Quando il teatro sanguina: arte, potere e il costo della sopravvivenza

di Susanna Mori
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Il Metropolitan Opera ha annunciato licenziamenti e riduzioni temporanee dei salari. L’annuncio martedì scorso è arrivato senza clamore. Non c’è stato alcuno scandalo, nessun crollo improvviso. La Direzione del Met ha inviato un comunicato tranquillo usando un linguaggio cauto. Peter Gelb, Direttore Generale del Met, ha indicato le solite ragioni: i costi che crescono (un bilancio annuo di 330 milioni di dollari) e il pubblico in continua diminuzione dopo la pandemia del Covid. Gelb ha inoltre descritto le misure temporanee tra cui anche la riduzione del calendario degli spettacoli ed ha affermato che la Direzione spera di riportare i salari al livello precedente entro il 2027, sperando di chiudere al più presto nuove partnership internazionali, in particolare un accordo, non ancora concluso, con l’Arabia Saudita che dovrebbe portare al Met 200 milioni di dollari in otto anni, in cambio di tre settimane di esibizioni ogni inverno al Royal Diriyah Opera House, nei pressi di Riyadh, aiutando così a ristabilire la crisi finanziaria.

In poche parole, il Metropolitan Opera sta cercando di tenere aperta la casa nonostante le difficoltà.

Per chi vive e lavora nel mondo delle Arti Performative, notizie di questo tipo non sorprendono più, ma arrivano con un senso di profonda amarezza.

Il problema più grande non è l’annuncio in sé, ma il fatto che situazioni come questa siano ormai normali.

Il fatto che una delle istituzioni culturali più famose al mondo faccia fatica a stare in piedi dovrebbe sembrare impossibile. Invece sembra quasi inevitabile.

Nel mondo della danza, nella musica e nel teatro stiamo assistendo ad un lento declino, poco rumoroso per scatenare un allarme pubblico, ma abbastanza costante da svuotare tutto il panorama artistico.

Questa erosione non chiude tutto in modo definitivo ma è innegabile: contratti più corti, minore spazio dato alle prove, produzioni rimandate, compensi più bassi senza gran rumore, ruoli messi insieme alla bell’e meglio, poltrone in teatro vuote.

Questa erosione colpisce i danzatori con carriere brevi e lavori fisici durissimi. Colpisce i musicisti costretti a vivere in precarietà costante. E colpisce la grande rete delle maestranze – tecnici, artigiani, personale di palcoscenico – senza le quali nessun spettacolo può esistere.

Il lavoro continua, ma è sotto pressione e sembra che tutto vada come sempre.

Tutto questo succede su uno sfondo globale indecente.

Ogni giorno i Governi delle varie Nazioni spendono enormi quantità di soldi per distruggere, combattere, uccidere, per mostrare chi comanda.

Le Arti, uno dei pochi spazi dove possiamo riflettere, capire, gioire e condividere, lottano invece per restare a galla con risorse sempre più scarse.

Guardare questo squilibrio fa sentire una grande impotenza: è come vedere una lenta e silenziosa carneficina senza poter fare nulla. Le collaborazioni internazionali, anche con la possibilità di fare esibizioni in Arabia Saudita, provocano un fastidio che è difficile da ignorare. Non è tanto rabbia, ma un senso più profondo di preoccupazione.

Il punto non è giudicare le istituzioni che cercano di stare in vita. Il vero dubbio è chiedersi se, prima o poi, il bisogno di stare in vita cambi quello che l’Arte può fare, la preoccupazione che l’Arte potrebbe finire per ridefinire i propri limiti solo per sopravvivere.

Questa tensione non è nuova. L’Arte non è quasi mai esistita al di fuori del potere. L’idea dell’artista completamente indipendente, finanziariamente politicamente e moralmente, è in gran parte una fantasia moderna.

La storia racconta qualcosa di molto più complesso.

Michelangelo lavorò per Papi le cui ambizioni politiche e condotte morali erano profondamente discutibili. Mozart detestava la dipendenza dai nobili, cercò di liberarsene e ne pagò il prezzo con l’insicurezza economica e una morte prematura. Verdi scrisse la musica quando era sotto censura. Imparò a nascondere l’urgenza politica dentro le note, così che la sua musica riuscì a superare i controlli ufficiali e a far nascere un sentimento collettivo: dette voce alla gente comune, al popolo che soffriva anche quando il potere lo guardava da vicino.

Shostakovich visse sotto una minaccia costante. Si piegò solo quanto bastava per sopravvivere, ma inserì paura, ironia e dissenso nelle sue opere, che superarono il regime che lo teneva d’occhio, trasformando la paura in una voce che ancora oggi risuona.

Ma una cosa è chiara: nessuno di loro ne uscì indenne.

Il compromesso fu costante. La libertà parziale. Il prezzo spesso altissimo.

Eppure, le loro opere sono sopravvissute non perché moralmente limpide, ma perché cariche di tensione, di ciò che non poteva essere detto apertamente, ma veniva comunque percepito.

Oggi la tensione è presente e l’Arte sembra davvero a rischio. Il rischio non riguarda solo da dove arrivano i soldi, ma riguarda anche quello che chiedono in cambio. Quando le istituzioni dipendono da poteri che non accettano opinioni diverse, una pressione che non si sente spinge a rendere i contenuti più leggeri, a non far sentire a disagio, a voler essere accettati.

L’Arte non sparisce quasi mai in queste situazioni; più spesso l’arte diventa solo una decorazione. Resta presente, ma non disturba più.

Eppure, anche l’alternativa – chiusure, disoccupazione, perdita di intere tradizioni artistiche – è altrettanto inquietante. Per danzatori e musicisti che vivono già in condizioni di precarietà, il dibattito etico può sembrare dolorosamente astratto se messo a confronto con l’affitto da pagare, gli infortuni, il tempo che passa. Insistere su una purezza morale assoluta può proteggere i princípi, ma rischia di lasciare intere comunità senza lavoro, senza spazi, senza continuità.

Ecco perché il momento attuale è difficile da giudicare con parole semplici. L’Arte deve mostrare una chiarezza morale, ma non ha la stabilità materiale che serve per vivere. L’Arte deve portare valori umani dentro sistemi che spesso vanno contro quei valori.

Per me, purtroppo, è quasi impossibile ormai assistere a tutto questo in silenzio.

Forse la vera domanda non è se il compromesso esista – è sempre esistito – ma se l’Arte possa continuare a essere uno specchio e non una maschera. Se possa ancora offrire uno spazio al disagio, alla contraddizione, alla verità, anche quando è sostenuta da forze che preferirebbero rassicurazione.

L’Arte perde la propria anima non quando accetta il denaro, ma quando dimentica perché parla. Ciò a cui stiamo assistendo oggi non è soltanto una crisi finanziaria, ma una crisi culturale. Ci si interroga su quanto crediamo ancora che danza, musica e teatro siano forme essenziali di conoscenza umana, e non semplici ornamenti. Su quanto siamo disposti ad accettare che chi li crea viva in una fragilità permanente mentre ne celebriamo il valore simbolico.

La situazione del Metropolitan Opera non è un’eccezione. È uno specchio di quanto siano diventate vulnerabili anche le istituzioni più solide, e di quanto sia alto il prezzo da pagare quando la sopravvivenza richiede di piegarsi.

La storia suggerisce che l’Arte può vivere nella contraddizione. Ma sopravvive solo se ricorda, ostinatamente e imperfettamente, che il suo compito non è rassicurare il potere, ma parlare, talvolta a bassa voce, talvolta in modo pericoloso, per qualcosa di profondamente umano.

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