The Young Dreamers al Teatro Franco Parenti

di Elio Zingarelli
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Nell’ambito del progetto #YoungDreamers 2026 al Teatro Franco Parenti, i tre lavori MAN, Coppia umana 174 x 155 cm e Cane nero sembrano convergere verso una stessa domanda: come entrare davvero in relazione con l’altro senza annullarlo o dominarlo? C’è una tensione costante verso qualcosa che eccede l’esperienza quotidiana: una dimensione intima e spirituale che non appartiene alla religione, ma nasce dall’ascolto, dalla vulnerabilità e dalla presenza reciproca.

MAN di Alessandro Florio e Maksym Petrashchuk affronta la mascolinità senza proclami teorici, scegliendo invece la concretezza della carne e dello scontro. I due danzatori si presentano come pugili: si studiano, si provocano, combattono. La boxe, oltre lo sport, diventa un linguaggio ancestrale, un codice attraverso cui il maschile ha spesso costruito la propria identità. Sul fondo della scena, il tubo al neon rosso appare come una ferita luminosa, una linea di sangue che attraversa l’intera coreografia.

I performer sciolgono le bende che avvolgono le mani e forse coprono le stimmate, tracce di un combattimento reale o simbolico. Non è necessario scegliere una sola interpretazione: quelle ferite mostrano il prezzo pagato per aderire a un modello di virilità muscolare, fondato sulla forza e sul controllo. Il combattimento allora si trasforma progressivamente in riconoscimento reciproco. L’approdo finale, con l’abbraccio dei due corpi nudi, non appare come una riconciliazione pacificata, ma come una resa comune alla fragilità. Spogliati di ogni ruolo, i due uomini restano semplicemente corpi umani, i cui respiri registrano anzitutto la loro vitalità. È un respiro che accompagna la lotta ma, soprattutto, la supera.

Se MAN indaga il maschile, Coppia umana 174 x 155 cm di Samuele Barbetta sposta l’attenzione sulla relazione. Il titolo richiama una misura precisa, forse le dimensioni di un’opera pittorica, e non a caso l’universo evocato è quello di Egon Schiele, artista che ha saputo trasformare il corpo in un territorio di tensione emotiva permanente.

All’inizio i due interpreti sembrano cercare qualcosa che continuamente sfugge. I loro gesti nascono lentamente, esitano, si interrompono. Le mani si avvicinano come se stessero tentando di ricordare un linguaggio perduto. Quando finalmente arriva l’abbraccio, non c’è alcuna pacificazione. La tenerezza convive con una forza quasi brutale: i corpi si scaraventano a terra, si intrecciano, si rannicchiano come creature che cercano riparo da una minaccia invisibile.

In questo continuo oscillare tra vicinanza e distanza emerge la domanda centrale del lavoro: che fine fanno i nostri gesti? Come si ama in un presente saturo di immagini ma povero di contatto autentico? Lui prova a raggiungerla, a trattenerla, persino a trascinarla. Alla fine, però, rinuncia a possederla e le resta semplicemente accanto. È forse il gesto più maturo dell’intera coreografia: non conquistare, non salvare, ma condividere una presenza.

Anche la nudità parziale dei due interpreti sembra sottrarli a qualsiasi ruolo sociale prestabilito. Eppure, durante i saluti finali, lei si rimette la maglia. Un gesto apparentemente marginale che, visto dopo la performance, assume quasi un valore simbolico. Il ritorno alla realtà impone nuovamente un’identità, una protezione, un confine che sulla scena era stato momentaneamente sospeso.

Con Cane nero, Sara Pezzolo porta il discorso su un piano quasi mitologico. Achille e Pentesilea diventano figure archetipiche che attraversano il desiderio, la paura e la distruzione. Maksym Petrashchuk entra avvolto in un lungo mantello di plastica sotto il quale si nasconde lei, benché il suo corpo resti già visibile. È una presenza contemporaneamente celata e rivelata, come un pensiero che non può essere completamente represso.

La relazione si sviluppa come un incessante movimento di attrazione e repulsione, acida come il verde dei costumi e della luce. In un momento enigmatico, lei chiude la mano a pugno e lui si avvicina per morderla. Inevitabile è il richiamo al frutto proibito, alla tentazione, alla conoscenza che passa attraverso il corpo. Ma qui non c’è alcuna morale religiosa. Piuttosto emerge una spiritualità senza trascendenza, profondamente terrena. Anche in questo lavoro il respiro scandisce il movimento. Come in MAN, la danza sembra nascere da un impulso organico, da una necessità vitale che si vanifica nel finale. Lei, sempre e solo lei, rimane a terra, apparentemente priva di vita, ma con gli occhi aperti. Non è una morte definitiva; è piuttosto una sospensione, una permanenza. Si continua a guardare il mondo anche dopo la caduta.

Dalla lotta identitaria di MAN alla ricerca amorosa di Coppia umana 174 x 155 cm, fino alla dimensione archetipica di Cane nero, emerge il tentativo di colmare la separazione o forse, più ambiziosamente, di comprenderne l’inevitabilità, che continua comunque a porre domande.

Crediti fotografici: Salvatore Lazzaro

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