Tra la frenetica operosità delle sartorie e dietro le quinte fosche dei palcoscenici, Mario Celentano (classe 1998) si staglia come una delle tante esili sculture di Giacometti, con la fermezza, la serietà del professionista e la precarietà del giovane artista. La sua è una rigidità sinuosa, povera di sovrastrutture, e quelle necessarie le padroneggia, perché ne ha consapevolezza.
Con bramosia indaga la profondità dei soggetti dei quali elabora il loro alone volumetrico in una cornice ai più invisibile ma comunque assai sensibile. Il suo mestiere, che sembra avere a che fare con la raffigurazione dell’essere umano tra anatomie e fisionomie familiari e sconosciute, a volte lo obbliga a un isolamento ma su un’isola il cui litorale è infinito e sempre minacciato da acque torbide e onde prepotenti.
Insomma, pare difficile identificare e cogliere i confini e la forma di ciò che fa e pertanto, subito, lasciamo che sia lui a tracciarli.
Come definiresti il tuo mestiere?
Il mestiere del costumista è estremamente intimo e personale, difficilmente dà pace, tutto può diventare materia di stimolo ed ispirazione, la mente è in continua acquisizione d’immagini che vengono processate, ogni input diventa materia di elaborazione. Fare il costumista richiede momenti di solitudine e di stasi. Momenti di silente autoanalisi lavorativa per stabilire dei link tra gli stimoli che realmente sono di mio interesse per poi, alla fine, maturare un’idea. Tutto converge verso il raggiungimento del medesimo risultato.
Cosa ti viene subito in mente se pensi al tuo percorso? Il primo costume che ricordi?
Penso a una giornata di primavera, soleggiata, avevo otto anni, ero in cucina, mia madre lavava i piatti e io per la prima volta disegnavo un bozzetto senza averlo mai fatto prima. Un abito viola e lilla, lungo, a righe orizzontali, con un cappello viola e fucsia, la fisionomia era quella di mia madre. Conservo questo disegno non solo come suo ricordo ma anche come inizio di un percorso che forse ero predestinato a compiere. Il primo costume a cui penso è quello che ho realizzato per lo spettacolo Ricostruzione 1.0, andato in scena in prima assoluta nell’ambito di Caracalla OFF 2023, che ha segnato il mio debutto da costumista. La persona che lo ha indossato ed interpretato è il soprano Mariam Suleiman, che oltre ad essere un’artista con una voca proveniente dal Paradiso è anche una cara amica. Negli anni ho lavorato moltissimo sia sulla mia estetica che evoca sempre una sensazione polverosa, sospesa, onirica, onnisciente, rarefatta, ma anche sulle mie competenze che ho affinato durante il percorso di tre anni fatto al Teatro dell’Opera di Roma stando a stretto contatto con professionisti del calibro di Anna Biagiotti e Carlo Di Mascolo che con umanità e dedizione hanno saputo trasmettermi i segreti di questo mestiere. Infine, sicuramente esiste una parola che mi ha accompagnato e che sono certo continuerà a farlo nel mio percorso: ENTUSIASMO. Non si tratta di un’euforia esteriore, anche perché probabilmente vedendomi al lavoro sono serio e molto concentrato, bensì si tratta di un’auto motivazione nel fare bene, che a fine giornata diventa fonte di grande gratificazione personale.
Le opere d’arti, musicali e coreutiche fortemente caratterizzate spesso portano il marchio di un solo creatore, anche quando per l’esito finale è fondamentale il contributo di altri. Hai riscontrato un sentimento di comunità nella fase di gestazione delle opere a cui hai contribuito?
Dipende! Penso che il mio punto di vista riguardo questa domanda sia tanto influenzato dalla concezione che ho del costume come elemento dotato di una forza intrinseca, con una sua potenza a sé stante. Nell’opera lirica, come nel balletto, la risultante visiva è estremamente importante ed esigente, carica di aspettative. Infatti, dopo l’udito, la vista è il senso che viene fin da subito sollecitato negli spettatori attraverso specifiche tecniche che difficilmente vengono notate da chi osserva, ma è proprio l’applicazione di queste che determina il cosiddetto “pathos teatrale”. Ritengo che la messa in pratica di questo metodo rappresenti una delle sfaccettature più arzigogolate del mio mestiere. Spesso gran parte del lavoro consiste nel trovare l’effetto ottico migliore che permetta allo spettatore di leggere il costume nella sua totalità, considerando sempre la distanza fisica di 15/20 metri fra la platea e il palcoscenico.
