C’è un’ambizione evidente in Meme, la nuova creazione di Samuele Barbetta, produzione DANCEHAUSpiù – Centro Nazionale di Produzione della Danza, andata in scena al Teatro Franco Parenti: un tentativo di mettere il corpo al centro di questioni che sembrano ormai consumarsi quasi esclusivamente nel dominio delle parole, delle immagini, dell’informazione continua.
Più che raccontare una storia, Meme dispone frammenti, suggestioni, immagini, dichiarazioni pubbliche, memorie collettive e private che finiscono per orbitare intorno agli stessi interrogativi: come si sopravvive al presente? Quanto del dolore degli altri ci attraversa davvero? In che modo i grandi eventi della storia si depositano nei nostri corpi? La risposta, naturalmente, è affidata alla danza. O, meglio, a un linguaggio scenico ibrido, in cui movimento, parola, teatro fisico e suono convivono continuamente grazie agli abilissimi performer: Federico Prendin, Silvia Chieregato, Alice Pinato, Massimo Farina, Elia Fiore e Riccardo Massaro.
Il paesaggio sonoro è affollato: si susseguono le voci di Michela Murgia, Giorgia Meloni, Lilli Gruber, del generale Vannacci, di Antonio Tajani, fino ad arrivare a Roberto Benigni che, parlando della guerra in Palestina, afferma:
«Siamo tutti lo stesso corpo. Se non sentono il dolore, non sono umani».
È uno dei nuclei emotivi più forti dell’intero spettacolo, ma rischia di non essere abbastanza incisivo. Perché le voci sono tante. Forse troppe.
La loro continua stratificazione finisce progressivamente per produrre un effetto paradossale: sono tonfi sordi che, invece di amplificare il peso delle parole, lo attenuano. L’ascolto si abitua; il susseguirsi delle dichiarazioni diventa un flusso continuo che, come accade spesso nella nostra quotidianità mediatica, si trasforma quasi in un rumore di fondo. L’intenzione sembra essere proprio quella di restituire l’infosfera e la fonosfera del presente.
Lo stesso principio di accumulo attraversa tutta la composizione. Accadono molte cose. Moltissime. I registri cambiano continuamente: si passa dal comico al tragico, dal cinico al poetico, dalla denuncia sociale all’ironia più spiazzante. È una scelta coerente con la complessità del presente, ma non sempre la quantità delle immagini permette a ciascuna di sedimentarsi davvero nello spettatore.
È vicinissimo, perché non c’è proscenio, il performer che, attraverso la lingua dei segni, fa la cronaca di un femminicidio. Un’immagine di straordinaria forza che richiama inevitabilmente una certa poetica di Pina Bausch, in particolare il celebre assolo in cui un’interprete traduce in gesti The Man I Love. Non si tratta di una citazione diretta, quanto piuttosto di una comune fiducia nella capacità del gesto di farsi linguaggio quando le parole non bastano più.
Le reminiscenze bauschiane riaffiorano anche in un’altra sequenza: una donna immobile al centro della scena, vicina a un microfono, viene progressivamente circondata dai performer uomini che la sfiorano, la disturbano, la invadono con una violenza trattenuta, quasi impercettibile e, proprio per questo, ancora più inquietante. È difficile non pensare a Kontakthof, dove il confine tra seduzione, pressione sociale e sopraffazione viene continuamente negoziato attraverso la vicinanza dei corpi.
Ma Meme non si limita ai riferimenti. Cerca una propria grammatica fatta di immagini spesso autonome, quasi installative. C’è il gruppo che avanza strofinandosi il volto mentre viene letta una pagina di diario ambientata nel 2125 e firmata da una ragazza di nome Ana. Lo stesso nome che Cecilia Sala attribuisce a un riflesso durante la sua detenzione, trasformando un racconto futuribile in qualcosa di profondamente presente. Se le parole costruiscono un orizzonte temporale lontano, i corpi sembrano renderne immediatamente percepibile il peso, offrendo una traduzione fisica della memoria e della sopravvivenza.
Altre immagini funzionano invece per la loro ambiguità: i performer che mordono le dita della mano di uno di loro, come un organismo collettivo incapace di distinguere cura e aggressione; oppure il gioco infantile, quasi farsesco, in cui tutti fingono di spararsi reciprocamente. Il conflitto assume la forma di una ritualità ironica che lascia emergere il nostro progressivo assuefarci alla violenza rappresentata.
Persino una semplice frase coreografica, ripetuta come se fosse stata memorizzata pochi minuti prima dell’inizio dello spettacolo, sembra riflettere sul modo in cui oggi assimiliamo gesti, comportamenti e informazioni: velocemente, superficialmente, replicandoli prima ancora di averli realmente compresi.
Più ancora che parlare della guerra, della politica, del femminicidio o delle crisi contemporanee, lo spettacolo sembra interrogarsi sulla nostra capacità di elaborarle quando la sopravvivenza è violenza, il domani è uno ieri. Tutto arriva con la stessa intensità e tutto rischia di scomparire con la stessa velocità.
In questo senso, anche la struttura apparentemente dispersiva dello spettacolo può essere letta come un riflesso del tempo che abitiamo. Resta però la sensazione che una maggiore sottrazione avrebbe reso ancora più eloquenti alcune intuizioni. Perché, quando Barbetta sceglie di fermarsi su un’immagine, di lasciarla respirare, Meme raggiunge momenti di autentica intensità.
È uno spettacolo che non offre risposte e probabilmente non vuole farlo. Piuttosto, pone un problema insoluto su cui il coreografo ci costringe a meditare con la bellezza di un racconto crudele e intriso di poesia. Un lavoro densissimo, coraggioso, che porta in scena il rischio più urgente del presente: ovvero, che ciò che dovrebbe ferirci smetta, semplicemente, di farci male.

