Interviste

Marco Pierin: “Tutto ciò che oggi faccio, viene dal profondo del mio cuore”

Hai avuto una carriera lunga e piena di soddisfazioni, distinguendoti innanzitutto come eccellente danzatore e poi come maestro amatissimo. Oggi a che punto della tua vita, artistica e personale, pensi di essere?

Credo che se mi si desse la possibilità di tornare indietro nel tempo vorrei vivere la mia intera vita, artistica e privata, con la consapevolezza e la maturità di oggi. Tutto ciò che faccio, viene dal profondo del mio cuore. Non sono mai stato un freddo calcolatore e mi son sempre “buttato” nelle mie emozioni, belle o brutte che fossero, totalmente. Oggi l’intensità con cui ho affrontato le prove della vita mi hanno reso l’uomo che sono, e ciò mi ha permesso di trovare la chiave giusta per entrare in relazione con gli altri e comprendere le personalità di ciascuno. Mi riferisco per esempio alle lezioni di danza: tanto con gli adulti, quanto coi ragazzi, cerco sempre di creare empatia. Ѐ questo è certamente frutto del mio lungo percorso.

La tua lunga carriera, colma di successi e riconoscimenti a livello e nazionale e internazionale, è stata caratterizzata, per tua stessa ammissione, da una certa diffidenza. Perché?

Credo di essere stato un ballerino particolarmente attento all’armonia ed allo stile, certamente non un virtuoso, ma un danzatore comunque singolare. E questo, penso, sia stato percepito dal pubblico, ma non sempre dagli addetti ai lavori. Tutto ciò che mi è stato dato mi è stato concesso quasi col contagocce. Forse non ho saputo impormi nella maniera giusta. O forse non ho mai avuto il coraggio di lasciare l’Italia in modo definitivo accettando proposte di collaborazioni durature anche giunte da grandissimi coreografi come Roland Petit o Maurice Béjart. Ho lavorato con tantissimi di loro ma non ho mai fatto scelte che mi legassero a questi immensi nomi in maniera definitiva. E forse, riflettendoci, il sodalizio con Luciana Savignano, al quale ho dedicato tutto me stesso, agli occhi della critica non mi ha sempre giovato: è sempre stata lei la star della coppia e io, pur collaborando orgogliosamente, ero sempre in secondo piano.

Ricercando nella memoria e ripensando alle critiche sui giornali che ti riguardavano, non ho mai letto nulla di negativo. Perché ritieni di non essere stato capito?

Critiche veramente negative non ne ho mai ricevute. Non avrebbero potuto. Sicuramente all’estero ho avuto maggiori riconoscimenti rispetto a quelli ricevuti in patria dove spesso, proprio al fianco di Luciana, sono stato definito “Il fido Pierin”. Ritengo non si possa liquidare un artista con un’espressione del genere.

Credi possano esistere le amicizie nel mondo della danza?

No. Io ci ho creduto, ho amato le persone con cui ho lavorato e condiviso il palco, ma non sempre sono stato ricambiato con lo stesso coinvolgimento. Ma va bene così.

Ritieni che sia cambiato, rispetto al periodo della tua formazione, il modo di insegnare la danza accademica?

C’è stata un’evoluzione importante, innanzitutto, nel concepimento della lezione: oggi c’è più dinamica, velocità e un cesello legato fortemente all’estetica del movimento. E poi sono cambiate le fisicità. La statura è aumentata e l’elasticità dei corpi è radicalmente mutata. La danza sta diventando in molte occasioni quasi un’esibizione ginnico-sportiva. E ciò non lo condivido affatto. La danza è arte, non dimentichiamolo, forse la più bella tra le arti, non può essere equiparata, in alcun modo, ad uno sport.

Sembra, però, che oggi il pubblico reagisca più alla danza circense, quindi al numero delle piroette piuttosto che alle gambe oltre i 180 gradi, e non al racconto e all’artisticità dei danzatori. Il pubblico va rieducato?

Credo che il problema sia tanto nel pubblico quanto in chi propone il balletto. Tutto ciò che è” tanto”, oggi, fa spettacolo e il pubblico, inevitabilmente, si aspetta il virtuosismo esasperato e la tecnica portata all’estremo. Questo non lo condanno assolutamente; come dicevamo c’è stata un’evoluzione della danza che va rispettata. Però al tecnicismo si deve unire la capacità di interpretare il personaggio nelle sue molteplici sfaccettature. Questo è il senso dell’arte che deve procurare sentimenti ed emozioni. Oggi, a mio avviso, sono molto rari i maestri capaci di ricreare tutto questo.

Se dovessi darti un voto e come danzatore tecnico e come artista, che voto ti daresti?

Forse 8 come ballerino, non tanto perché virtuoso, quanto perché mi sono speso sempre molto per la ricerca della pulizia e della bellezza delle linee, e poi un 10 come artista. Ho sempre vissuto pienamente ciò che danzavo mettendoci sempre il cuore.

La danza è stata una scelta oppure, come per molti danzatori, è entrata a far parte della tua vita in maniera casuale?

Credo ci sia un disegno preciso per ciascuno di noi e che poi accadono degli eventi che ti fanno comprendere ciò per cui sei destinato. All’età di sei anni vidi, alla TV in bianco e nero dei miei nonni materni, “Il lago dei cigni” interpretato da Maya Plisetskaya al Bolshoi di Mosca. Rimasi folgorato. Finita la quinta elementare entrai così alla scuola di ballo del Teatro alla Scala e tutto cominciò.

