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Lia Courrier ci parla di cibo, magrezza e anoressia: il pranzo di Natale

Il Natale si avvicina, una festa che personalmente non amo molto e che mi porta in un clima di finzione misto a malinconia e senso di inutilità. Sono giornate in cui progetto di fare sempre questo e quello e poi alla fine mi rintano a casa a guardare film e a rispondere telegraficamente ai messaggi di auguri. 

Un ricordo in particolare, nella mia esperienza di vita, rende ancora più triste questo periodo dell’anno,  legato agli anni in cui frequentavo la formazione in danza a Milano, e i miei genitori abitavano in Sicilia. Non vedevo l’ora di riabbracciarli, perché avevo solo 16 anni e in quei mesi in cui non ci si vedeva mai, e non ci si sentiva neanche troppo spesso, perché ancora non esisteva la telefonia mobile, mi mancavano molto. La festa, però, era rovinata dall’idea di dover stare senza allenamento e in una situazione in cui non avrei avuto il pieno controllo della mia alimentazione. La mia preoccupazione era quella di ingrassare durante le vacanze perché al mio ritorno sapevo che in sala ci sarebbe stato il solito controllo da parte degli insegnanti, e io ero una di quelle a cui veniva quotidianamente, ad ogni occasione, ripetuto di dimagrire. Per rispondere ai rigidi canoni estetici che mi erano stati imposti, avevo scelto, come tante ragazze che studiano danza, di entrare nel pericoloso tunnel del disturbo alimentare, uccidendomi lentamente con stupidi calcoli delle calorie e privazioni, umiliando il mio splendido corpo, vitale e giovane, facendolo invecchiare precocemente, infliggendogli ferite così profonde che le cicatrici fanno male ancora oggi, mentre scrivo. 

Chi, come me, viene da quelle meravigliose terre che fanno parte del sud del nostro paese, sa anche quale sia il concetto di pranzo natalizio o cenone di capodanno: le nonne e le zie che spignattano per giorni, un profumo di manicaretti in casa che stuzzica i succhi gastrici, e rende una vera tortura dover aspettare che tutto sia pronto per potersi rimpinzare. Io me ne stavo in queste riunioni, colorate e folcloristiche, avvolta dentro ad una nuvola nera, arrabbiata per l’impossibilità di poter partecipare alla festa, e per dover spiegare a tutti perché non potevo condividere con loro quei meravigliosi piatti preparati con tanto impegno. Non capivano il motivo di quella mia ostinazione, in fondo cosa poteva significare sgarrare per un solo giorno? Più mi dicevano così più morivo di fame, ma non osavo toccare nulla. La fame è stata la costante in quegli anni, finché poi non mi sono vista costretta ad agire diversamente, altrimenti credo proprio che non sarei qui a raccontarvi questa storia. Una delle tante come questa, che popolano il mondo della danza. 

Dall’anoressia poi sono passata alla bulimia. Da allora il mio corpo non è più lo stesso che ricordavo prima della malattia, ho perso la mia tonicità, il mio metabolismo e il mio apparato gastrointestinale non funzionano più molto bene. Ma sono viva e questo mi rende euforica e felice. Altri percorsi poi mi hanno aiutata a recuperare anche gli aspetti più sottili legati all’emotività e quindi mi considero una delle fortunate che sono riuscite a uscirne e a riappropriarsi di sé stesse. Un bellissimo e sudatissimo traguardo. 

Ho voluto raccontare di questa mia caduta negli inferi, perché purtroppo vedo storie come la mia passarmi accanto, ancora oggi, sfiorarmi silenziose, davanti alle quali non oso dire nulla, ma sento, percepisco quella nuvola nera, la riconosco e questo mi rattrista molto. Siamo quasi nel 2018 e il problema legato al disturbo alimentare è ancora molto presente nell’ambiente della danza, e purtroppo ancora in modo silente. Si fa fatica a parlarne, perché il disturbo alimentare porta con sé dolore e quindi è molto più facile far finta che non esista, del resto tutti si aspettano che le ballerine siano magre, quindi perché parlarne? Sui testi di psicologia l’anoressia legata al lavoro di ballerine e di modelle è in un capitolo a parte poiché le ragioni che stanno alla base di questo tipo di disturbo sono diverse rispetto a chi non fa questi mestieri e ne soffre. In italia e in Russia, in particolare, pare proprio che il gusto estetico non preveda un limite alla magrezza delle ballerine: più sei magra e meglio è.  Dalle ampie gonne dei tutù escono quelle gambe così ossute e nervose che onestamente a volte provo disagio. Non trovo armonia in quei corpi, ne percepisco la tensione e la sofferenza, persino la danza che eseguono spesso diviene ugualmente spigolosa e appuntita. 

Quando guardo, ad esempio, le ballerine americane, tutt’altro che in sovrappeso, con i loro fisici atletici, armoniosi, soprattutto femminili, con quella morbidezza che rende la danza più calda, avvolgente e sensuale, il mio cuore respira ed esulta, perché la danza per me è sempre stata la massima espressione della  gioia di vivere, una celebrazione della gratitudine di essere qui, a fare la nostra esperienza in questo mondo, con un corpo in grado di muoversi meravigliosamente. Almeno….così è stato finché non mi sono addentrata in questo percorso di morte, poiché da quel momento, e per molto tempo a venire, la danza è diventata per me una nemica da sfidare, da odiare, da detestare.  

Racconto la mia storia per poterle idealmente raccontarle tutte, perché sono sorelle. Io non sono nessuno, non sono diventata famosa, non ho vinto la mia sfida col palcoscenico, perché ne sono rimasta sopraffatta, non ho una carriera esemplare, ma forse il solo fatto di parlarne farà sentire meno sole le persone che in questo momento stanno conducendo questa difficile battaglia. A loro dico: non ne vale la pena. Se la danza non è più motivo di gioia, allora è giunto il momento di prendervi cura di voi stessi, e non di lei. 

Oggi è il 25 Settembre 2020

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