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Lia Courrier: “L’errore sta nel credere che la danza e l’arte siano sinonimo di virtuosismo” – prima parte

Da quando sono entrata in contatto con la danza per la prima volta, cioè all’età di tre anni, per poi cominciare a studiarla a sei, ho sempre ascoltato storie incredibili di artisti leggendari per i quali l’arte era stata uno strumento di affermazione della propria presenza nel mondo, un modo di venire a galla dalle lacunose vite spesso avventurose o segnate da qualche tipo di dolore.

Primo tra tutti certamente il mio amore di sempre, Rudolf Nureyev, di cui oggi conosciamo molto grazie a biografie e film a lui dedicati: la nascita sul treno, il suo tardivo contatto con la danza, la fuga a Parigi, la sua figura politica, quella mondana, la sua sessualità, la malattia. Ma non è l’unico a venire da quella parte di mondo, con addosso una storia da fuggitivo alle spalle. Dopo di lui anche Natalia Makarova e Mikhail Baryshnikov decidono di emanciparsi dal blocco sovietico, per riscattare la propria esistenza fuori dagli stretti paletti del regime, che li stava soffocando come artisti e come esseri umani.

Sono cresciuta in una casa in cui si è sempre amata l’arte, per questo ho avuto il privilegio di scoprire, tra artisti di vario tipo, esistenze contrassegnate da conflitti, disagi, povertà, miseria, abbandono, ma illuminate da questo fuoco, dalla brama di esprimere il proprio mondo attraverso la creazione di opere, e questo ai miei occhi rendeva quelle vite così estreme non solo sopportabili ma uniche. Non riuscirò mai a capire se il talento è già presente in questi individui, e sarebbe emerso comunque, o se è proprio l’emergenza percepita di essere liberi da quelle situazioni a spingere il seme a gonfiarsi dall’interno, per rompere il guscio ed esplodere nelle meravigliose piante che oggi tutti conosciamo e andiamo a visitare nei musei.

Gli esempi sono tantissimi, citerò solo quelli a cui mi sento più vicina: Frida Khalo, Vincent Van Gogh, Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Antonio Ligabue, François Truffaut, Vaslav Nijinsky, Antonin Artaud, Alda Merini, ma sono sicura che attingendo alla mia memoria potrei andare avanti ancora per molte righe.

Qualcuno ha detto che non è possibile andare molto in alto se prima non si è scesi altrettanto in basso. A guardare la potenza della bellezza abbacinante che questi artisti ci hanno lasciato, ho quasi timore a immaginare quali abissi avranno mai potuto raggiungere prima di sbocciare nella creazione. Dietro alla loro capacità di guardare oltre il conosciuto, di rivoluzionare, di lasciare un’impronta di cambiamento, ci sono esseri umani che hanno dovuto spesso lottare in solitudine contro tutti e prima di tutto contro sé stessi e contro i propri demoni. Quello che ci tocca nel profondo, quando siamo di fronte alla loro opera, è qualcosa che non muove l’intelletto, il senso estetico, la forma fine a sé stessa, ma fa vibrare corde più interiori e profonde, situate nel cuore o nelle viscere, poiché l’arte da loro emanata è spinta fuori da una esigenza profonda, da quella urgenza che non trova tregua se non attraverso la creazione artistica: l’unica via d’uscita.

Questi sono stati i miei maestri.

Non solo gli insegnanti di danza che mi hanno trasmesso il codice del balletto e i movimenti, ma questi straordinari personaggi, misteriosi e inarrivabili, che mi hanno insegnato a stare nei processi, a seguire l’istinto anche quando tutti non capiscono cosa stai facendo. Ad affondare le mani in quella brama, affatto luminosa e rosea, che spesso somiglia ad una specie di buco nero e melmoso che risucchia tutto al suo interno, a volte talmente vorace che puoi temere di venire risucchiato tu stesso, ma chiuderlo o ignorarlo è impossibile, allora non resta che farsi coraggio e guardarci dentro, imparare ad abitare quel luogo oscuro finché la sorgente luminosa non emerge proprio da lì.

Non ho mai creduto che un artista dovesse necessariamente avere alle spalle una storia di sofferenza per poter diventare un grande, però è vero che prima di raccontare devi aver vissuto, averlo fatto intensamente, con quella sensibilità e quella curiosità che ti aprono gli occhi al mondo con lo spirito di un bambino, ancora in grado di stupirsi, di vivere le prime volte di ogni cosa con candore, ma senza aver paura del buio.

Purtroppo non ho il talento creativo delle persone che ho citato, per questo sono rimasta per gran parte della mia vita in balìa di questa energia travolgente, prigioniera per non dire sovrastata, senza riuscire a domarla, né a trasformarla in qualcosa di più equilibrato, ma l’ispirazione che questi personaggi mi hanno dato è stata molto importante per far fronte ai conflitti interiori che inevitabilmente emergono, quando si cerca di percorrere la strada dell’arte senza perdersi in inutili frivolezze e manierismi. L’esempio di questi artisti, che hanno compiuto imprese incredibili, nella vita prima ancora che nella propria arte, mi hanno accompagnata negli anni come un faro nelle notti buie, una luce di speranza ad ogni nuova alba, piena di buoni propositi e aspettative.

Ho da poco un profilo instagram, che uso per condividere una delle mie più grandi passioni: l’amore per il Giappone, un paese che ho visitato diverse volte e che mi ha letteralmente regalato un sogno. Ogni tanto pubblico anche notizie sulle mie lezioni di yoga, ma so di essere solo ai primi passi su questo social.

Ebbene sì, sono della vecchia generazione, ho i miei tempi, ma poi imparo comunque.

Ogni tanto clicco su quella icona a forma di una lente d’ingrandimento, e mi si apre un guazzabuglio di ballerini che fanno otto piroette sulle punte, esercizi di equilibrismo su qualsiasi oggetto sia stato inventato allo scopo, develloppè da ambulanza, arabesque ai confini della fisiologia umana, salti acrobatici con tanto di rallentatore che sei lì a ripeterti “non potrà aprire le gambe più di così”, fino a che non superano l’angolo di 180 gradi e anche i 200, mentre nel frattempo ruotano su sé stessi sfidando la legge di gravità. Instagram è uno sconvolgente circo per ballerini.

Abbiamo già parlato di quanto la danza e il balletto si stiano spingendo verso prestazioni corporee inimmaginabili fino a qualche decennio fa. Una selezione fisica che guarda ad un certo tipo di flessibilità estrema, insieme alle nuove scoperte in termini di biomeccanica del corpo, hanno certamente portato i danzatori a nuovi tipi di training, per ottenere una potenza ed un controllo finora sconosciuti, e questo è un bene, apre nuove frontiere, nuove possibilità.

L’errore sta nel credere che la danza sia tutta lì.

Che l’arte sia sinonimo di virtuosismo.

Se c’è un argomento di cui volete parlare, e che non ho mai finora affrontato in questa rubrica, potete scrivermi una lettera alla casella di posta l.courrier@dancehallnews.it, leggerò volentieri il vostro punto di vista sulla danza, per ampliare e arricchire la discussione sull’insegnamento della danza.

Oggi è il 7 Aprile 2020

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