R. OSA – 10 esercizi per nuovi virtuosismi di Silvia Gribaudi

di Elio Zingarelli
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«Pensate cosa diventerebbe Milano se sparisse la moda?», domanda, e si domanda, Maria Luisa Frisa durante il talk nell’ambito dell’evento “Le sfide di domani” presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Una provocazione solo apparente, perché a Milano la moda non è solo un settore produttivo: è (o è stata?) un’estetica urbana, un sistema di comportamento, una grammatica visiva collettiva.

Lo si capisce immediatamente in R. OSA – 10 esercizi per nuovi virtuosismi di Silvia Gribaudi, quando, nello spazio BASE Milano, Claudia A. Marsicano pronuncia tra le prime parole: «Fashion», «Duomo». Due coordinate essenziali. Il fashion system come architettura simbolica della città che stabilisce cosa si può mostrare, come ci si deve presentare.

La parola “moda”, dal latino modus, vuol dire proprio “modo”, “maniera”. La parola “fashion” deriva dal latino facere, cioè “fare”, passando attraverso il francese façon, “modo” o “maniera”. Ma potrebbe anche derivare dal sostantivo factio, “fazione”, nel senso di gruppo di persone che agisce nello stesso modo e quindi anche nello stesso stile, nella stessa forma di appartenenza.

R.OSA – 10 esercizi per nuovi virtuosismi palesa il corpo femminile, storicamente il più disciplinato dal costume sociale, scevro da un’immediata e conveniente leggibilità. L’abito della performer è un costume turchese (sarebbe più cool dire “ceruleo”) e l’abito è costume, come ricorda Michelangelo Pistoletto; la storia è attraversata dai costumi. E le donne hanno con il costume un rapporto ancora più vincolante, proprio a causa della loro fragilità storica nello spazio sociale.

Claudia Marsicano entra in scena senza chiedere il permesso. Perché, se per gli spettatori il punto è “come guardo” e non “cosa guardo”, per lei il punto è: «Io sono responsabile di ciò che dico e non di ciò che tu capisci». Dire «guarda quella bambina grassa» non ha il suo contrario in «guarda quella bambina magra»: nel primo caso il corpo viene marcato come deviazione, nel secondo rimane dentro una neutralità invisibile.

La performer gioca continuamente con questi “automatismi” percettivi. Lo fa attraverso partiture fisiche, vocali e verbali di una precisione sorprendente e di un rigore intimo, ma sempre attraversate da ironia e sabotaggio. Il virtuosismo non è perfezione tecnica, ma capacità di stare in scena senza proteggersi dal ridicolo.

La comicità diventa allora uno strumento potentissimo, il suo volto un caleidoscopio di smorfie grottesche. Oggi è molto più facile rendere popolare una faccia che imporre una personalità. Marsicano usa la prima in funzione della seconda, esasperandone ogni dettaglio. La sua faccia non suggerisce necessariamente “idee cordiali”; a tratti appare perfino grifagna. Ma gli occhi non sono sempre lo specchio dell’anima: a volte sono soltanto un effetto del collirio o del make-up.

Allora: I don’t care. Non è uno slogan motivazionale, ma il rifiuto di sottostare alla continua negoziazione dello sguardo altrui. Anche quello dello spettatore, che viene attivato e interrogato sul proprio modo di osservare. Ma anche di ascoltare.

Il clavicembalo non è il pianoforte: meno emotivo, meno romantico, più secco e geometrico. Non accompagna il movimento, ma lo espone, quasi lo disseziona. Toxic di Britney Spears è un’attrazione irresistibile verso qualcosa che ci danneggia. È il nostro rapporto con gli standard estetici contemporanei: sappiamo che sono tossici, irraggiungibili, disciplinanti — eppure continuiamo a desiderarli.

Allora cosa si può fare? Non lasciarci scivolare le cose addosso, ma scivolare noi sulle cose. La performer bagna il linoleum, si carica sui piedi e poi scivola, perdendo tutta l’aderenza con le necessità imposte di essere immediatamente e sempre comprensibili e compresi.

R.OSA lascia addosso quella sensazione peritura delle esperienze davvero intense: la proposta di qualcosa che prima non sapevamo nemmeno di desiderare.

Foto Eleonora Radano e Manuel Cafini

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