Trittico (quasi) Balanchine al San Carlo: al via “l’era Zanella”

La recensione di Soirée Balanchine del 28 aprile al San Carlo

di Mattia Guerrini
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Dopo i trittici presentati nel mese di marzo al Teatro alla Scala e al Teatro dell’Opera di Roma, anche il Teatro di San Carlo propone, dal 28 aprile al 3 maggio 2026, una propria serata tripartita. Qui si fa riferimento alla prima recita del 28 aprile, che ha segnato anche l’inizio ufficiale della direzione di Renato Zanella alla guida del corpo di ballo napoletano.

Il titolo scelto, Soirée Balanchine, appare in realtà riduttivo: del grande coreografo americano George Balanchine è presente soltanto Serenade, affiancato da Black Cake di Hans van Manen e dalla Sinfonia n.7 di Uwe Scholz. Eppure, proprio questa eterogeneità costruisce un trittico efficace, basato su una semplicità solo apparente, che trova equilibrio nell’accostamento di tre balletti non narrativi del Novecento, molto diversi ma sorprendentemente coesi.

L’apertura è affidata a Serenade (1934), manifesto del neoclassicismo coreografico. Il balletto di George Balanchine, costruito originariamente sugli allievi della School of American Ballet e permeato da una poetica “di studio”, conserva intatta la sua forza evocativa. La struttura geometrica, gli ingressi “imprevisti”, le dinamiche interne al gruppo emergono con chiarezza, nonostante alcune imprecisioni nelle linee e nelle formazioni. La troupe del San Carlo dimostra comunque una buona comprensione dello stile balanchiniano, restituendone musicalità e respiro, già evidenti nell’immagine iniziale – le ballerine in sesta posizione con il braccio destro sollevato verso l’infinto. Gli étoiles Alessandro Staiano e Anna Chiara Amirante – la “royal couple” sancarliana – affrontano con sicurezza il passo a due del valzer e conducono una prova corretta anche nell’interpretazione, inserendosi con naturalezza nel tessuto coreografico rimontato per il San Carlo da Soimita Lupu.

Con Black Cake (1989), si cambia radicalmente registro e si entra nel mondo ironico e raffinato di Hans van Manen, scomparso lo scorso dicembre a 93 anni. Il titolo – “torta nera” – allude a una stratificazione di linguaggi e suggestioni: su musiche di autori diversi, tra cui ancora Čajkovskij, Mascagni e Massenet, la coreografia attraversa e rielabora il vocabolario accademico in chiave modernista. Il risultato è un lavoro che alterna umorismo, riflessione ed energia collettiva. Il corpo di ballo appare qui visibilmente coinvolto e divertito, qualità che contribuisce alla riuscita del pezzo. Ogni interprete sembra trovare uno spazio personale all’interno della struttura, rendendo evidente quella pluralità di registri emotivi che costituisce il cuore dell’opera.

La vera rivelazione della serata è però la Sinfonia n.7 di Uwe Scholz, presentata per la prima volta in Italia. Scholz, figura centrale della coreografia tedesca e direttore del Balletto di Lipsia fino alla sua scomparsa nel 2004, è oggi oggetto di una lenta ma meritatissima riscoperta. Creato nel 1991 per il Balletto di Stoccarda, questo balletto si configura come una vera trasposizione coreografica della struttura sinfonica di Ludwig van Beethoven: sequenze che si ripetono e si amplificano, coinvolgendo un numero crescente di danzatori. La scena, interamente bianca e delimitata da quinte laterali rigate di diversi colori, diventa lo spazio da cui sembra sprigionarsi la danza stessa. I costumi, body aderenti, accentuano la fisicità e la tensione del movimento. La difficoltà tecnica è estrema: imponenti grandi salti per gli uomini, rischiosi lift, prese complesse, equilibri e spaccate si susseguono senza tregua. Nonostante qualche caduta e scivolamento, la compagnia mantiene compattezza e determinazione, portando a termine una prova impegnativa senza perdere coesione, soprattutto con l’orchestra, diretta impeccabilmente da Paul Connelly. Il giovane Daniele Di Donato insieme a Stanislao Capissi sorprendono nelle eleganti legazioni di salti, mentre l’étoile Luisa Ieluzzi raggiunge nell’allegretto un carisma avvenente ed elegantissimo.

Nel complesso, il trittico funziona proprio grazie ai suoi contrasti: dal lirismo astratto di Balanchine alla teatralità intelligente di van Manen, fino alla monumentalità sinfonica di Scholz. Una serata che evidenzia la versatilità della compagnia e ne conferma la crescita, già avviata sotto le precedenti direzioni di Giuseppe Picone e Clotilde Vayer.

Con l’arrivo di Zanella e sotto la neo sovrintendenza di Fulvio Macciardi, si percepisce l’inizio di una nuova fase: più ambiziosa, più aperta al repertorio internazionale, più consapevole delle proprie potenzialità. Il gesto finale delle rose rosse lanciate al pubblico suggella simbolicamente questo nuovo inizio.

Un debutto che, pur non privo di imperfezioni, lascia intravedere prospettive incoraggianti per il futuro del Balletto del San Carlo.

Foto di Luciano Romano / Teatro di San Carlo

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