Interviste

Vita da artista in lockdown: Giuseppe Verzicco

Tra Dpcm e attese di dirette streaming di Conte l’attenzione è sempre stata tutta rivolta (giustamente) verso il futuro della cultura del nostro Paese.

Ma ci siamo dimenticati dei veri protagonisti dello spettacolo: gli aristi.

Come stanno i performer del teatro italiano?

Lo scorso 28 febbraio (al tempo del primo lockdown) avrebbe dovuto riprendere le repliche di “Singing in the rain” al Teatro Nazionale di Milano, oggi Giuseppe Verzicco (il Gene Kelly di casa nostra) ci racconta la sua esperienza da artista in lockdown.

Da performer come hai vissuto e stai vivendo questo periodo di chiusura del teatro?

La domanda “come stiamo noi artisti” purtroppo credo che nessuno ce l’abbia ancora fatta perché forse la risposta la si conosce già: non stiamo bene. È ovvio che ci siano situazioni molto più drammatiche e molto più tristi in questo momento legate alla pandemia che stiamo vivendo, quindi all’interno di tutto questo discorso sicuramente continuiamo ad essere dei privilegiati, delle persone che nella loro vita hanno cercato di fare il lavoro che sognavano di fare. Però sta di fatto che adesso questo lavoro – che comunque è un lavoro a tutti gli effetti per tantissime persone, che non sono soltanto gli artisti ma anche tutto il reparto tecnico – non c’è più perché non abbiamo proprio la possibilità di poterlo fare. Ognuno di noi prova a continuare a tenersi occupato in qualche modo, chi da casa, chi attraverso delle lezioni online con insegnanti che vengono da varie parti d’Italia… ma purtroppo tante persone, soprattutto giovani che non avevano ancora avuto l’opportunità di fare qualche lavoro, hanno dovuto lasciare Roma o Milano e tornare dalle loro famiglie per risparmiare (si sa, gli affitti a Milano costano tanto) e provano il più possibile a fare attività in casa, disturbando ovviamente condomini e famiglie. Diciamocelo, i performer italiani di musical sono un po’ ingombranti e fastidiosi tra canto, vocalizzi, allenamenti, workout, lezioni di classico, ecc…

Crediti fotografici: Luca Vantusso

Al momento del primo lockdown eri in scena con “Singing in the rain”: che impatto hanno subito a livello economico spettacoli già avviati o prossimi al debutto?

Sì, noi avevamo terminato le repliche di “Singing in the rain” a gennaio, poi c’è stato il grosso dramma (ormai passato in secondo piano) del fallimento di “Mary Poppins “, un dramma importante non solo per le persone che facevano parte del cast ma per tutto il comparto del musical italiano. Si è quindi pensato di riproporre “Singing in the rain” al Nazionale per altri 15 giorni, eravamo pronti a ricominciare anche con solo qualche giorno di prova ma siamo stati interrotti dalla pandemia.
È stato un dramma gigantesco, purtroppo molti avevano già bloccato delle case, perché la maggior parte delle persone del cast non era di Milano quindi hanno dovuto spendere dei soldi nonostante fosse stato tutto cancellato. Non voglio entrare troppo nell’aspetto tecnico perché non è stato positivo, non avevamo ancora iniziato nemmeno un giorno di prove e il contratto si è concluso senza essere mai iniziato, e questo fa un po’ parte di tutte le problematiche legate al nostro lavoro.
Quando uno spettacolo si chiude per una motivazione così grave non è colpa di nessuno, ma oltre a perderci dei soldi noi artisti perdiamo anche tante altre opportunità di lavoro che nel frattempo si erano presentate. Non tutti hanno la possibilità di scegliere su quale ingaggio ripiegare, e quindi poi quando scegli la cosa sbagliata ne risenti due volte e ti senti in colpa.
Ci siamo ritrovati un po’ tutti quanti spiazzati.

A livello legislativo, in Italia, cosa è mancato e continua a mancare da parte delle istituzioni per quanto riguarda il settore teatrale privato?

Manca l’interesse. C’è un grosso numero di artisti italiani (e in generale il popolo italiano) che fa veramente molto poco per far sì che la propria situazione lavorativa possa migliorare. Non è soltanto facendo polemica sui social che le cose cambiano, bisogna lavorare per trovare una soluzione.
C’è un’associazione in Italia che si chiama “Unita” (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo n.d.r) che sta cercando, attraverso gli attori italiani più importanti, di farsi valere. Noi come performer italiani possiamo fare veramente molto poco, abbiamo un pubblico molto ristretto, quindi non possiamo fare qualcosa di veramente concreto tranne non accettare delle situazioni lavorative sgradevoli o contratti di qualsiasi genere.
Spesso ho avuto discussioni con dei miei colleghi: se le cose non vanno bene e tu non fai niente per far sì che queste cambino, allora non ti puoi lamentare.

