Interviste

Marta Romagna: vulcanica ed entusiasta, la danzatrice che non smetterà mai di amare ciò che fa

Mentre mi dirigo all’appuntamento per l’intervista con Marta Romagna, ricevo una telefonata da Bruno Vescovo. Ex primo ballerino del Teatro alla Scala, oggi rinomato maitre, appena conosciuta la mia destinazione, mi dice: ”Saluta tanto Marta e ribadiscile la stima e la simpatia che ho per lei”. Marta è così, non si può non amare. Danzatrice eccellente, balanchiniana di definizione è vulcanica e gentile e ha una carica di simpatia ed entusiasmo che travolge.

Quanto è importante che gli addetti ai lavori e i tuoi colleghi abbiano stima di te?

Bisogna giustappunto distinguere tra i primi e i secondi. Tra i maitre e i danzatori è necessario ci sia stima reciproca. Solo così si riesce a imparare di più e a lavorare meglio. Se davanti hai persone di cui non hai stima, diventa più difficile. Per fortuna capita, nella maggior parte dei casi, di lavorare con maestri di altissimo livello come Derevianko e la moglie del nostro direttore Olga Chencikova, per esempio, sono grandissimi coach. Hanno un ritmo di allenamento perfetto. Invece, tra colleghi sarebbe meglio che la stima ci fosse, ma in alcuni casi, tra gelosie e problematiche di vario tipo, non è così.

Ne esistono tante di gelosie? Tu le hai mai subite?

Personalmente ho un carattere che mi aiuta a farmi scivolare le cose addosso, senza rimanerne ferita. Sono molto autocritica. So quando non faccio bene o quando non mi piaccio. Per questo è necessario avere dinanzi maestri di cui hai piena fiducia. Diventano il nostro specchio e il nostro modo di capire gli errori, senza accusarsi in maniera poco costruttiva. A questo proposito, mi manca moltissimo Gilda Gelati; anche lei era prima ballerina, oltre che una delle mie più care amiche. Ci confrontavamo, ci aiutavamo. Non esisteva rivalità alcuna.

Come ti rapporti con le nuove leve del Teatro alla Scala?

Ne ho profonda stima. Sono talentuosi e tecnicamente preparatissimi. Personalmente, però, mi ci ritrovo con difficoltà. Abbiamo età diverse ed è cambiato il modo di lavorare. È tutto più rapido. I ragazzi debuttano un ruolo dopo pochissime prove. Io avrei bisogno di un mese di studio, curando i singoli dettagli. Oggi, a mio avviso, scivolano un po’ via. Ricordo che durante una prova della Dama delle camelie con il grandissimo Neumaier, in tre ore facemmo solo 10 minuti di passo a due. Oggi, forse, non c’è più tempo.

Ti piacerebbe, un giorno, passare dall’altra parte e trasmettere ai giovanissimi la tua esperienza?

Mi piacerebbe poter insegnare ciò che io conosco, i ruoli che ho ballato, approfondito e vissuto sulla mia pelle. Per esempio ho interpretato Giulietta per vent’anni e potrei spiegare ogni singolo, piccolissimo movimento. Ogni intenzione.

A parte Gilda Gelati, quali sono le persone con cui hai stretto sinceri rapporti d’amicizia?

Gilda è in assoluto la prima e la più importante. Abbiamo condiviso davvero tanto. Oggi poi ho la mia famiglia, i miei bambini. Frequentiamo molte persone che non hanno a che fare con quell’apparente mondo di favole che è l’ambiente della danza.

Perché lo definisci mondo di favole?

Ogni balletto è una fiaba. Cenerentola, La Bella addormentata…Storie e favole che tutti amiamo. Comunque il mio carattere mi ha portato a vivere tutto in maniera positiva e bella. Per me, la danza, rimane un mondo meraviglioso di cui non potrei fare a meno.

Cosa ti ha spinto, da bambina, verso il Teatro alla Scala?

Da piccola studiavo ginnastica artistica e non riuscivo in casa a stare ferma. Ballavo ogni qualvolta mi capitava di sentire della musica, classica o moderna che fosse. I miei genitori allora, amanti della musica e dell’opera lirica, mi suggerirono di fare l’audizione per la scuola di ballo. Fu così che iniziai a studiare danza e nel tempo mi piacque sempre di più. Mio padre, ogni estate, mi faceva sedere al tavolo e mi chiedeva se desideravo continuare. Iniziai per gioco e diventò la mia vita.