Riguardo il sentimento di comunità posso dire di aver avuto esperienze diverse. Finora ho sicuramente riscontrato un interscambio più profondo nella creazione progettuale di una regia d’opera. Sto imparando ad ascoltare e riflettere più a lungo prima di agire seguendo unicamente il mio istinto. È necessario comprendere a pieno cosa s’intende mettere in scena, quale sensazione si vuole evocare. Trovo davvero utile ricevere delle immagini o dei riferimenti letterari per sviluppare la percezione che il regista ha di quel mondo. Poi c’è la fase di realizzazione con i tagliatori e le sarte. É sicuramente la parte più frenetica e richiede tanta pazienza, cura, ma soprattutto capacità di risoluzione rapida perché arrivati a quel punto, non puoi fermarti. Qui il senso di comunità è estremamente forte e sfocia nell’attesa della prima prova in costume.

Dopo la fase iniziale come si sviluppa il dialogo e il rapporto con il coreografo, il regista o chiunque ti commissioni un lavoro? Quanto controllo ritieni abbiano i nomi più importanti della locandina?
Il costumista deve saper mediare tra i desideri del coreografo o del regista, la propria volontà di ideare qualcosa che ritiene autentico e prezioso ma anche la disponibilità economica. Personalmente, non m’interessa creare una piacevole immagine da guardare. Anzi, il mio intento è rendere nella realtà la percezione di un mondo capace di travolgere chi lo sta osservando. Ciò richiede grande impegno, ma soprattutto tempo che oggi come non mai, vien sempre meno. Mi disturba molto quando si parla senza alcuna competenza, bisogna tacere quando non si ha la cognizione di causa di quello che s’intende dire. Sono il primo ad impegnarmi nel rispettare chiunque con il silenzio e l’ascolto, ma è ormai diventata consuetudine intervenire in ambiti che non si padroneggiano affatto. Ad oggi, purtroppo o per fortuna, tendo ad essere tanto emotivo nei confronti dei progetti su cui lavoro questa è anche una qualità: metterci tutto me stesso.
Come nutri la tua creatività?
Il nutrimento della mia sfera creativa è quotidiano perchè difficilmente riesco a staccare la spina, dedicandomi ad altro. Anche i rapporti umani che vivo sono spesso compromessi da questa mia necessità. Sicuramente il confronto stimola tanto i miei sensi e sviluppa il modo di percepire le cose.
Quando ti approcci a un lavoro per la danza consideri fin da subito la componente movimento?
Nel corso di questi ultimi tre anni ho avuto modo di appassionarmi profondamente al mondo della danza che penso che sia, ancor oggi, un ambito abbastanza inesplorato per un costumista. In passato, elaborai uno studio in relazione al rapporto fra danza, movimento creazione di un determinato volume nello spazio, basato sul sintetismo kandinskiano. Avvalendomi di un esperimento visivo immortalato nel 1927 dal fotografo Paul Jsenfels, ovvero una serie di scatti aventi come soggetto i singoli danzatori e danzatrici della Herion Dance School di Stoccarda fotografati nell’esatto momento in cui realizzano una precisa geometria corporale sospesi in aria, decisi di analizzarne le linee sintetiche, detraendone le forme e i volumi. Sulle suddette foto ho ricalcato le linee del movimento e attraverso un processo di astrazione sono arrivato all’ideazione di volumi reali che hanno trovato corrispondenza nella realtà, diventando il punto di partenza per la realizzazione dei miei costumi. Trovo estremamente affascinante quella che definisco “la malinconica danza subalterna”, a tratti intermittente, che il costume attua come conseguenza del movimento del danzatore che lo anima, rendendogli la sua forza espressiva. Qui, si manifesta, nella materia, quella sensibilità percettiva che trovo commovente e di grande ispirazione.
Dedizione, ore di lavoro e di attenzione maniacale al dettaglio, prove e modifiche per un costume che sarà indossato per sette, otto, nove recite, poi riposto in magazzino nella speranza di una ripresa. Hai mai la sensazione di perder tempo o fare qualcosa di poco utile?
