C’è qualcosa di profondamente commovente nel vedere nel 2026 Excelsior della Carlo Colla & Figli. Non soltanto perché si assiste a un capolavoro della tradizione marionettistica italiana, ma perché ci si trova davanti a una domanda che attraversa più di un secolo di storia: che fine ha fatto la fiducia nel progresso?
Fin dall’inizio dello spettacolo viene proposta una dualità netta: Luce e Oscurantismo, civiltà e barbarie. È la stessa tensione che animava il celebre “gran ballo storico” ideato da Luigi Manzotti con musiche di Romualdo Marenco e presentato per la prima volta al Teatro alla Scala nel 1881. L’Europa della seconda rivoluzione industriale celebrava se stessa e le proprie conquiste: il traforo del Moncenisio, il Canale di Suez, il battello a vapore, la tecnica, la scienza. Il mondo sembrava destinato a migliorare in modo inevitabile.
Quando nel 1895 la Carlo Colla & Figli porta Excelsior nel repertorio delle marionette, quel sogno positivista viene miniaturizzato senza perdere nulla della sua ambizione. Anzi. La riduzione di scala produce un effetto sorprendente: tutto è piccolo, ma nulla appare diminuito. È una miniatura opulenta. Ogni fondale, ogni costume, ogni movimento è costruito con una ricchezza di dettagli che trasforma il palcoscenico in una sorta di universo concentrato.
A un certo punto mi sono detto: «Non pensavo che le marionette potessero fare tutto questo». Le marionette danzano, combattono, sfilano, costruiscono ponti simbolici tra continenti e popoli. Eppure il vero miracolo di Excelsior non è tecnico. È filosofico.
Molti anni dopo la nascita del balletto, il teorico del teatro Edward Gordon Craig avrebbe immaginato la figura della “Über-marionette”, la super-marionetta: non tanto un pupazzo, quanto un ideale scenico capace di superare i limiti dell’attore umano, troppo esposto alle passioni, agli incidenti e alle contraddizioni della vita reale. Craig vedeva nella marionetta una forma di purezza teatrale, un essere che può incarnare un’idea senza tradirla.
Forse è proprio questo il segreto di Excelsior.
Le marionette possono continuare a credere nel progresso perché non hanno dovuto attraversare il Novecento. Possono proclamare la fratellanza universale senza essere smentite dalle trincee, dai bombardamenti nucleari. Come osservava Eugenio Monti Colla, la marionetta può sostenere questi ideali senza precipitare nella terribile realtà degli eventi storici. E tuttavia lo spettacolo non appare ingenuo.
Dopo l’apertura del traforo tra Francia e Italia, si sente proclamare: «Ora l’Europa è più vicina»: il pubblico contemporaneo non può fare a meno di ascoltare quelle parole con orecchie diverse. L’Europa di oggi è attraversata da tensioni politiche, nazionalismi, conflitti ai propri confini e profonde disuguaglianze economiche. Eppure quell’antica frase ottocentesca conserva una forza sorprendente.
Lo stesso accade quando viene evocata l’idea dei «popoli uniti nel dialogo e nella concordia». Per un attimo sembra di ascoltare non una reliquia del passato, ma una necessità del presente.
E poi il gran finale.
«La storia dell’umanità ci insegna che lo spettro delle tenebre è sempre in agguato».
Qui Excelsior smette definitivamente di essere una celebrazione ottocentesca e diventa qualcosa di più complesso. Perché lo “spettro” evocato dalla battuta richiama inevitabilmente alla memoria un altro: «Uno spettro si aggira per l’Europa…», l’incipit del Manifesto di Marx ed Engels. Quello era lo spettro del comunismo, qui è il ritorno dell’oscurantismo.
E la domanda diventa inevitabile: se delle marionette riescono ancora a credere nella luce, perché noi facciamo tanta fatica?
La risposta arriva forse nel momento più emozionante dello spettacolo. Lo sguardo non si concentra più soltanto sulle figure di legno, ma su coloro che le animano. Ora la danza è completa e completata. I loro corpi sono intenzionalmente e tensivamente impegnati. È un’immagine di straordinaria poesia.
Da una parte il pupazzo, dall’altra il suo artefice. Movimento e la sua origine. Illusione e lavoro. Sogno e fatica. È allora che il teatro rivela il proprio segreto: non è la perfezione dell’automa a emozionare, ma l’energia umana necessaria per generarla.
Forse è questa la vera lezione di Excelsior. Il progresso non è un destino garantito dalla storia. Non avanza da solo. Ha bisogno di essere continuamente mosso, sostenuto, guidato. Esattamente come una marionetta.
Peccato soltanto per la sala semivuota. Perché raramente capita di assistere a uno spettacolo così capace di parlare contemporaneamente del 1881, del Novecento e del nostro presente.