Come furono gli otto anni della scuola?

Li ricordo belli. Piacevo molto alla signora Anna Maria Prina. A questo riguardo ricordo un aneddoto davvero carino. Per i primi cinque anni di scuola ebbi come insegnante Eliana Arditi, gli ultimi tre la signora Colombini. La prima dolce e disponibile, psicologa oltre che insegnante; la seconda, bravissima insegnante ma meno attenta alla “persona” che aveva davanti. Io ho sempre portato la frangetta. La Colombini voleva che la tagliassi a tutti i costi. Mi portò in direzione dalla Sig.a Prina, la quale sentenziò che potevo tenerla. Anche lei aveva sempre portato la frangetta e si riconosceva in me.

Ti ricordi il giorno del diploma?

Quando mi diplomai già lavoravo come elemento fisso nel corpo di ballo. Fu una giornata come le altre. Eravamo rimaste solo in quattro dalle quindici del primo corso.

Qual è stato il primissimo ruolo che hai ballato?

È stato Giulietta con Roberto Bolle. Avevo diciannove anni. Ricordo il lavoro prima del debutto e l’attenzione ai singoli particolari. Fu Georgina Parkinson, musa di MacMillan, a istruirmi e insegnarmi il personaggio. Lei era strepitosa. Dietro ogni gesto un mondo. Quando entrai in scena, non ero più Marta ma Giulietta. In realtà nello stesso anno debuttai anche il ruolo di Myrtha. Ballavamo al Castello Sforzesco e ricordo che sbagliai la variazione; Myrta ha tre interventi e nella seconda variazione ripetei la prima parte dell’adagio.

Quali sono le caratteristiche che, secondo te, ti hanno dato la possibilità di diventare prima ballerina e in qualche modo fare la differenza?

Probabilmente le mie doti fisiche. In uno dei primi articoli mi definirono Balanchiniana. E mi ci ritrovo pienamente.

Ti ricordi il momento della nomina a prima ballerina?

Fu il grande direttore ed ora amico Frédéric Olivieri ad appoggiare la mia nomina. Un po’ me lo aspettavo. Erano tantissimi anni che danzavo da protagonista. La nomina arrivò con una lettera e fu comunicata in sala ballo davanti a tutti i colleghi.

Se tu dovessi guardarti dall’esterno, come ti giudicheresti?

Non mi piaccio mai anche quando riguardo i video delle mie esibizioni. Di certo, il più bel complimento che mi si può fare è quello in cui mi si dice che ho emozionato. Solo allora, mi sento contenta.

Cosa cambieresti di te come ballerina?

Mi piacerebbe che le cose mi venissero immediatamente. E sarei voluta nascere “piroettando”. Il giro me lo sono conquistato.

Quali sono i ruoli in cui ti ritrovi maggiormente?

Quelli tragici, drammatici. Amo commuovermi e piangere in scena. Forse nella vita reale tendo a nascondere questo lato di me. Cerco di non pensare a ciò che di brutto mi circonda e a vivere e godere solo delle cose belle. Sul palco do libero sfogo a questo lato oscuro, che comunque mi appartiene.

Da bambina, quando studiavi in scuola di ballo, cosa speravi per la tua carriera?

Non mi aspettavo nulla. Sono sempre andata avanti con “spensieratezza”. A dieci anni ho cominciato per caso, poi mi sono appassionata pian piano. Ho visto Nureyev e i grandi danzare davanti ai miei occhi, ma non pensavo che sarebbe accaduto tutto quello che dopo è arrivato. Ho avuto, nel tempo, la fortuna di incontrare persone che hanno creduto in me. Dalla scuola fino al lavoro in compagnia. Sono stata decisamente fortunata.

Sei, fra tante, una danzatrice atipica. Hai una splendida famiglia, un marito, Alessandro Grillo, anche lui primo ballerino e due splendidi figli. Questa scelta ha tolto qualcosa alla tua, già straordinaria, carriera?

Io ho l’esempio di una famiglia meravigliosa. I miei genitori si sono amati molto e tuttora si amano. Con Alessandro abbiamo costruito un mondo che è la nostra forza. I nostri figli sono ciò che più desideravamo. La carriera di una ballerina non è eterna. La danza è “giovane” dopo un po’ finisce. La famiglia rimane per sempre. Con i figli mi sono fermata due anni. Ho perso qualche balletto ma ne è valsa la pena. Loro sono la mia produzione più bella.