No, perché il mio tempo si incastra con quello di altri per un momento di perfezione calibrata per garantire un’emozione. Trasmettere un valore autentico e far intendere che la realtà della vita non è soltanto la quotidianità standardizzata nella società contemporanea, di cui noi siamo succubi, ma è anche la magia che si realizza in teatro. Tale consapevolezza nel pubblico è una missione per la quale chi opera nelle retrovie di questo settore, svolge le proprie mansioni finalizzate al raggiungimento di quella magia capace di far trascendere la mente e l’anima di chi osserva. Per garantire l’eccellenza e l’efficacia di questo risultato è necessaria un’attenzione al dettaglio scrupolosa, altrimenti tutto si svuota di significato e decade nella mediocrità, divenendo mera e insulsa rappresentazione.
Heritage e archivio, il significato che attribuisci a queste parole e quanto spesso le frequenti?
Ritengo che l’archivio storico costumi di un teatro sia una vera e propria miniera d’oro per chi opera nel mio stesso settore. Il problema principale risiede nella difficile e intricata gestione dovuta, soprattutto, alla costante produzione di costumi nuovi poi collocati nello spazio del magazzino. Garantire questo servizio gestendo in contemporanea il lavoro di reperimento di costumi per altri spettacoli sta diventando sempre più complicato, come anche attingere da un patrimonio che continua a espandersi determinando tempi di selezione più lunghi. Considero il repertorio una grandissima opportunità che, però, richiede tempo per una giusta consultazione. Le soluzioni a disposizione sono molteplici come l’adattamento del costume attraverso la capacità di tramutare in nuovo ciò che per tanti decenni è stato considerato antico: uno degli approcci più moderni che forse un costumista può adottare.
Gli ultimi cambiamenti che stanno destabilizzando e interrogando il sistema moda influiscono sulla tua attività di costumista?
Considero la moda e il costume figlie della stessa madre, ma anche sorelle con visioni del mondo differenti. Quando ho intrapreso la strada del costume, seppur affascinato dal mondo del fashion system, volevo dare risalto al trasporto emotivo, all’ideazione di un sentimento che va indossato sul palco. A livello creativo non penso di attingere troppo dal mondo della moda contemporanea. Ritengo però estremamente importanti le campagne volte a sensibilizzare i creativi sulle questioni ambientali, verso approcci più sostenibili. A tal proposito penso che il mio lavoro abbia un forte potenziale considerando la rigenerazione della materia come uno stimolo e non un ostacolo.
Nel tuo lavoro e nei luoghi in cui lo pratichi c’è attenzione e consapevolezza sui temi della sostenibilità, inclusività, rigenerazione, tecnologie contemporanee?
I ritmi veloci di produzione costringono spesso ed inevitabilmente ad accantonare questioni come la sostenibilità, la rigenerazione o l’utilizzo di nuove tecnologie. Incidono il tempo e le scadenze a breve termine che obbligano a trovare soluzioni più rapide ma spesso lontane dalle tematiche di cui sopra. Garantire la rigenerazione di materiali già utilizzati richiede tempo, manodopera, nuove tecnologie e una seria volontà sistemica di investire in questo settore che oggi, purtroppo, non c’è.
Cosa hai disimparato finora nel tuo mestiere?
Tempo fa chiesi a una persona con più esperienza di me, per quale motivo tutti coloro con cui mi confrontavo in teatro sembrassero spenti. Mi è stato risposto che all’inizio si dà il massimo, una completa dedizione e disponibilità che viene meno quando si comprende che il lavoro non è più sufficiente e lo si vive come semplice dipendente, perdendo interesse. Al tempo non capivo come questo fosse possibile ma oggi comprendo tale apatia pur senza riguardarmi. Continuo a perseverare. Non consento a nessuno di scalfire il mio entusiasmo, perché tale concessione corrisponderebbe a un fallimento.
Quanto e come il tuo lavoro ha cambiato la percezione che hai del tuo corpo?
Non mi è mai capitato di soffermarmi più di tanto su questo aspetto. Mi piace molto risaltare le linee anatomiche attraverso il costume, soprattutto per la danza. Per esempio, nel caso di una fisicità maschile, penso che evidenziare il petto, addolcire il punto vita, accompagnare la natica in un certo modo, metta in risalto la silhouette avvalorandone la sua forza scenica. Sinceramente fin dagli inizi dei miei studi ho avuto consapevolezza del mio corpo, della mia altezza, agilità e longevità. Il mio lavoro mi ha aiutato a valorizzarmi, tradurmi esteticamente, presentandomi agli altri in un modo che lascia intendermi. Posso dire di amare il mio corpo che associato al carisma mi permette di esprimermi con maggior completezza, anche quando comunico le mie idee.
