La danza, nelle cerimonie olimpiche, non è un semplice riempitivo tra un giuramento e l’accensione del braciere. È, piuttosto, uno dei linguaggi privilegiati con cui il Paese ospitante decide di presentarsi al mondo. Attraverso corpi in movimento, musica, immagini simboliche e coreografie, la danza prova a tradurre in gesto valori, storia e identità culturale, trasformando lo sport in un racconto che parla non solo medaglie, ma anche di umanità e futuro. Non è sempre stato così. La parata delle nazioni, oggi elemento imprescindibile, compare per la prima volta nel 1908 alle Olimpiadi di Londra. Ma è solo negli anni Trenta — a Los Angeles 1932 e soprattutto a Berlino 1936 — che la cerimonia d’apertura inizia a configurarsi come un vero atto corale di massa, con una componente performativa simbolica. Da lì in poi l’evoluzione è quasi inevitabile: Roma 1960 inaugura la diretta in mondovisione, imponendo una nuova attenzione all’estetica; Monaco 1972 e Montreal 1976 inseriscono veri e propri quadri danzati per restituire l’idea di uno spettacolo totalizzante.
Con Los Angeles 1984, in un mondo ormai globalizzato e sempre più piegato alle logiche del capitalismo culturale, la cerimonia d’apertura diventa definitivamente un prodotto con una regia riconoscibile, prendendo le distanze dal rigido cerimoniale olimpico. Nello stesso anno, ai Giochi Invernali di Sarajevo, centinaia di danzatori provenienti da tutta la Jugoslavia si muovevano sulla neve, suggellando l’idea di una danza come collante simbolico e politico: come sappiamo, il risultato si dimostrerà invano.

Sarebbe inutile — e forse noioso — ripercorrere edizione per edizione la quantità o la qualità di danza presente nelle cerimonie olimpiche. Basta dire che recentemente non è mai mancata: la danza è uno strumento fin troppo efficace per costruire immagini memorabili. Dall’Atene 2004 di Dimitris Papaioannou alle presenze “iconiche” di grandi étoile come Darcey Bussell a Londra 2012 o Svetlana Zakharova a Sochi 2014.

Impossibile poi dimenticare Torino 2006, quando Roberto Bolle emerse da un triangolo con la scritta “BallaBolle” per incarnare una versione nazional-popolare dell’Eroe Futurista, tra gigantografie di Boccioni e costumi dal sapore deperiano, su coreografia di Enzo Cosimi, caposcuola della Nuova Danza Italiana. Un momento che, nel bene e nel male, è rimasto inciso nella memoria collettiva.
Più di recente, l’occhio attento degli appassionati non ha potuto ignorare la presenza della danza negli eventi legati alle Olimpiadi estive di Parigi 2024, con la scelta di affidare la cerimonia d’apertura a Maud Le Pladec, oggi direttrice del CCN–Ballet de Lorraine. E così, nei mesi che hanno preceduto Milano-Cortina 2026, il pubblico della danza si è trovato a fare quello che gli riesce meglio: interrogarsi, ipotizzare, leggere tra le righe. Le informazioni erano poche, gli spoiler filtravano a gocce — spesso dai volontari o da chi era direttamente coinvolto — fino ad arrivare a venerdì 6 febbraio, allo Stadio San Siro.
“Armonia” era lo slogan scelto per la cerimonia d’apertura. E una certa parvenza armonica, va detto, si è vista soprattutto nella primissima parte della serata. Nessun tutto esaurito, visti i prezzi dei biglietti, nonostante l’abbondanza di accreditati e la presenza di 50 capi di Stato, oltre al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al sindaco di Milano Beppe Sala. Si è parlato molto di “prima Olimpiade diffusa”, anche se, a ben guardare, le ultime edizioni lo sono state tutte.
“Armonia” è anche la sedicesima cerimonia d’apertura olimpica firmata da Marco Balich, ambientata in una spirale glaciale ideata dallo scenografo veneto Paolo Fantin. Ad aprire la serata la firma è quella di Riva & Repele, su concept del famoso regista Damiano Michieletto: i primi ballerini della Scala Claudio Coviello e Antonella Albano incarnano Amore e Psiche, immergendo subito lo spettatore in un neoclassicismo rassicurante, tra citazioni canoviane e un’estetica pensata per risultare immediatamente “instagrammabile”. L’Italia delle metafore aesthetic, perfetta per l’algoritmo.

A fare da contorno ai due ballerini, gli allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia della Scala: tuniche all’antica, richiami mitologici e un’eleganza asettica che, in contesti di questo tipo, funziona sempre. Del resto, giudicare queste performance come se fossero spettacoli teatrali sarebbe un errore: qui non conta il passo in sé, ma l’assetto complessivo, i pieni e i vuoti, le masse, le figure aeree, tutto ciò che è progettato per colpire uno stadio e milioni di spettatori davanti allo schermo.
Da qui si passa a quello che potremmo definire un vero e proprio “minestrone all’italiana”: gigantografie di Verdi, Rossini e Puccini, diretti da Matilda De Angelis, tre colori primari a cucire un tributo alle eccellenze nazionali — monumenti, Pinocchio, caffè, pasticceria, pittura, moda e, naturalmente, l’immancabile Raffaella Carrà.
A sorprendere l’appassionato di danza è però la firma di Adriano Bolognino, chiamato a gestire 180 volontari in una coreografia dal tono quasi ascetico. Il tema è quello dell’incontro tra montagna e città, Milano e Cortina, reso attraverso due grandi masse in dialogo, alla ricerca di un equilibrio più evocato che dichiarato. Un momento di respiro che ha parlato con semplicità attraverso il movimento.
Ora non resta che attendere il 22 febbraio, quando la cerimonia di chiusura all’Arena di Verona vedrà ancora una volta protagonista Roberto Bolle, rinnovato danseur-simbolo nazionale, questa volta impegnato in una coreografia firmata da Diego Tortelli

