The Blue Hour è il terzo componimento della trilogia di assoli del danzatore e coreografo Benjamin Kahn che, con Sorry, but I feel slightly disidentified e Bless the sound that saved a witch like me, mette in scena tre modi diversi di tre generazioni differenti di rapportarsi al mondo.
Théo Aucremanne mostra la schiena al centro del palcoscenico del Teatro Triennale Milano. Come se portasse sulle spalle i compiti di cui il suo talento e il momento lo gravano. È il tempo lento che precede l’alba, il momento sospeso tra l’arte e il silenzio (contaminato soltanto dalla gomma delle sneakers che fa attrito sul linoleum), durante cui i pensieri più gravi e grevi diventano sentimenti, avventure, movimenti.
Il corpo del giovane performer, in una condizione di spettacolo davanti all’altro — o anche davanti a se stesso — inizia a errare sul palcoscenico, inquadrato dall’alto da una luce radente che congela la divisa sportiva, l’incarnato del volto — all’inizio coperto — e gli arti visibili. Nella luce scialba del mattino risaltano i capelli che l’artista agita nervosamente, mentre il resto del corpo avanza esitante.
È instabile sulle mezzepunte dopo essersi liberato delle scarpe da ginnastica, che non sono solo calzature. Finalmente si volta perché, a volte, non si sa se sia meglio trovarsi davanti o alle spalle di quei pensieri che potremmo scrollare via con un’occhiata: uno sguardo che qui è sottratto per tanto tempo.
È un distacco dalla terra, con un relevé indagatorio e curioso, ma anche da una generazione. È la freddezza di un’altra che ha invece fretta di vivere, che equivale a non avere serenità. Una frenesia vitale che esplode con un corpo indomato: grida euforiche, urgenti, interrogative, versi declamati come nell’opera lirica. Ma le linee di quel volto contratto non sono poi troppo dissimili da quelle dei volti nel momento dell’ebbrezza d’amore.
C’è la reazione alla consapevolezza del dolore provocato da quel distacco, vissuto da un corpo abitato dall’interno, senza produrre chissà quale effetto esteriore.
Poi arriva la luce del sole, pregna di speranze e possibilità, che illumina l’evidenza volumetrica del performer che si spoglia e ruota su se stesso, e non solo. Il coreografo parla di uno “strip-tico”: uno strip-tease non per portare alla luce qualche segreta profondità, ma per significare lo strato corneo, lo strato epidermico più superficiale come abito naturale. E la danza che lo accompagna dà allo spettacolo la cauzione dell’arte, come scrive Roland Barthes, che aggiunge allo scoprirsi la velatura di gesti inutili e tuttavia primari.
A denudarsi sono le molteplici stratificazioni di Théo Aucremanne, che finalmente intreccia il suo sguardo interrogativo con quello del pubblico, a cui chiede: “Are you ok?”. Quando niente è ok, o sembra non esserlo, ci si rende conto che vale la pena lasciarsi alle spalle confusione e assurdità per compiere l’unica e nobile funzione che si può attuare: andare.

