Rubriche Setteotto

Lia Courrier: “La carne e l’anima”

Sono andata a visitare la mostra dedicata a Albrecht Durher, qui a Milano.

Al di là dell’inspiegabile tendenza di questi anni, a realizzare installazioni espositive immerse nel buio, al punto che per mezz’ora ci siamo persi mio padre per poi ritrovarlo solo nel bookshop, dove finalmente ci si poteva anche riconoscere, è stata una mostra molto interessante che ci ha dato diversi spunti di riflessione che adesso vado a condividere con voi.

Durher ha viaggiato in Italia, ed è stato ovviamente influenzato da ciò che ha conosciuto, per questo nella mostra erano presenti anche opere di italiani. Tra tutte, quella che più ci è sembrata esemplificativa della diversa relazione che gli esseri umani possono avere con sé stessi e con il divino, a seconda della propria cultura di riferimento, è certamente la tavola intitolata ‘San Gerolamo penitente’, opera incompiuta di Leonardo da Vinci, accanto ad un piccolo dipinto firmato da Durher che rappresenta lo stesso personaggio. Nella visione vinciana il santo appare come un eremita, un mendicante: magrissimo, con il viso trasfigurato dalla sofferenza, coperto solo da un lembo di tessuto, colto nel gesto teatralmente drammatico del braccio che si apre, attraversando orizzontalmente la composizione, mentre con l’altra mano quasi sta per toccarsi il cuore, con lo sguardo rivolto verso l’alto in una espressione di invocazione e abbandono. In questa magnifica tavola mai completata da Leonardo, e forse per questo ancora più potente, data l’assenza di colori e la rudezza delle pennellate, il corpo del santo appare avvizzito, piegato, mortificato dalle austerità che la penitenza richiede e persino il leone, uno dei suoi attributi, è ritratto di spalle, sdraiato a terra, nell’atto di ruggire con la bocca aperta. In quella realizzata da Durher invece l’atmosfera è totalmente differente: Gerolamo se ne sta in una posizione eretta e fiera, avvolto in una stoffa azzurra e rigonfia, perfettamente al centro della composizione, mentre stringe in una mano il testo sacro. Il leone, dietro di lui, vigila sdraiato in una posizione composta con lo sguardo fiero puntato sulla schiena del santo, che mostra un viso concentrato e assorto, ma non ci è dato di intuire il suo pensiero o cosa provi.

Nell’opera di Leonardo da Vinci la visione è antropocentrica, l’uomo è al centro del mondo e quindi i moti dell’anima sono quanto di più rappresentativo della nostra condizione di mortali che possa essere trasferito sulla tela per esprimere la santità. Il divino qui viaggia dall’alto verso il basso, dall’etere scende nella carne, che per natura soffre e prova dolore così come anche l’anima che vuole ricongiungersi alla sua origine divina, quando è intrappolata in un corpo. In quella di Durher invece il posto principale è occupato dal divino,  che pervade ogni cosa e porta l’osservazione ad un altro livello di osservazione, oltre il dolore, al di là delle miserie terrene. Si tratta di una salita verso l’alto, trascendere la carne per ascendere ai cieli.

Due visioni totalmente differenti, due strategie di vita, entrambe possibili.

Credo sia una caratteristica tutta italiana, mediterranea, il piacere a lasciarsi invadere dalle emozioni, porle al centro non già del proprio atto creativo ma anche dell’esistenza stessa. Questo corrisponde al nostro proverbiale essere passionali e carnali, caldi e pieni di drammatico tormento. I nordici invece tendono a mantenere una certa distanza dalle cose, osservano l’esistenza con uno sguardo aulico e distaccato ma non per questo freddo, o meno coinvolto. Si tratta solo di un altro punto di vista.

Riportando tutto questo discorso che ho esposto, che forse vi ha annoiato, al potere espressivo della danza, a quella che ho osservato e a quella che ho interpretato, credo di essere stata molto vicina alla visione di Leonardo per molti anni, finché poi non ho sentito la spinta ad allontanarmi dal desiderio di ritrovarmi sempre in mezzo alle tempeste provocate dai sentimenti. Questo processo mi ha poi portata ad abbracciare le filosofie orientali, nelle quali le emozioni non hanno tutta questa centralità, ma sono semplicemente una manifestazione della nostra parte più terrena e materica. Poi c’è tutto il resto. Questo spostamento di prospettiva, partito essenzialmente come ricerca personale di realizzazione, ha inevitabilmente condizionato e modificato anche il mio gusto in termini di opere artistiche, siano esse coreografiche, pittoriche, cinematografiche o letterarie, poiché se prima ero attratta da tutto ciò che viene creato a partire dall’emozione, oggi riesco ad apprezzare, spesso a preferire, quelle opere che hanno come fulcro l’osservazione. Quando una creazione (e quindi anche il suo autore) prende distanza dal nucleo emotivo del messaggio che vuole raccontarmi, immediatamente si crea uno spazio anche per me che osservo, o interpreto, nel quale è possibile insinuarsi. Grazie a questa distanza ho la possibilità di non essere inondata e invasa dai contenuti emotivi di qualcun altro, concedendomi la possibilità di poter essere anche io parte di ciò che accade, di poter trovare un luogo in cui vibrare nel racconto e divenire partecipativa. Questo agire per sottrazione, l’ho capito solo con il tempo, non vuol dire raffreddare gli animi, ma anzi, creare l’opportunità per una visione lucida e presente. Anche nel lavoro di interprete, mantenersi a debita distanza dalle emozioni permette di creare un canale comunicativo molto più profondo e diretto, puro, senza alcun filtro che condizioni o faccia sentire il pubblico come un ospite indesiderato in un luogo privato.

Oggi è il 23 Settembre 2020

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