Chiudo questa decima stagione di pubblicazioni su Dance Hall News con un’ultima donna artista rivoluzionaria e libera.
Mi piace guardare a queste storie non tanto come un’ispirazione da emulare, dal momento che si tratta di vite piene di luce ma anche di ombre e baratri in cui mi auguro che nessuno debba mai scivolare, ma come esempi di grazia, trasformazione, creatività e forza, di quella tenacia che è propria della natura femminile. Le donne sanno essere meravigliose come fiori selvatici, capaci di crescere in tutta la loro bellezza anche dal cemento. Morire a sé stesse per rinascere e riscattare la propria esistenza accomuna queste tre donne straordinarie che hanno visto nella danza la via per trovare il proprio posto, in un mondo che non le capiva e non le vedeva, se non come oggetto da contemplare o da possedere.
Mata Hari, protagonista della storia della scorsa settimana, disse: “la mia colpa è stata quella di essere una donna libera in un mondo dominato dagli uomini”. Una dichiarazione che oggi ci colpisce con abbacinante attualità.
il 3 Giugno del 1906 Freda Josèphine McDonald viene al mondo, a Saint Louis, in una famiglia di umilissime origini, da madre afro americana e padre ispanico. Abbandonata dal padre alla nascita, perché la di lui famiglia non accetta la relazione con una donna i cui nonni erano stati schiavi, Josephine vive molto amata e protetta dalla mamma Carrie e dal suo nuovo compagno, che adotta la bambina. In quel momento la comunità afroamericana vive anni di grande sofferenza, a causa della segregazione e delle leggi razziali che mirano a mantenere l’isolamento in ogni ambito della società: scuole, mezzi di trasporto, bagni pubblici, ristoranti.
Fin dall’infanzia, a partire dagli 8 anni, Josephine lavora come domestica nelle case di famiglie bianche benestanti, a 12 smette di andare a scuola per mantenersi da sola lavorando e comincia a frequentare i palcoscenici esibendosi in piccoli numeri nei locali. La fragranza di Josèphine, nonostante la dura vita e l’atmosfera che si respira nel ghetto, è sfacciata e solare allo stesso tempo. Una sferzata di giovanile vitalità.
A soli 13 anni Josephine sposa un musicista, matrimonio che naufraga dopo pochi mesi.
A quel tempo l’unica cosa davvero chiara nella sua vita era che la danza l’avrebbe potuta salvare.
Josephine danza per strada per guadagnarsi da vivere e si unisce ad un gruppo di artisti ambulanti, in cui conosce Willie Baker, un chitarrista blues che sposa subito dopo, ma anche questo matrimonio dura pochissimo, sebbene le faccia dono di un nome che diventerà leggenda.
Nel 2 Luglio del 1917 troviamo una Josephine atterrita testimone oculare e sopravvissuta del massacro di Saint Louis, una delle rivolte razziali più sanguinose del XX secolo. Evidentemente si salva perché l’universo ha altri piani per lei.
Approda quindi a Broadway, dove non deve aspettare troppo prima di essere notata e scritturata per una produzione con sede a Parigi.
Parigi negli anni ’20, in piena età del jazz, apre braccia e cuore a questa fulgida, esotica stella che si presenta alla città con il nome di Joséphine Baker, pronunciato alla francese. Nel 1920 compare raggiante in uno scatenato charleston, stile musicale ancora poco conosciuto in Europa, a seno nudo, coperta solo da quello che diventerà il suo segno distintivo: un gonnellino fatto di 12 banane di tela. Il produttore, spinto dall’incredibile successo di questa performance, decide di accostare al seducente corpo di Josephine una femmina di ghepardo, di nome Chiquita, che poi Josephine adotta come vero e proprio animale domestico, portandola in giro al guinzaglio, incastonato di diamanti, per le strade di Parigi.
Ci si potrebbe sporcare molta carta per analizzare il significato simbolico, non così tanto nascosto, di questa relazione tra la donna e questo animale.
Leggenda vuole che 1500 uomini le abbiano chiesto la mano, tra cui anche Hemingway, Picasso, Simenon e Cocteau. Lei, apertamente bisessuale, in risposta a queste dichiarazioni intesse relazioni amorose con uomini e donne, tra cui anche la scrittrice Colette a cui dedica una tra le sue più famose canzoni.