Quali sono stati i momenti che hanno fatto da spartiacque nella tua formazione prima e carriera poi?

Certamente i due anni di perfezionamento all’accademia del Bolshoi a Mosca hanno rappresentato per me un momento di grande cambiamento. Ѐcome se, in quel periodo, fossi passato dall’essere solo un adolescente ad uno stato di maturazione e consapevolezza maggiore. E poi gli incontri. A iniziare da Pippo Carbone, allora direttore del corpo di ballo della Scala e Anna Razzi la quale ha creduto, per prima, nelle mie possibilità permettendomi di essere suo partner a soli 22 anni in “Giselle”. Grazie a questo ruolo l’allora sovrintendente Badini mi nominò primo ballerino. Nel 1981 poi interpretati “Il lago dei cigni” con Luciana Savignano e fu la consacrazione.

Parlare con i danzatori della tua generazione o, ancora di più, con artisti come Carla Fracci per esempio, fa sempre pensare a un mondo popolato da “eroi” che quasi non esistono più. Gli anni in cui tu hai danzato erano gli anni dei grandi divi del balletto, dei danzatori quasi irraggiungibili. Oggi la percezione che si ha degli artisti è molto cambiata. Perché?

Credo che tutto sia frutto della società in cui viviamo. In passato le persone che frequentavano il teatro si legavano a un personaggio, lo seguivano, lo amavano, lo coccolavano. Non che oggi non ci sia l’affezione nei confronti degli artisti – basta pensare a Roberto Bolle – ma in generale tutto scorre più velocemente. E domani ci sarà un nuovo danzatore, o attore o cantante cui legarsi.

Cambieresti qualcosa di te stesso, o alcune scelte fatte in passato?

Nel bene e nel male ho sempre avuto il coraggio delle mie azioni, e ne ho pagato il costo. Se fossi stato diverso forse avrei fatto una carriera molto più importante. Avevo tutto: ero di bell’aspetto, avevo una buona tecnica ed ero un buon partner. Ma ero un insofferente, lo sono sempre stato, ho lasciato la Scala e tante grandi realtà. Ho sempre parlato liberamente, difeso la danza senza curarmi, spesso, delle conseguenze. Oggi chi ha voce e potrebbe cambiare le cose, non lo fa e di questo me ne rammarico.

C’è un coreografo, nel cui linguaggio, ti sei totalmente ritrovato?

A vent’anni feci l’audizione per entrare nella compagnia di Béjart e, nonostante la presenza di migliaia di candidati, fui scelto. Molti però mi dissuasero dall’accettare sostenendo che fossi più adatto ad un repertorio  classico-romantico. Mi convinsero e rinunciai. Anni dopo ho ballato alcuni suoi balletti, “Leda e il cigno”, “L’uccello di fuoco”, “Duo” e ho compreso, invece, quanto le sue coreografie mi stessero bene addosso, come un vestito che ti calza a pennello. Nel classico invece ho amato profondamente ballare i personaggi della grande tradizione.

E un coreografo che non hai amato?

Per me è stata una vera e propria sofferenza ballare le coreografie di Youri Vamos. Fu lui che mi vide durante una lezione e mi chiese di danzare, come ospite, nella sua compagnia. Non avendo in quel momento particolari impegni, accettai. Fu un disastro. Nulla poteva essere più lontano dalla mia fisicità, dal mio modo di danzare e dalla mia personale visione della danza. Dopo tre mesi me ne andai.

Crescendo avevi dei modelli di riferimento?

Al Teatro alla Scala passava il gotha della danza mondiale. E sono tanti i danzatori che hanno rappresentato per me qualcosa. A iniziare da Paolo Bortoluzzi. Che rammarico constatare che il mondo della danza l’abbia dimenticato! Non riesco a darmi una spiegazione: quando lui danzava veniva giù il teatro, al pari di Rudolf Nureyev. Ma d’altronde si sa, l’Italia è un paese che dimentica in fretta.

Come vorresti che il pubblico, i danzatori con cui hai lavorato, i coreografi, pensassero a te?

Vorrei che tutti pensassero a me come a una persona profondamente onesta, nel lavoro e nella vita.

Oriella Dorella mi ha detto: “La danza mi ha permesso di addormentarmi come Carmen e di svegliarmi Gelsomina”. Cosa ha permesso a te la danza?

Mi ha donato una grande opportunità; quella di realizzarmi come uomo. Non posso pensare a Marco senza pensare al danzatore. Anche se poi con la danza ci litigo per mille motivi, mi rendo conto che sono stato un eletto. Prima di tutto perché ho fatto ciò che desideravo e poi perché il mio lavoro mi ha arricchito sotto tutti i punti di vista, umano, artistico, spirituale. Ho vissuto momenti magici e straordinari che vanno ben oltre l’applauso del pubblico. E questo lo devo solo alla danza.

Oggi sei orgoglioso di te?

Sono sempre stata una persona insicura e, certamente, in tanti hanno contribuito a rendere più profondo questo aspetto del mio carattere. Non so se sono totalmente orgoglioso di me, però oggi sono sereno, soddisfatto e consapevole di aver vissuto momenti meravigliosi.

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