Come ti approcci alla nudità?
Ritengo di non aver alcun senso del pudore, nonostante la persistenza di refusi sociali. Nel mio lavoro, durante una prova costume, è importante saper gestire emotivamente il confronto con la nudità dell’artista, un passo falso può essere fatale. Penso sia scontato sottolineare la differenza fra la fisicità di un corista e quella di un ballerino. Nel primo caso ho constatato differenti modi di relazionarsi al proprio corpo e di conseguenza anch’io mi approccio con maggior cautela, cercando di mostrare il massimo riserbo e sensibilità nei confronti dell’artista. D’altronde la sala delle prove costume è il posto in cui gli artisti si mettono più a nudo per entrare in contatto col personaggio che andranno a vestire. Con i ballerini e le ballerine c’è un’esigenza maggiore di apparire al massimo della loro capacità fisica e performativa. C’è quasi sempre grande disinibizione per cui generalmente si interviene con meno imbarazzo anche su particolari zone del costume che spesso necessitano di accorgimenti tecnici, sempre conservando la massima cautela e precauzione.
Hai già accennato all’entusiasmo che sul tuo profilo Instagram ricorre spesso (nella bio, nella descrizione di un post ma anche come post su uno sfondo completamente bianco con la “E” maiuscola). Credi che gli altri percepiscano questo sentimento? E tu lo riconosci negli altri?
Credo proprio di sì! In questo lavoro capita spesso di lavorare in diversi teatri, e quindi sartorie, a contatto con tante persone. Ogni volta che vado via percepisco sia dentro di me che da parte delle colleghe e dei colleghi un senso di assenza e di mancanza. Mi dicono che la mia presenza alleggerisce le giornate e che il mio modus operandi garantisce una certa semplificazione nell’impostazione del lavoro. È bello percepire l’entusiasmo di chi lavora con me, perché non si è mai entusiasti da soli ma solo attraverso una condivisione, motivandosi vicendevolmente.
Qual è il tuo attuale stato d’animo?
Concentrazione. Figurativamente e come se abbia scalato una piramide altissima a mani nude, scalino dopo scalino, e a pochi passi dalla vetta qualcuno mi abbia dato una spinta facendomi ritornare indietro. Ora, sento di essere vicino alla cima di nuovo, manca poco. Mi sono ripromesso di affrontare gli impegni con maggior serenità. Purtroppo, ogni volta ricasco lasciandomi assorbire totalmente. Possiedo una capacità di autoanalisi profonda che mi consente di capire dove sbaglio, nella vita e nel lavoro, conferendomi una grande sicurezza nell’affrontare ciò che mi aspetta.
Una cosa da cui non ti separi mai?
Sono delle forbici antichissime, risalenti probabilmente al periodo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, che mi ha regalato colui che considero il mio maestro, mentore, amico e papà dell’opera, Carlo Di Mascolo. Me le diede in occasione di un’importante Prima, Cenerentola. Carlo ha conservato queste forbici appese al muro per trent’anni. Pare che posseggano una forza intrinseca capace di aiutare nei momenti in cui è necessario rigenerare la propria creatività. Io mi affido a loro nei momenti di massima criticità artistica.
C’è qualcosa che ti manca e di cui avverti la necessità? Pensi che il tuo mestiere posso colmare questa lacuna?
Mia madre diceva sempre “credi nei tuoi sogni e falli diventare realtà”. Lei è stata un esempio di forza e di volontà, ma non ce l’ha fatta. Fino a quel momento nella mia vita avevo sempre raggiunto risultato mediocri. Poi ho capito che non potevo sprecare il tempo e ho deciso, in ogni caso, di puntare all’eccellenza per renderla fiera. Nel tempo ho imparato anche a rendere più fiero me stesso. Il mio lavoro non deve sottrarmi alla vita che voglio percepirla appieno, abbracciarne tutte le esperienze. Questo vuol dire anche dare valore al tempo con amore, lo stesso di cui sono stato privato, che ora metto nel mio lavoro, e che spero di continuare a condividere con le persone capaci di leggere la mia sensibilità.