Josephine, al di là della sua arte provocatoria, mai volgare, dimostra di avere un grandissimo talento anche come cantante e attrice, così la sua carriera prende il volo: si esibisce al Thèatre des Champ-Elysées, dove la musica sembra “sgorgare da tutto il suo corpo”, danza davanti ai reali d’Europa, Le Corbusier crea un balletto per lei, Pirandello una commedia.
Nel 1935, all’apice della sua carriera, decide di tornare a casa per mostrare a tutti quanto lontano era arrivata l’umile figlia del Missouri, ma Parigi è molto diversa dalla sua città, dove le leggi razziali sono sempre più radicate, così come il disprezzo per il colore della sua pelle, che probabilmente era l’unica cosa di lei a non essere cambiata.
Decide di tornare a Parigi con il proposito di non rimpatriare mai più, così nel 1937 sposa Jean Lion, grazie al quale otterrà la cittadinanza francese, per poi separarsene qualche anno dopo, a seguito della perdita del loro figlio, trauma che accomuna le tre donne di cui ho raccontato la storia.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, il razzismo si manifesta in Europa con tutta la sua violenza e forza devastante. L’atmosfera distesa che permeava la Parigi conosciuta da Josephine è ora totalmente diversa, e lei rappresenta tutto ciò che il nazismo abborrisce.
Con la Germania a fiatare sul collo dei francesi, Josèphine riceve una visita che farà prendere una nuova piega alla sua vita, da parte di Jaques Abtey, ufficiale dell’intelligence francese, inizialmente scettico sull’assoldare una star come lei, dal momento che la sua celebrità poteva rappresentare un problema per la segretezza delle missioni. Ma Josèphine gli dice che per la Francia è pronta a dare la vita, dal momento che l’ha adottata senza riserve, e questo lo convince.
Dopo alcune missioni portate a termine con successo, con l’occupazione nazista Josephine si rifugia nel suo castello, a Milandes, dove riunisce molti membri della Resistenza e riesce, insieme ad Abtey, che recita la parte del suo Manager, a nascondere molti importanti documenti e fotografie.
Nel 1941 si rifugia in Algeria insieme al suo “manager”, dove continuano il loro lavoro di intelligence fino al successo dell’operazione militare che porta gli alleati a sbarcare sulle spiagge del Marocco e Algeria. Qui si ammala gravemente, ma grazie alla sua forza d’animo e alla motivazione che ormai permea ogni cellula del suo corpo, continua a portare avanti i suoi incontri segreti persino dal letto d’ospedale.
Una volta ripresa, la sua carriera riparte con una fitta tournée per intrattenere le truppe alleate, pretendendo come clausola che i soldati bianchi e neri sedessero gli uni accanto agli altri.
L’impegno sociale contro il razzismo e per i diritti civili diventa la sua causa, portata avanti con decisione, fermezza e competenza per il resto della sua vita.
Torna negli States insignita con la Legion d’Onore, rifiutandosi di esibirsi in locali in cui veniva vietato l’ingresso ai neri. Nonostante la fama e la determinazione, a New York sono ben 36 gli hotel che le rifiutano il soggiorno e lo stesso a Las Vegas.
Il culmine del suo impegno la vede nella marcia su Washington, a fianco di Martin Luter King Jr. in cui ha pronunciato il famoso discorso. Lei partecipa indossando con orgoglio l’uniforme militare francese.
Una volta tornata a Milandes, nel suo castello, insieme al suo quarto marito, Jo Bouillon, adotta dodici bambini, tutti di nazionalità diverse, per dimostrare che i bambini di etnie diverse possono amarsi come fratelli se protetti da idee colonialiste, razziste e imperialiste.
Il suo ultimo spettacolo porta la data del 1975, il mio anno di nascita, a Parigi, in un teatro troppo piccolo per accogliere tutto il pubblico. Seduti in platea ci sono Mick Jagger, Sofia Loren, Liza Minnelli e molti personaggi dello spettacolo giunti a rendere omaggio a questa artista e donna straordinaria.
Nello stesso anno, proprio dopo una rappresentazione della sua Revue a Parigi, viene trovata esanime nella sua stanza. Nonostante i soccorsi muore poco dopo per emorragia cerebrale. Sul letto dell’hotel, una pila di giornali con le recensioni entusiaste per il suo ultimo trionfante spettacolo.
«Ballerò per tutta la vita. Sono nata per ballare, solo per questo. Vivere è ballare. Mi piacerebbe morire senza fiato, esausta, alla fine di una danza.»

