È andato in scena negli scorsi giorni, al Teatro Alfieri di Torino, il musical “Sette spose per sette fratelli”. Prodotto da Fabrizio di Fiore Entertainment e FdF GAT, lo spettacolo porta in scena tutta l’ironia e la leggerezza del celebre film del 1954, in un adattamento firmato da Luciano Cannito, che ne cura anche la regia e le coreografie.
Il cast vede come protagonisti Giulia Ottonello e Mario Ermito, rispettivamente nei ruoli di Milly e Adamo; le scene sono di Italo Grasso, i costumi di Silvia Aymonino, mentre la direzione musicale porta la firma del Maestro Peppe Vessicchio.
Siamo nell’Oregon del 1850: in una fattoria tra le montagne vivono i sette fratelli Pontipee, rozzi e rudi montanari. Adamo, il maggiore, si rende conto che è arrivata l’ora di trovare una moglie che si occupi della casa e della cucina. Conosce Milly, la cameriera della locanda del villaggio, e tra i due scocca il colpo di fulmine. Adamo e Milly si sposano e partono per la fattoria.
Arrivati a casa Pontipee, Milly ha una sgradita sorpresa: scopre che dovrà prendersi cura non solo del marito ma anche dei suoi fratelli, sei ragazzoni rissosi e refrattari all’igiene personale e alle buone maniere. In breve tempo Milly mette in riga i sei cognati e, vedendoli migliorare grazie alle sue cure, comincia segretamente a progettare di unirli in matrimonio con le sue amiche del paese. L’occasione si presenta presto e, in un turbinio di ironia, intenzioni malcelate e amorosi sensi corrisposti, si giunge al lietissimo epilogo, ovvero un matrimonio moltiplicato per sei.
Giulia Ottonello è una Milly molto determinata, orgogliosa, sicura di sé e capace di mettere in riga un gruppo di “selvaggi” quali sono i suoi cognati, riuscendo da subito a farsi rispettare senza possibilità di replica. E senza mai arretrare di un passo, a volte forse a discapito dei sentimenti.
Mario Ermito è un Adamo orgoglioso e che vuole far valere la propria mascolinità, a tratti misogino e quasi antipatico ma in fondo dal cuore tenero.
Così come i suoi fratelli, che nonostante le iniziali apparenze e il loro stile di vita rozzo e poco consono alla civiltà, in breve tempo si trasformano radicalmente e scoprono, anche e soprattutto grazie all’aiuto di Milly, di essere capaci di essere dolci e rispettosi, di amare e di farsi amare.
Anche le ragazze, ovvero le amiche di Milly, dimostrano di avere un grande spirito di adattabilità che le rende capaci di grandi cambiamenti: dall’ambiente agiato e tutto sommato borghese a cui sono abituate in città, corteggiate da damerini colti e manierati, dove le occasioni sociali e di festa non mancano, si trovano catapultate in un ambiente selvaggio e isolato, dove le comodità sono poche e devono essere guadagnate con sforzo. Saranno loro stesse, però, in compagnia dei loro innamorati, a preferire questo tipo di vita agli agi della città e della società mondana.
Le scene di Italo Grasso risultano perfettamente appropriate agli avvenimenti che si stanno man mano svolgendo sul palcoscenico in quanto sono come specchi capaci di riflettere sia l’ambiente esterno sia gli stati d’animo dei personaggi e di trasmetterli intensamente al pubblico, che è quasi in grado di percepire il freddo del rigido inverno delle montagne ma anche il contrasto con la casa calda e accogliente in cui vivono Milly e le ragazze, l’isolamento della baita in cui si ritira Adamo e i primi cenni di primavera al momento del disgelo, quando Gedeone va a cercare suo fratello provando a convincerlo a tornare.
Scene e costumi richiamano un’atmosfera western, resa a tratti più leggera dal turbinio dei costumi colorati delle ragazze che si intrecciano nelle coreografie movimentate delle danze, a tratti più profonda e riflessiva quando la narrazione tocca punti più drammatici.
Un musical che tocca temi al giorno d’oggi molto sensibili, fra cui quello della strumentalizzazione della figura femminile, anche se poi alla fine dei conti è una donna che orchestra tutto, ma dalla cui frivolezza bisogna farsi travolgere senza, per una volta, porsi troppe domande.

