McGregor / Maillot / Naharin: l’astrazione, la malinconia e la forza trascinante della danza esplodono in scena alla Scala

18 marzo 2026, prima rappresentazione

di Nives Canetti
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Il trittico in scena al Teatro alla Scala dal 18 marzo, si è rivelato un’occasione molto importante per proporre al pubblico scaligero approcci alla danza totalmente diversi fra loro, notissimi a livello internazionale ma molto meno sul palcoscenico di casa nostra. Ed è stata l’ennesima dimostrazione che il Corpo di ballo della Scala ormai può ballare praticamente tutto.

Se da un lato Chroma di Wayne McGregor si pone su un livello astratto puramente estetico, passibile di un semplicistico “mi piace, non mi piace”, Dov’è la Luna di Jean Christophe Maillot cerca la poesia di un addio grazie alla tensione dei chiaroscuri e alla musica sublime di Aleksandr Skrjabin, Minus 16 di Ohad Naharin ha fatto vivere un’esperienza emotiva che il pubblico della Scala difficilmente potrà dimenticare.

Chroma, alternando diversi quadri esplosivi con altri più lenti e riflessivi, è danza pura, totalmente astratta. Coerentemente con la scelta di un’impronta estetica minimalista, i ballerini sono vestiti tutti uguali, maschi e femmine, se non per diverse nuances di colore, tutti in mezza punta, a far risaltare lo stile coreografico disarticolato, a tratti velocissimo e molto agli estremi dell’estensibilità umana di Wayne McGregor; quasi degli extraterrestri senza un accenno di emotività, gli interpreti si devono muovere sul palcoscenico con una precisione estrema sulla musica di Jobi Talbot, data la coreografia in moltissimi momenti asincrona fra di loro. Il tutto viene fatto risaltare dalla scenografia essenziale e elegantissima di John Pawson, una scatola bianca con un rettangolo sul fondo da cui escono i ballerini che vive di diversi colori e di bellissimi effetti di luce tridimensionali.

Seppur con un tocco decisamente più morbido, meno secco e violento rispetto ai ballerini di oltremanica, che ne segnarono il successo alla prima mondiale nel 2006, i dieci elementi del corpo di ballo scaligero hanno ben risposto alla sfida di questa coreografia difficilissima: Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko hanno affrontato il noto primo passo a due con decisione pur mantenendo le loro caratteristiche di fluidità. Claudio Coviello e Domenico di Cristo sono forse coloro che più si sono avvicinati allo stile originale della creazione di McGregor. Chirurgiche Alice Mariani Martina Arduino e Agnese di Clemente, accanto ad altrettanto nitidi Mattia Semperboni, Gioacchino Starace e Valerio Lunadei.

Di tutt’altra natura il lavoro di Jean Christophe Maillot Dov’è la Luna, piéce poetica e malinconica in cui il coreografo si è ispirato ad un addio molto triste della sua vita. Il palcoscenico è buio come un cielo notturno illuminato a tratti dalla luce della luna che danza e dall’apparire di ballerini in posa quasi come costellazioni. I costumi essenziali di Jerome Kaplan sono bifasici, chiari da un lato e scuri dall’altro a ricordare il percorso della luna ma anche l’alternarsi della vita alla morte per poi tornare ad una rinascita. L’effetto è molto efficace e simbolico quando la danza si sviluppa in coppia dove entrambi i lati coesistono, chiaro e scuro, creando atmosfere evocative.

L’estetica della coreografia con pose imponenti e braccia alla ricerca della luna, ricorda a tratti una certa tensione metafisica di sapore un po’ sironiano. Gli studi di Skrjabin riportano ad un’atmosfera malinconica e dolcemente tormentata grazie al pianismo raffinato ed elegante di Leonardo Pierdomenico (inspiegabilmente relegato in fondo al palcoscenico, illuminato ma visibile solo da una metà scarsa del teatro),  e sono uno dei punti più alti del lavoro in scena. Maria Celeste Losa e Nicoletta Manni hanno rappresentato con grande classe entrambe le facce della luna, mentre la parti maschili più plastiche erano affidate a Roberto Bolle e Domenico Di Cristo. Bravi nella loro ieraticità anche Agnese di Clemente, Gabriele Corrado e Said Ramos Ponce.

E poi la serata che viveva nei binari del “trittico contemporaneo” ha preso una piega totalmente inaspettata ad entusiasmante con Minus 16, trascinante collage di lavori di Ohad Naharin, direttore e coreografo israeliano di Batsheva Dance Company. Energia pura.

