Olympiade: cinque corsie per i KOR’SIA

La recensione dello spettacolo al Teatro Civico Roberto de Silva di Rho

di Mattia Guerrini
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Nel panorama culturale dell’hinterland milanese, il Teatro Civico Roberto de Silva di Rho si conferma uno spazio di crescente rilevanza, capace di accogliere produzioni dal profilo interessante. È qui che ha fatto tappa il Ballet Opéra Grand Avignon, portando in scena Olympiade, creazione del collettivo madrileno Kor’sia firmata da Mattia Russo e Antonio De Rosa, entrambi diplomati alla Scuola di Ballo della Scala.

Il lavoro, nato nel 2024 e ora titolo di questa tournée italiana (tappe a Verona, Vigevano, Rho, Como e Ancona), si inserisce coerentemente nella ricerca del duo, già orientata a un dialogo tra danza e sport sulla scena del teatro di danza – come dimostrato sempre nel 2024 da Igra, ispirato a  Jeux di Vaslav Nijinsky, dove i danzatori indossavano pantaloncini e maneggiavano racchette in un campo da tennis. In Olympiade, questa riflessione si radicalizza: la scena è una pista d’atletica blu divisa in cinque corsie, abitata da dodici danzatori del Balletto dell’Opéra Grand Avignon diretto da Martin Harriague in tutine con pettorina numerata e scarpe da corsa fluo.

Fin dall’inizio, lo spettatore è immerso in un’estetica che richiama un set pubblicitario sportivo: luci artificiali, fumo basso, amplificatori visibili. Una telecamera in presa diretta a bordo pista amplifica la sensazione di assistere a una diretta televisiva, con echi di telecronaca in francese. La miscellanea tecno-elettronica di Alejandro de Rocha sostiene un flusso continuo di azione scenica.

La provocazione dei Kor’sia si articola soprattutto sul piano semantico: i danzatori “danzano senza danzare”. Il movimento si costruisce attraverso corse, esercizi ginnici, capovolte e sequenze atletiche che sfumano i confini tra gesto sportivo e gesto coreografico. Dalla dimensione individuale della competizione si scivola progressivamente verso un rito collettivo, in cui spazio e tempo sembrano sospendersi in una ripetizione quasi ipnotica.

La drammaturgia curata da Gaia Clotilde Chernetich segue un arco simbolico: una catabasi verso un’origine primordiale dello sport, evocata da sequenze reiterate di corsa che suggeriscono un tempo infinito. In questo contesto emerge un momento di intimità con un duetto maschile in controluce rosso, episodio che interrompe la tensione atletica per aprire uno spazio più lirico. Segue una suggestiva catwalk ispirata all’iconografia classica: i danzatori si trasformano in figure scultoree, tra dei, animali, atleti e creature mitologiche, sospese in una dimensione fuori dal tempo.

Il ritorno al presente – l’anabasi – riporta lo spettatore sulla pista, con un linguaggio più ritmico e quasi militare: esercizi sincronizzati di addominali e braccia, squat e movimenti scanditi da suoni secchi e incitamenti vocali. Qui affiora un riferimento alla modern dance, in particolare alle triplets, che i Kor’sia destrutturano con precisione e intelligenza.

Se da un lato Olympiade colpisce per coerenza estetica e forza concettuale, dall’altro lascia emergere una possibile criticità: l’assenza di un momento coreografico pienamente definito, capace di distinguersi dall’astrazione e restituire alla danza una riconoscibile intenzionalità formale. Il rischio è che il movimento, pur affascinante, si avvicini talvolta a una dimensione performativa indistinta.

Resta comunque evidente l’alto livello del Ballet Opéra Grand Avignon, compagnia che riflette la vitalità della scena contemporanea francese, dove istituzioni storiche (si pensi al Ballet Nacional de Marseille guidato dal collettivo (La)Horde, ma anche all’Opéra de Lyon o al Ballet de Lorraine) dialogano apertamente con linguaggi innovativi. Un modello produttivo e culturale che, osservato dall’Italia, appare tanto auspicabile quanto difficile da realizzare.

FOTO Studio Delestrade

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