Tra i titoli di danza della 37ª edizione del Ravenna Festival ha spiccato, lo scorso 25 giugno, il gala dello Youth America Grand Prix, ospitato in un Pala De André gremito di appassionati, curiosi e talent scout provenienti da tutto il mondo, come da tradizione per questa manifestazione.
Nato nel 1999 da un’idea di Larissa Saveliev, lo YAGP è passato dall’essere un progetto pilota a diventare il più importante concorso internazionale “network” dedicato ai giovani talenti della danza. Negli ultimi anni ha consolidato la propria presenza anche in Italia – dal Festival di Nervi al Teatro Sociale di Como, fino al Castello Sforzesco di Milano e al Teatro Comunale di Vicenza – affiancando inoltre una versione europea, lo YAGP Europe. Il suo punto di forza resta l’assegnazione di un elevato numero di borse di studio ai danzatori under 20, attribuite esclusivamente in base al merito e all’interesse.
Da qualche stagione, alla consueta settimana di masterclass e selezioni si affianca il grande gala Stars of Today meet Stars of Tomorrow, formula ormai consolidata che riunisce alumni dello YAGP, grandi interpreti internazionali e giovanissimi talenti in una serata che alterna repertorio classico, creazioni contemporanee e pezzi più vicini alla dimensione concorsuale. Uno show all’americana per alcuni, un grande spettacolo per molti: una formula vincente che continua a richiamare un pubblico sempre più numeroso.

Conclusa la settimana di masterclass ospitata dal Teatro Alighieri, il gala è tornato dunque al centro del Ravenna Festival con il titolo che descrive perfettamente il senso dell’evento. Per questa edizione gli ospiti erano Polina Semionova, Martin ten Kortenaar e David Motta Soares del Balletto di Berlino, Maria Khoreva e Jeon Minchul del Mariinskij di San Pietroburgo, Adji Cissoko dell’Alonzo King LINES Ballet e il freelance toscano Nnamdi Nwagwu.
Dopo l’elegante Grand Défilé in stile francese sulle musiche di Tchaikovsky, che ha visto esibirsi tutti i giovani selezionati durante le masterclass, le stelle ospiti si sono alternate ai talenti emergenti in una successione di assoli e passi a due.
Il ventiduenne toscano Nnamdi Nwagwu, oggi di base a Rotterdam, ha presentato due assoli molto diversi tra loro. Nel primo, Tito!, su musica di Rodrigo y Gabriela e con coreografia dello stesso interprete, emerge con chiarezza il suo linguaggio personale, costruito tra Gaga, improvvisazione e suggestioni della grande danza afroamericana, da Alvin Ailey in poi, in un flusso continuo di corse, salti e movimenti percossi. Di tutt’altro registro Wir Sagen Uns Dunkles di Marco Goecke, proposto per la prima volta su una versione al pianoforte di Loud Like Love dei Placebo: un lavoro minimale, quasi espressionista, nel quale Nwagwu dimostra una notevole capacità di assorbire il vocabolario di un altro autore, instaurando un rapporto intimo con lo spettatore.
Polina Semionova è tornata in Italia insieme a Martin ten Kortenaar proponendo On the Nature of Daylight di David Dawson, su musica di Max Richter. Un momento di intensa poesia, costruito attraverso i candidi lift e le architetture aeree tipiche del coreografo inglese, preludio al passo a due finale da Onegin di John Cranko. Semionova conferma la propria straordinaria affinità con il ruolo di Tat’jana: intensa, rassegnata, elegante, restituisce con misura tutto il tormento del personaggio.
La vera rivelazione della serata è stata però Adji Cissoko in Where Is There Love? di Alonzo King: tecnica solidissima, presenza scenica magnetica e qualità interpretative di assoluto rilievo.

Graditissimo ritorno anche per Maria Khoreva, ormai presenza fissa del gala. Reduce dalle recite di Caravaggio di Mauro Bigonzetti al Teatro Massimo di Palermo accanto a Roberto Bolle, la giovane stella del Mariinskij è arrivata a Ravenna per affrontare due celebri passi a due del repertorio classico. Nel Cigno Nero, accanto all’elegantissimo Jeon Minchul, impeccabile sotto il profilo tecnico, conquista immediatamente il pubblico. Sempre più amata anche dagli spettatori italiani, oltre che seguitissima sui social, Khoreva continua a suscitare discussioni tra i puristi, che rilevano un progressivo allontanamento dal tradizionale “stile Kirov”. Rimane tuttavia uno degli esempi più evidenti del dialogo oggi possibile tra scuola russa e sensibilità occidentale.
Nel conclusivo passo a due dal Don Chisciotte, danzato con David Motta Soares, Khoreva lascia intravedere qualche segno di stanchezza, mentre il partner calibra con intelligenza i virtuosismi e i manierismi della ballerina, restituendo una lettura di un grande classico che richiama inevitabilmente alla memoria dei più appassionati le leggendarie interpretazioni di Maximova e Vasiliev.
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