C’è un momento, poco prima dell’ultimo pezzo della serata: una signora dalla chioma ramata si piega verso quella seduta accanto a lei, con una chioma bianca e ben cotonata, e sussurra: «Adesso arriva mio figlio». Non è solo attesa. È qualcosa di più fisico. Poi il ragazzo entra davvero, trascinato nel vortice musicale e umano del Bolero X, e sul volto della madre compaiono le mani aperte davanti alla bocca, gli occhi umidi e tutto il corpo che sembra voler correre sul palco insieme a lui, mentre resta accanto a una nonna spettatrice.
In quel momento, il tradizionale spettacolo della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, in scena dal 7 al 10 maggio al Teatro Strehler, diventa il punto d’incontro tra anni di disciplina, aspettative familiari, desiderio personale e bisogno di trovare il proprio posto. Ed è forse proprio questo che attraversa tutta la serata: l’energia di ragazzi e ragazze ancora nel pieno della formazione, ma già animati da una fortissima tensione verso il futuro.
Il programma costruito da Frédéric Olivieri attraversa epoche e linguaggi diversi con un andamento quasi narrativo.
L’apertura è affidata alla Presentazione, ideata dallo stesso Direttore sugli Études di Carl Czerny. È il momento più vicino all’idea di scuola: la disciplina, la linea, il percorso che prende forma davanti agli occhi del pubblico. Gli allievi sembrano attraversare in pochi minuti anni di studio, mostrando come il corpo venga lentamente educato a esprimersi anche con severità.

Poi la grande tradizione classica con Paquita, nella versione creata da Marius Petipa sulle musiche di Ludwig Minkus. Qui il balletto ritrova la propria architettura perfetta: armonie geometriche, equilibri rigorosi, virtuosismi ottocenteschi, i celebri fouettés en tournant, sempre attesi.

Dall’impeccabilità tecnica si passa all’ironia un po’ sciatta di Rossini Cards di Mauro Bigonzetti: sul palcoscenico una grande tavolata rossiniana e i danzatori che siedono uno accanto all’altro orchestrando rapidissimi movimenti di teste e braccia sulle note di Questo è un nodo avviluppato da La Cenerentola. È una scena buffa e sofisticata insieme, quasi una cena tra amici in cui la musica diventa cibo e il ritmo una conversazione.
Bigonzetti mette in scena il lato conviviale di Gioachino Rossini: le cene organizzate dal compositore, il pianoforte tra gli ospiti, i suoi Péchés de vieillesse, nati come piccoli piaceri privati tra cucina, desiderio e musica. Nello spettacolo compare persino una ricetta recitata in scena, ironico omaggio a un artista che amava nutrire gli altri quasi quanto comporre.
La danza è raffinata senza ostentare raffinatezza, seduttiva senza rigidità. I giovani interpreti attraversano prese audaci, duetti plastici, sculture umane che sembrano nascere e disfarsi nel giro di pochi secondi. E quando esplode il finale sulla Gazza ladra, vestiti di nero con giacche e baschi, sembrano una brigata di ragazzi pronti a divorarsi il futuro.
Danzano anche perché desiderano ardentemente essere visti. Essere scelti. Esistere.

Per questo Bolero X di Shahar Binyamini arriva allo stomaco prima ancora che agli occhi. Il coreografo costruisce una massa in movimento fatta di torsioni, spirali, corpi che sembrano spinti dall’interno verso qualcosa che ancora non conoscono. Cinquanta allievi entrano e si sfiorano senza mai invadersi davvero, come una comunità che cerca disperatamente una forma possibile di coesistenza. La danza ha qualcosa di rituale e ancestrale: sembra parlare di genetica, memoria, eredità. Di ciò che riceviamo e di ciò che trasformiamo.
E allora il senso profondo della serata si compie. La Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala — fondata nel 1813 come “Imperial Regia Accademia di Ballo” — non è soltanto luogo di tecnica e repertorio. È un laboratorio umano dove adolescenti ancora fragili vengono messi quotidianamente davanti al limite, alla fatica, al desiderio di superarsi. Oggi l’Accademia rappresenta uno dei poli formativi più prestigiosi d’Europa, intrecciando danza, musica, management e professioni del palcoscenico in un sistema che continua a formare artisti destinati alle compagnie internazionali.

Ma il dettaglio più interessante è un altro: dietro l’eccellenza, la disciplina, il mito dell’istituzione, c’è la fame, da non confondere con la fama.
Fame di scena, certo. Ma anche di identità, futuro e possibilità. E il pubblico, seduto in platea, lo riconosce immediatamente. Perché in quelle madri che si commuovono, in quei corpi tesi fino all’ultimo muscolo, in quella tavolata rossiniana che sembra celebrare il piacere di stare insieme, c’è qualcosa che riguarda tutti.
Il desiderio umano di sedersi finalmente al tavolo della vita senza sentirsi ospiti.
Crediti. Annachiara Di Stefano, Dennis Cursio, Luigia Silvana Risola


2 comments
Ho letto ripetutamente l’articolo e mi sono domandata perché l’avessi voluto rileggere e l’ho capito
Perché scritto con gli occhi dell’anima che sono andati oltre il palco fino a toccare ciò che resta a sipario chiuso, le mamme gli allievi e i coreografi i musicisti, tutte le persone e le loro emozioni. Grazie di essere andato oltre allo spettacolo
Ho letto ripetutamente l’articolo e mi sono domandata perché l’avessi voluto rileggere e l’ho capito
Perché scritto con gli occhi dell’anima che sono andati oltre il palco fino a toccare ciò che resta a sipario chiuso, le mamme gli allievi i coreografi i musicisti, tutte le persone e le loro emozioni. Grazie di essere andato oltre allo spettacolo