Nel tragitto in metro verso il Teatro Nazionale di Milano, sullo schermo del mio cellulare constato tutta l’attenzione che le principali Fondazioni Lirico Sinfoniche italiane hanno riservato a una esternazione molto spontanea dell’attore hollywoodiano Timothée Chalamet. Poi mi imbatto anche in un video di risposta del coreografo e regista Luciano Cannito. É proprio lui a firmare la regia e le coreografie di Cantando sotto la pioggia – The Broadway Musical.
Il sipario si apre. L’attore di cinema, seduto sulla panchina, rivolgendosi alla sua collega mentre riflette sulla sua condizione di artista dice “siamo soli con tante passioni”. Non è un danzatore o un cantante lirico ma un divo del cinema e non mi sembra che la sua condizione differisca molto dai primi due. Comunque, sono abbastanza piene sia la platea che la galleria in alto, l’età degli spettatori e delle spettatrice pure è abbastanza alta e non mi è sembrato di scorgere nessuno fare un video per documentare l’entusiasmo del pubblico. Così, giusto per produrre altro materiale da postare. Ma ritorniamo allo spettacolo, anzi continuiamo.
Luciano Cannito cura la nuova edizione italiana di Cantando sotto la pioggia, prodotta da Fabrizio di Fiore Entertainment & FdF GAT. Uno dei musical più amati di sempre, qui impreziosito dalle scene del maestro Italo Grassi, dai costumi di Silvia Califano, con la direzione musicale affidata a Ivan Lazzara e il disegno luci curato dal Valerio Tiberi.
Tratto dall’omonimo film del 1952, il musical è ambientato nella Hollywood degli anni ‘20, ove Don Lockwood, una star del cinema muto, e il suo migliore amico, Cosmo Brown, si imbattono nella realizzazione di un film parlato. Ma la vanitosa co-protagonista, Lina Lamont, non sembra l’attrice adatta al ruolo per la sua voce stridula. In soccorso arriva la giovane talentuosa Kathy Selden che doppia segretamente la voce di Lina. L’arcano viene scoperto, anzi appositamente rivelato.
A dare corpo a questo panorama di identità scanzonate e multiple un ensemble di artisti talentuosi: Lorenzo Grilli, Flora Canto e Martina Stella, Vittorio Schiavone, Maurizio Semeraro e Sergio Mancinelli.

Tutti, o quasi, si imbattono in numeri musicali e coreutici che il regista arricchisce di citazioni tratte dal grande repertorio. Sulla panchina, un gioco di corteggiamento tra i due protagonisti che emula Albrecht e Giselle, l’attrice che entra tenendo tra le mani un velo molto leggero come Cenerentola nel passo a due finale nella versione di Rudolf Nureyev ambientata in un set cinematografico, e poi si riconosce un vestivo verde e un caschetto nero che è anche il costume di Coppelia nella versione del balletto omonimo di Amedeo Amodio.
Ma la citazione, l’immagine che si palesa più facilmente davanti a chi assiste allo spettacolo conserva i tratti di una vera star. É Gene Kelly a cui Arthur Freed, nel 1952, chiede di realizzare un musical partendo proprio dalla canzone già utilizzata precedentemente. Fra tutti i partner di ballo del protagonista, nessuno è più memorabile dell’ombrello che il danzatore impugna mentre danza sotto la pioggia. Quella sequenza celebre viene ripresa in due giorni durante l’estate: per realizzare lo scenario notturno si utilizzano dei grandi teloni scuri e all’acqua viene aggiunto del latte per intensificarne la consistenza. La pioggia cade anche qui, sulle tavole di legno del palcoscenico, mentre l’attore si arrampica su un lampione, compie un cerchio con un sentimento d’innocenza quasi infantile. La danza si configura come una dichiarazione della gioiosità della vita che alla fine trionfa sulla commedia, la satira, la storia d’amore quale può essere considerato il musical.
Due ore di spensieratezza, litigi e controversie che si sciolgono in una risoluzione quieta e propositiva. E quando oggi trascorriamo infinite ore di rovesci a cercare di evitare le buche colme d’acqua mentre troviamo rifugio sotto tettoie instabili, il musical palesa una possibilità, e una capacità, di sorridere anche sotto la pioggia, calpestando la pozzanghera e schizzando al poliziotto.

