Serata Forsythe/The Blake Works è tornata al Teatro alla Scala di Milano a due anni dal debutto come Blake Works V. Di fatto, lo stesso programma: tre creazioni non narrative di William Forsythe, il coreografo americano – oggi probabilmente il più colto e autorevole coreografo freelance – che continua a rigenerarsi artisticamente come pochi altri. Dopo una formazione statunitense tra il Joffrey Ballet e l’American Ballet Theatre, Forsythe si stabilì in Germania nel 1973: prima al Balletto di Stoccarda su invito del fondatore John Cranko, poi, dieci anni più tardi, a Francoforte. Colpisce come, proprio nella città della Scuola di Francoforte – da Adorno a Horkheimer, da Pollock a Benjamin e Marcuse – luogo di una critica feroce alla modernità capitalistica prima dell’esilio forzato negli Stati Uniti, qualcuno abbia compiuto sessant’anni dopo il percorso inverso: l’America abbandonata per trovare pieno compimento artistico in un’Europa ormai pienamente postmoderna.

Il programma milanese corona appunto in un trittico il lavoro di Forsythe sulle musiche del britannico James Blake. L’apertura è affidata al cupo Prologue, creato due anni fa per la compagnia scaligera. Segue The Barre Project, consegnato durante la pandemia e distribuito poi su piattaforma streaming. Una sorta di “sbarra sospesa”: l’elemento fondativo di ogni danzatore, un rito laico dell’allenamento e dello studio, qui trasformato in un’esperienza scenica un po’ astratta. Qualcuno ha letto in questa sezione, immersa in una scatola nera, una veglia funebre per l’intera storia del balletto: in realtà, sembra più un’intelligente sequenza non di “battles” di strada ma di diverse cadenze accademiche, ritmate nel pantheon stesso del balletto. La perla della serata rimane comunque Blake Works I, creato nel 2016 per il Balletto dell’Opéra di Parigi e allestito alla Scala per la prima volta due anni fa: un omaggio concettuale alla Scuola Francese, in un’estetica minimalista intrisa di richiami balanchiniani. I body e le tutine evocano l’azzurro di Serenade, mentre gli assiemi rimandano ai grandi balletti concertanti di George Balanchine. Qui il corpo di ballo scaligero si dimostra abile nel mutare registro stilistico lungo la suite tratta dall’album The Colour In Anything di Blake. Autoironico, provocatore, citazionista e innovatore, Forsythe orchestra una filigrana coerente, capace di trattenere lo spettatore in una visione caleidoscopica di pura danza.

Le scelte dei due cast che si alternano nelle sette recite risultano nel complesso soddisfacenti. Domenico Di Cristo con il suo poetico assolo che chiude The Prologue offre un momento di intimistica sospensione prima della proiezione che introduce The Barre Project: con un’energia calibrata e un controllo notevole degli equilibri. Linda Giubelli non delude nei virtuosismi alla sbarra, così come Maria Celeste Losa e Gioacchino Starace nel pulsante passo a due elettronico centrale. Menzione speciale a Navrin Turnbull nell’assolo da Two Men Down: si lascia conquistare dagli accenti musicali e crea un divertissement sospeso tra spazio e tempo.

Nel danzare Forsythe, ogni interprete sembra davvero poter spingersi oltrei propri limiti, scoprendo che la tecnica accademica è soltanto il punto di partenza per un altrove possibile. La cifra distintiva di Forsythe nei suoi Blake Works resta l’uso di un vocabolario classico – sequenze e legazioni nate dalla tradizione del balletto e spinte ai limiti della sua stessa struttura – che egli è spesso solito traslare su musiche contemporanee, pop o elettroniche. Ne è questo il caso. E non va dimenticato che nella sua carriera ha lavorato con pari efficacia anche su partiture barocche e classiche. Parlare di “Metodo Forsythe” è improprio: non più postclassico, ma “endoclassico”, come ama definirsi negli ultimi anni. Se è quindi vero che il coreografo ha oltrepassato la sua fase post-classica, oggi sembra essersi addentrato nel proprio multiverso mentale, decostruendo e riedificando il balletto secondo regole che egli stesso determina, smontando e riutilizzando il suo repertorio con assoluta libertà, grinta e ironia.

I danzatori si muovono con la sola “gioia di ballare”, attingendo a ciò che è inscritto nei loro corpi attraverso la loro formazione accademica. Off-balance calibrati, linee quasi geometriche, serie di piccoli salti micidiali, pochi lift, canoni che emergono e scompaiono, assoli che diventano duetti, passi a tre e talvolta a quattro nel giro di poche frasi musicali: una partitura in costante mutazione. Forsythe resta un intellettuale della scena, e la sua attitudine era già chiara nei lavori dei primi anni Ottanta, soprattutto durante la ventennale direzione del Balletto di Francoforte (1984–2004). In lui sopravvive un “vigore metropolitano”: sotto la sua spinta, il balletto a cavallo tra XX e XXI secolo – da medium orizzontale e scorrevole qual era – sembra farsi verticale, come i grattacieli che ridefiniscono lo skyline di città antiche ma proiettate verso l’inevitabile slancio del futuro.
Foto Brescia e Amisano