Tra i più importanti coreografi di oggi, che si contano sulle dita di una mano, Naharin ha una forza comunicativa impressionante che prescinde dal virtuosismo o dall’emozione tout court: ha la capacità di tirare fuori dai danzatori la loro essenza tramite l’ascolto attento e profondo delle sensazioni del loro corpo e la ricerca della qualità del movimento che è la vera chiave per ispirare grandi reazioni in chi guarda. Il suo metodo Gaga riesce così a trascinare l’audience attraverso meccanismi teatrali autentici e potenti. Minus 16 ha girato mezzo mondo, non sempre è uguale a sè stesso e resta uno dei suoi lavori più diretti e fruibili per il pubblico e per chi lo interpreta, non spiega nulla, lascia alla sensazione dei singoli per cui il pubblico si sente parte di un tutto ma al contempo vive la performance secondo il proprio sentire.

Il tutto inizia già durante l’intervallo dove il pubblico viene spiazzato dalla presenza in scena di un ballerino che improvvisa secondo il suo modo di ballare e di esprimersi, le persone man mano che si accorgono di lui cominciano ad applaudire a scena aperta e a luci accese, e già capiscono che non si sta per vedere qualcosa di canonico. Bravo Francesco della Valle, neo diplomato 2025, a riempire la scena da solo per questi venti strani minuti. Poi ad uno ad uno entrano gli elementi del corpo di ballo ricalcando i movimenti di Francesco, quando improvvisamente si muovono tutti in sincronia dando inizio allo spettacolo.

Echad Mi Yodea è un canto ebraico per celebrare Pesach: omettendo qualsiasi interpretazione religiosa, la forza di questo lavoro di Naharin sta nella ripetizione del tema e nell’aggiunta di un elemento nuovo ogni volta dopo la ripetizione dei precedenti, un canone che si arricchisce con un movimento nuovo ad ogni passaggio per tornare a ritroso all’inizio  (un po’ “alla fiera dell’Est” per spiegare). È una danza corale, ipnotica sulla musica tradizionale ebraica dalla ritmica potente, cantata in ebraico anche dallo stesso Ohad, e l’effetto “ola” dei ballerini seduti in semicerchio su delle sedie alla fine di ogni canone ripetuto 13 volte, lascia il pubblico coinvolto, sospeso e pieno di domande.

Dalla forza di questa danza quasi tribale, si passa al mistero e ai movimenti dinoccolati, affascinanti, a tratti liberi e a tratti sincroni di sei ballerine sul solo ritmo di un metronomo, ad introdurre un passo a due di un lirismo commovente sul Nisi Dominus dallo Stabat Mater di Vivaldi, interpretato con grande profondità da Marta Gerani ed Edoardo Caporaletti. Per noi uno dei momenti più alti e profondi della serata, dove la lotta, la difesa, l’accoglienza, il tormento, il prendersi e il lasciarsi di una coppia richiama in lontananza alla vicenda di Adamo ed Eva, ma anche alla vita di tutti noi.

Stacco: parte una cassa dritta che non dà modo a nessuno di stare fermi e su cui tutti i ballerini, in completo nero e camicia bianca, avanzano dal fondo danzando liberi con un’energia contagiosa. Così contagiosa che inaspettatamente scendono in platea e invitano  ignari spettatori a ballare Sway cantata da Dean Martin sul palco della Scala. Perché la danza è di tutti, degli impacciati e degli entusiasti, dei recalcitranti e degli esibizionisti, di chi resta pietrificato a guardare gli altri. E anche di quelli che in palco e in galleria non possono essere coinvolti direttamente. Si ricorda Minus 16 soprattutto per questo momento, che nonostante l’apparente facile giocosità, ha l’obiettivo di spostare l’attenzione del pubblico sul pubblico e sulla profonda reale necessità di espressione e di danza in ognuno di noi.

Una révérence sul Notturno op9 n2 di Chopin arriva a chiudere uno spettacolo unico, che non termina nemmeno dopo il sipario finale. Un telo nero pulsa sale e scende sul boccascena sul ritmo della cassa dritta che fa scatenare i bravissimi ballerini scaligeri ad ogni uscita. Teatrale fino alla fine.

Per chi ha voglia di saperne di più e conoscere meglio la personalità e il pensiero di Ohad Nararin su Minus 16 consiglio questa intervista rilasciata a Istvan Simon del Dresden Sempeoper  o l’intervista rilasciata a Marinella Guatterini sulla Rivista della Scala.

Il Corpo di Ballo ha affrontato splendidamente questo potente lavoro di Naharin, preparandosi con lezioni di Gaga per due mesi. In autunno li aspetta il debutto nella Sagra della Primavera di Pina Bausch ed è cosa buona e giusta. Un percorso di crescita importante che ci auspichiamo includerà in futuro anche creazioni importanti ad hoc per la compagnia, per darle tutta la rilevanza internazionale che merita.

Intanto questo trittico è uno spettacolo molto interessante in scena alla Scala ancora per tre date 24, 27 e 28 marzo. La serata del 31 sarà serata dedicata alla Fondazione Niguarda ETS.

Foto Brescia e Amisano

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