La recensione che pubblichiamo oggi è a cura di Eugenia Trivioli. Il contributo nasce nell’ambito del lab “Scrivere di danza”, il progetto formativo di Dance Hall News dedicato al racconto della scena coreutica.
Tre coreografi, tre estetiche, infinite interpretazioni. Al Teatro San Carlo di Napoli, il 3 maggio, in occasione dell’ultima recita di Soirée Balanchine, si sono susseguiti linguaggi diversi, fatti confluire in un’unica serata.
A preparare e orientare sguardo ed ascolto è stato l’incontro nel Salone degli Specchi tenuto da Renato Zanella, neo direttore del Balletto del San Carlo. Un momento tutt’altro che accessorio, anzi fondamentale per entrare nel vivo del programma. In un contesto in cui le coreografie rinunciano alla narrazione, donare al pubblico strumenti di lettura senza precluderne la libertà interpretativa è una scelta che rivela una visione precisa ed ambiziosa. E Zanella, che ha già annunciato il proposito di una maggior collaborazione con la scuola di ballo e l’aumento degli spettacoli in sede e in tournée, sembra incarnare esattamente quella figura capace di costruire un dialogo vivo e concreto tra scena e platea, lasciando intravedere prospettive di crescita reali per la compagnia.
Serenade di George Balanchine, posta in apertura, ha restituito la purezza di una scrittura giocata su equilibrio tra rigore e distensione. Creato sulla Serenade for Strings di Pëtr Il’ič Čajkovskij nel 1934, segnava l’alba del balletto neoclassico. E’ uno dei balletti senza trama di Balanchine, eppure, nasce da episodi concreti e involontari, inseriti nel tessuto coreografico: ballerini che arrivano tardi alle prove, cadute accidentali…
L’apertura è iconica: sfondo blu, fascio di luce proveniente dall’angolo sinistro e diciassette donne in un semplice costume azzurro chiaro con una gonna di tulle lunga fino ai piedi, che si coprono dalla luce tendendo il braccio destro alto in diagonale. Un momento di calma prima che tutto inizi. Da qui prende avvio un flusso continuo di forme e relazioni.
Il corpo di ballo ha mostrato una buona consapevolezza dello stile, specie nella costruzione delle formazioni e nella gestione delle dinamiche collettive, dove precisione e pulizia sono condizioni necessarie perché emerga quell’aura onirica che permea tutto il balletto.
Tra gli interpreti, Claudia d’Antonio ha delineato una “Waltz girl” luminosa, morbida ed elegante, mentre Alessandro Staiano ha saputo sostenerla con solidità, permettendole di emergere. Di spicco anche “Dark Angel” di Luisa Ieluzzi, che ha messo in luce quella qualità più inquieta e sfuggente, donando attimi bellissimi, come l’inconfondibile promenade in arabesque, e Martina Affaticato, che affronta la “Russian girl” con energia e rapidità. La musicalità è uno degli elementi più riusciti: il rapporto fluido e naturale con la partitura di Čajkovskij ha reso percepibile quella sensazione di continuità tra suono e movimento che è al centro dell’estetica balanchiniana.
Con Hans van Manen e il suo Black Cake, balletto in cinque quadri che esplora le relazioni tra donne e uomini in un contesto festaiolo, la serata ha cambiato registro, permettendo alla compagnia di esibire una versatilità convincente. E’ proprio nella sua ambiguità che il lavoro si è rivelato efficace: elegante ed ironico in superficie, ma attraversato da un’inquietudine sottile.
Nei tre pas de deux si sono colte sfumature differenti: il dialogo delicato e misurato tra Marta Fabbricatore e Danilo Notaro, più vivace e leggero quello tra Francesca Riccardi e Daniele di Donato, mentre più teso e profondo quello tra Chiara Amazio e Giuseppe Ciccarelli, capaci di evocare la zona più vulnerabile delle relazioni. Ancora una volta, particolarmente felice è stato il dialogo con la trama musicale, che accosta autori diversi – Čajkovskij, Stravinskij, Janacek, Mascagni e Massenet – ed il disegno complessivo, sostenuto anche dall’intensità del primo violino Fabrizio Falasca, che ha rivelato gradualmente incrinature celate sotto un’eleganza formale.
E’ però con la Sinfonia n.7 di Uwe Scholz che la serata ha raggiunto il suo punto più alto.
La coreografia impone un livello di complessità difficilmente riscontrabile in altri balletti: richiede precisione assoluta, concentrazione e una lucidità che mette alla prova ogni singolo interprete. Il corpo di ballo non funge più solo da “cornice”, come spesso accade nel repertorio romantico, ma diventa elemento centrale ed imprescindibile. E’ sorprendente la sicurezza con cui la compagnia ha affrontato questa sfida, portandola a termine con grande sicurezza e qualità.
Uwe Scholz sceglie una delle sinfonie più difficili, riuscendo a portare la danza al livello grandioso della musica di Beethoven. Accenti e crescendo musicali trovano una resa puntuale: ogni accento genera un movimento, frasi coreografiche si reiterano con la melodia, mentre i crescendo si costruiscono per addizione progressiva di danzatori.
Annachiara Amirante e Alessandro Staiano hanno aperto il primo movimento con presenza solida e ben calibrata, fraseggio netto e preciso, ma mai rigido, mentre nel secondo Luisa Ieluzzi e Danilo Notaro lavorano su una qualità limpida, in cui il gesto sembra continuamente sul punto di dissolversi. Nel terzo, Stanislao Capissi e Daniele Di Donato affrontano una tessitura più densa riuscendo a mantenere la leggibilità di tutti i passaggi, mentre la chiusura, affidata a Claudia d’Antonio e (nuovamente) Alessandro Staiano, è stata di grande impatto, con una qualità energica sempre crescente.
E proprio nelle sequenze più virtuosistiche – le ardue e numerose serie di pirouettes affrontate dall’intero corpo di ballo e sempre chiuse con precisione con le braccia in quinta, verso l’alto – il rigore geometrico si apre ad un’esplosione di gioia, leggerezza ed energia.
Determinante, in questa meraviglia, la direzione di Paul Connelly, capace di valorizzare partitura musicale e coreografica in egual misura, amplificando la forza di brani già straordinari.
Ph. Luciano Romano

