperienze. Non ho nessuna autorevolezza per scrivere un manuale per l’insegnamento della danza, quello che condivido con voi sono solo idee che magari possono far nascere delle riflessioni ma poi ognuno deve trovare il proprio modo e la propria metodologia. Anche io, del resto, cerco di adattarmi ad ogni singolo allievo e ad ogni classe, che ha delle caratteristiche ben definite e uniche, modificando l’approccio nella speranza di trovare la chiave giusta. Questo può anche voler dire prendere le distanze da un allievo difficile per un po’, ad esempio, che non vuol dire abbandonarlo, ma lasciargli spazio e tempo per trovare sé stesso nella relazione che vuole instaurare con me, mentre rimango in attesa di vedere una breccia da cui è possibile varcare la soglia.

“So di non sapere” è il paradosso socratico che più sento profondamente quando insegno.

Le generazioni cambiano velocemente, la danza si evolve giorno dopo giorno: quali certezze potrei mai avere quando mi metto di fronte ai danzatori di domani? Ciò che sento quando sono al cospetto della classe è solo una grande, enorme responsabilità.

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