RISE: Un’onda che non è mai uguale a se stessa per cui non porta certezza. Ad eccezione di una.

di Elio Zingarelli
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«Thus waves come in pairs» è un verso tratto dal poema Sea and Fog di Etel Adnan, che esplora la fluidità del mare, le interazioni umane e la connessione con l’ambiente. Il movimento delle onde infrange le fissità dei confini ed evoca il bisogno di pensare in modi plurali e interconnessi. Siamo in grado di sintonizzarci insieme agli altri esseri viventi? È questo l’interrogativo che il coreografo Daniele Ninarello rende oggetto di analisi il cui esito è RISE presentato nell’ambito di FOG Triennale Milano Performing Arts Festival.

Davanti a lunghi nastri d’argento che pendono dall’alto, cinque interpreti, maschili e femminili, tracciano dei percorsi all’inizio individuali che comprendono gesti semplici, ripetuti e condivisi, ma soprattutto evidenti collassi della colonna vertebrale. Una partitura coreografica che per disinvoltura ricorda certe qualità del movimento della danza di Anne Teresa De Keersmaeker. Gli interpreti si dibattono tra attraversamenti di soglie, incontri e passaggi come elettroni che orbitano attorno al nucleo di un atomo. La loro imprevedibilità non è riconducibile soltanto a una composizione istantanea, che non è improvvisazione perchè supportata da regole ferree (come chiarisce il coreografo durante il talk post  spettacolo), ma dall’assenza di un nucleo, un elemento aggregatore.

Se è possibile individuarne uno, questo è uno strumento musicale: ovvero il sassofono di Dan Kinzelman che plasma un paesaggio sonoro che non è soltanto oggetto di un esercizio di ascolto ma soprattutto di visualizzazione, quando la scena è vuota. Un’ondata di calore promana dal suono e ammorbidisce i rigidi percorsi dei singoli che cercano, a volte confusamente, un riparo e un’identità collettività in istituzioni organizzate in modo omogeneo e accogliente rispetto alle similitudini e alle differenze delle identità personali, delle aspettative e delle lunghezze d’onda culturali, politiche, artistiche, psicologiche e di genere.

Se le osservazioni e gli incontri di chi va attorno in silente o prorompente solitudine sono al tempo stesso più sfumati e più netti di quelli dell’uomo “socievole”, un’organismo complesso, come sistema, è più dilatato, poroso e per questo più sensibile e ricettivo verso ogni richiamo. Oltre quello musicale, bisogna considerare l’altro luminoso curato da Marco Santambrogio che restituisce una gioia non del tutto spensierata ma espansa e travolgente. Durante il dialogo con il pubblico non sono poche le testimonianze di un felice contagio. C’è chi parla di una danza dei polpastrelli, chi invece di una danza della mente, come dire “mi ha preso di testa”. Ma credo sia anche come dire “posso farlo anch’io”, quella tipica sopravvalutazione priva di un’urgente motivazione. Tutti si scambiano informazioni senza rinunciare alla propria soggettività ma forse, per un attimo, alla propria volontà egoistica. Emerge dall’opera messa a punto dal coreografo una visione “antiegoica” della danza: la danza c’è indipendentemente dalla volontà del singolo danzatore. La danza c’è per risonanza, attenzione, resistenza, trasmissione. Per responsabilità del proprio corpo come luogo di relazione. Questo è il nucleo.

La danza emerge dà e fra i corpi dei performer come un’onda che seppure isolata si alimenta delle interferenze di altre minori che travolgono tutti perchè riguardano tutti. Un’onda che non è mai uguale a se stessa per cui non porta certezza. Ad eccezione di una: non arriva mai da sola.

Foto Andrea Macchia

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