Colgo l’occasione per invitare tutti i miei colleghi ad iscriversi ad Unita, per qualsiasi informazione ecco il link dove troverete tutte le risposte: https://www.associazioneunita.it/iscriviti/

Cosa ti manca di più del tuo lavoro (stipendio a parte, si intende)?

Questa è una domanda facilissima: la mia routine. Io avevo delle abitudini completamente diverse fino al 23 febbraio (giorno del mio compleanno, tra l’altro), e da quel momento sono stato sempre concentrato sul trovare cose da fare, lavori e da studiare.
Avevo le mie lezioni settimanali, gli incontri con la mia insegnante di canto, le canzoni da studiare o analizzare le proposte degli spettacoli che poi si sarebbero dovuti fare nella stagione successiva e questo, da un giorno all’altro, è stato completamente azzerato. La vita e i meccanismi quotidiani che avevo avuto per 14 anni non c’erano più.
Poi noi artisti siamo bravi a cambiare, modificare, molti di noi sono stati fortunati quest’estate ad andare in villaggio a lavorare, io invece mi sono trovato a fare un altro lavoro. Ho lavorato per una grossa azienda di conserve di pomodoro come operaio e ho scoperto questo nuovo mondo che mi ha dato sostentamento per tre mesi. Immagina le riflessioni anche durante il lavoro quotidiano… non è semplice, non è affatto semplice.

Che ne sarà del Musical italiano?

Non ne ho la più pallida idea. Io credo che continuerà, ovviamente ci sarà una grossa selezione dal punto di vista delle produzioni perché coloro che si potranno permettere di ripartire non saranno tantissimi. E purtroppo ci sarà una selezione anche dal punto di vista degli artisti, non tutti potranno lavorare come prima. È questa la mia grande paura perché vorrà dire che ci saranno una grandissima concorrenza e delle paghe molto più basse rispetto a prima, sarà una guerra tra poveri.
Chi produce non avrà budget a sufficienza da potersi permettere dei livelli alti, dei grossi investimenti, e quindi si dovrà in qualche modo organizzare e chi ne risentirà maggiormente sarà la parte tecnico artistica.
Ci vorrà tanto coraggio nel dire “NO” e non consentire a quelle produzioni di partire perché, secondo me, dovranno farlo solo quelli che veramente se lo possono permettere per dare al pubblico un prodotto di qualità, con artisti di qualità, che in questo periodo hanno investito il loro tempo facendo dei grandissimi sacrifici nell’allenarsi costantemente a casa.
Però purtroppo non credo che succederà.

Tu hai collaborato con la piattaforma OnDance di Roberto Bolle per il musical, che esperienza è stata?

Inutile dirti che è stata un’esperienza bellissima, non mi sarei mai aspettato di essere contattato da Roberto Bolle per fare delle lezioni sulla sua piattaforma, non avrei mai immaginato di poter parlare e progettare con lui.
In quei giorni sono stato veramente molto felice, ero di nuovo molto carico. Anche quando io e la mia compagna Federica Capra siamo stati ricontattati per delle lezioni in presenza a Milano a settembre è stato veramente molto bello, e spero che in futuro si possa replicare.

Hai un appello per le istituzioni o vuoi dire qualcosa ai tuoi colleghi?

Quello che io mi auguro e spero veramente dal profondo del cuore è che si torni il prima possibile a a far sì che il nostro lavoro possa portare felicità, gioia, spensieratezza e leggerezza nelle menti del nostro pubblico. Poi spero che tutti i giovani, i miei colleghi rinomati, famosi e non, nel leggere questa intervista possano ricordarsi di questo momento per comprendere che domani, quando torneremo sul palcoscenico, non dovremo accettare qualsiasi cosa. Questo è un augurio che mi faccio, spero che le persone riescano ad informarsi di più sul proprio mestiere dal punto di vista legislativo per tutelarci di più.
E poi studiate, studiate, studiate, a casa, continuate a fare tanto classico, una sbarra si può sempre fare.

Oggi è il 23 Novembre 2020

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