Se i vostri figli volessero intraprendere la carriera di danzatori?

Francesco, il primo, ha delle doti infinite. Gira come il padre. Ha piedi e gambe come noi. Il secondo é ancora tanto piccino, per ora balla e saltella di qua e di là. Chissà.

Quanto è cambiata la danza oggi, rispetto a quando hai iniziato tu?

Oggi è certamente più atletica e i ragazzi, maschi e femmine indifferentemente, sono molto più dotati. Non so se dipenda dalla scuola o dalle loro specifiche attitudini, sicuramente studiano meno. Di contro però fanno molta più esperienza di palcoscenico. E questo è fondamentale.

Quali sono i partner con cui hai avuto maggior feeling?

Alessandro ovviamente, anche se abbiamo bisogno di un maitre che ci gestisca. La troppa confidenza ci porta a discutere moltissimo. Roberto Bolle è per me uno dei migliori partner perché io sono molto alta e difficile da gestire e ho bisogno di un partner fortissimo. Devo dire, però, che mi sono trovata benissimo anche col mio caro amico Gabriele Corrado che purtroppo ora balla nel Balletto di Montecarlo.

Mi racconti i momenti più difficili della tua carriera?

Probabilmente quelli legati agli infortuni. Ho la cartilagine di un ginocchio consumata e quando s’infiamma, si gonfia e mi fa molto male. In un’occasione dovetti saltare “Theme and variations” di Balanchine agli Arcimboldi. Soffrii moltissimo perché ci tenevo tanto. Era il 2001.

Chi tra i giovanissimi danzatori della Scala, secondo te, avrà una carriera da grande interprete?

Il primo che mi viene in mente é Claudio Coviello. Ha una tecnica perfetta e già ora, nonostante la giovane età, sa essere grande interprete. Da Basilio ad Albrecht, è in grado di interpretare ogni ruolo. Tecnica perfetta, doti fisiche e grande artisticità in più é gentile e un bravo ragazzo e questo è per me fondamentale.

Come ti vedi in futuro?

Come ti dicevo prima, vorrei insegnare i ruoli che ho imparato io e vissuto sulla mia pelle. E riscoprire insieme ai ragazzi la cura dei dettagli e dei particolari. Oggi tutto è troppo veloce.

Da danzatrice classica, come vedi gli altri stili di danza e le altre forme di spettacolo che non sono il balletto?

Ammetto di non conoscere tutti i tipi di danza che esistono oggi. Alcuni mi annoiano, ma altri mi piace vederli e assistervi da spettatrice. Sono aperta a tutto. Senza snobismo alcuno.

Uno dei ricordi più felici della tua carriera?

Aver lavorato tanto con Alessandra Ferri. Mi manca molto vederla in scena. È una danzatrice e un’artista come poche ne esistono. Subentrando a lei nei ruoli che interpretava, ero presente durante le prove e guardarla in sala è stata una fonte di arricchimento davvero straordinario. Ho visto come reagiva e coglieva le correzioni e i suggerimenti dei maestri e dei coreografi. Osservavo i suoi gesti, i suoi occhi. Mio padre mi ha sempre insegnato di saper ascoltare ed apprezzare i buoni esempi: è una delle migliori doti che si possano avere. Mai consiglio fu più azzeccato.

Quanto sei orgogliosa di ciò che hai fatto nella tua carriera?

Tanto. Anche perché tutto ciò che ho ottenuto, è arrivato solo attraverso un grande lavoro. Non ho mai chiesto nulla.

Come vivi, oggi, dopo anni di esperienza il tuo essere ballerina?

Ancora adesso non c’è giorno in cui io dica di andare a “lavorare”. La danza è stata e resta la mia più grande passione. Un amore grande e infinito che si unisce a quello per la mia famiglia. Ed entrambi, dureranno per sempre.

Ho trascorso con Marta quasi tre ore. Il tempo è volato. E in ogni singolo momento ho avuto conferma che ciò che si dice di lei corrisponde a verità. Marta è persona amabilissima. Il suo modo di raccontare e il suo entusiasmo contagiano. Il sorriso compare spontaneo e inatteso a ogni sua parola. Soddisfatta del proprio lavoro, non ha mai smesso di amare ciò che fa. E quest’amore è tutto lì. Nelle parole che pronuncia, nella tenerezza dei suoi ricordi, e in quei bambini e in quel marito che oggi sono parte del suo bellissimo mondo. 

Crediti fotografici: Marco Brescia

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