Un pubblico entusiasta e caloroso ha gremito il Teatro Regio di Torino in occasione delle dieci rappresentazioni del balletto Romeo e Giulietta di Prokof’ev, un titolo che da anni mancava nella programmazione del teatro e che ha portato in scena la storica versione coreografica di John Cranko. La recensione si riferisce alla rappresentazione serale di sabato 13 dicembre 2025.
Creata originariamente nel 1958 per la compagnia del Teatro Alla Scala, con una giovanissima Carla Fracci nel ruolo della protagonista, a Torino è stata interpretata dal Balletto del Teatro Nazionale di Praga diretto da Filip Barankiewicz, nuovamente ospite a Torino dopo La bella addormentata di Čajkovskij nel 2023.
Per una curiosa coincidenza Romeo e Giulietta sarebbe dovuto andare in scena per la prima volta al Teatro Bol’šoj di Mosca, ma una serie di contrasti tra Prokof’ev e il teatro sovietico fecero sì che il balletto abbia visto la luce a Brno, non lontano da Praga, nel 1938.
Le scene e i costumi, di grande impatto visivo, quasi cinematografico, sono quelli di Jürgen Rose, e ricalcano l’allestimento elaborato per la prima volta nel 1962, quando Cranko mise a punto la versione definitiva del suo lavoro per il Balletto di Stoccarda.
Fin dal primo momento, quando si apre il sipario, gli spettatori sono immersi nella vivida e frizzante quotidianità della Verona medievale, con la vivacità del mercato e le sue architetture così inconfondibilmente italiane che non solo fungono da cornice ma diventano esse stesse protagoniste partecipi delle vicende, a volte nascondendo e altre rivelando persone e accadimenti in un sapiente gioco mimetico di chiaroscuri. Ne sono un esempio i portici nell’ombra dei quali Romeo si cela per poi apparire a Giulietta, o la tenda della camera da letto di lei, aperta da Romeo per rivelare l’alba che sta sorgendo ma subito richiusa da Giulietta per schermare la luce nascente e far sì che l’illusione della notte allontani ancora di qualche istante il momento doloroso della loro separazione.
La coreografia di Cranko non è certamente di semplice esecuzione in quanto richiede non soltanto una tecnica molto solida ma anche la capacità di interpretare la complessità psicologica dei personaggi che caratterizza i lavori di Cranko. Per il coreografo, infatti, il linguaggio coreografico delinea un’estetica gestuale molto teatrale e drammaturgicamente efficace che vuole portare in scena esseri umani prima che danzatori, con tutto il loro corredo di emozioni.
Nell’insieme la compagnia si è sicuramente confermata all’altezza, con un bell’ensemble nei pezzi corali e un’interessante capacità narrativa e drammaturgica.
Sami Gossart riveste alla perfezione i panni di Tebaldo Capuleti: attaccabrighe, orgoglioso e un po’ troppo incline ad impugnare la spada ad ogni minima occasione. Il suo personaggio risulta da subito attorniato da un’aura negativa e portatore di funesti presagi, impressione confermata e amplificata dalla partitura di Prokof’ev.
Erivan Garioli delinea un Mercuzio molto interessante, brillante e leggero in alcuni momenti della vicenda quanto drammatico e teatrale nel lungo momento dell’agonia dopo la ferita mortale.
Aya Okamura, nei panni di Giulietta, è una presenza giovane e fresca, e questo tratto distintivo si manterrà piacevolmente fino alla fine del balletto, pur attraversando una rapida e importante presa di coscienza e maturazione drammaturgica e psicologica del personaggio.
Federico Ievoli padroneggia un’ottima tecnica, precisa e pulita soprattutto nei giri, negli equilibri e nel partnering. Il suo Romeo è spontaneo, posato, riflessivo, mai esagerato, nemmeno quando uccide Tebaldo, con una giusta vena di malinconia che spesso si affaccia nel personaggio, il quale è pienamente consapevole delle conseguenze delle proprie azioni e delle proprie responsabilità.
I pas de deux dei due protagonisti, così come tutti i loro momenti d’incontro, esprimono un’urgenza irrompente, quasi bruciante, che si delinea nelle prese e nelle corse così come negli sguardi carichi di significato che i due si scambiano nel momento in cui si trovano insieme ad altre persone. Nell’opera di Cranko non c’è molto spazio per la rêverie, tutto si fa intenso, pienamente vissuto, forse perché entrambi gli amanti sanno che durerà poco.
La scelta stilistica del direttore Václav Zahradník ha portato l’orchestra del Teatro Regio a sottolineare con particolare intensità i momenti drammatici e corali della partitura, risultando però a tratti troppo dirompente, a discapito, talvolta, delle parti più intime, delicate e raccolte, alle quali sottrae un po’ di poesia e di sentimento anche nella loro resa scenica.
Il coinvolgimento e l’apprezzamento del pubblico sono stati notevoli, espressi più volte corso dello svolgimento dello spettacolo con applausi spontanei. Al momento degli inchini battimani scroscianti hanno salutato la compagnia, che ci auguriamo di poter ammirare nuovamente in un prossimo futuro.
Crediti fotografici: Serghei Gherciu

