Lia Courrier: “Le stelle della danza vivono distaccate dalla realtà?”

di Lia Courrier
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Quella appena trascorsa è stata un’estate di violenza e di sangue, in cui il mondo come lo conoscevamo ha definitivamente smesso di esistere. Un cambiamento cominciato nel 2020 e che oggi continua a stravolgere le certezze e dissolvere il senso di sicurezza, persino nelle nostre case.

Pare che una parte del mondo si sia finalmente decisa a vedere ciò che in molti stavamo osservando da almeno due anni, ossia la terribile deriva genocidaria con cui la crisi in quello che chiamiamo medio Oriente si è mostrata in tutta la sua ferocia, tuttavia molte persone ancora sembrano indifferenti alla questione, come se non ci riguardasse tutti, anche se non direttamente coinvolti. C’è anche chi evidentemente non conosce la storia del popolo palestinese e quindi fa propria la narrazione voluta da Israele, con la complicità dei media europei, in barba al Diritto Internazionale e all’etica professionale che ogni giornalista degno di questo nome dovrebbe avere. Coloro che hanno cercato di diffondere la verità sono stati uccisi, 270 ad oggi, ossia i giornalisti palestinesi trucidati dall’IDF.

Come dice Federica D’Alessio dai suoi canali:

“In Palestina sono i giornalisti che stanno collettivamente, consapevolmente andando incontro a un sacrificio che tuttavia non hanno scelto: quello del loro popolo. Semplicemente non hanno alcuna possibilità di fare altrimenti, allora danno senso al loro mestiere. Lo fanno per farci sapere, per farci pensare. Dietro le telecamere, non davanti. Per dare le notizie. Non per diventare la notizia”.

Esiste una linea che non si dovrebbe mai superare, che non ha a che fare con la morale creata dagli umani, ma con quella divina, con le leggi universali: qui, oggi, sono state oltrepassate tutte le linee possibili.
Mi direte voi, ma cosa c’entra con la danza questa premessa?

Da sempre è mia convinzione che l’artista in quanto tale sia uno strumento al servizio del tempo storico e dei suoi contenuti, atto a raccontare l’esperienza umana e le emozioni che questa risveglia in ognuno di noi. L’artista non è uno storico, non è chiamato a dare un resoconto, una cronaca dei fatti, ma ha scelto di restituire qualcosa di più sottile e profondo al mondo, che non ha bisogno di parole ma che vive di essenze emotive e si esprime attraverso il corpo di un medium.
Non riesco a comprendere come una persona che decide di investire la proprie esistenza in questo importante ruolo, possa restare indifferente e inerte di fronte al contesto più tragicamente drammatico degli ultimi 50 anni.
Forse mi sono costruita un ideale romantico e cavalleresco di questo mestiere, che esiste solo nella mia testa.

Seguo molti profili social di ballerini famosi in tutto il mondo: Opéra, ABT, NYCB, Teatro alla Scala, ROH. Si tratta di personalità molto in vista, con milioni di followers, che ricoprono ruoli importanti, artistici e dirigenziali. Ebbene nessuno di loro ha mai pubblicato, dichiarato, scritto qualcosa in prima persona per prendere una posizione su questa faccenda, anzi, hanno continuato a condividere le foto delle loro vacanze al mare, degli spettacoli, delle belle e spensierate serate in posti esclusivi, degli shooting per le aziende a cui prestano il proprio volto come testimonial.

Quando scorro il mio profilo ho la sensazione distopica di essere in contatto con due dimensioni separate e parallele: da una parte le immagini provenienti dalla Striscia di Gaza, colme di un dolore insostenibile a togliermi il sonno e la pace interiore; dall’altra lo sfarzo e la ricchezza, senza la proiezione della benché minima ombra, nella vita di queste persone che hanno deciso di guardare dall’altra parte.
Dai personaggi famosi e in vista mi aspetterei una presa di posizione chiara, specialmente se sei un artista, un mondonauta indagatore dell’umano. Com’è possibile restare totalmente estranei ad eventi che stanno cambiando profondamente il mondo e la nostra percezione di esso? È possibile continuare la propria vita come se tutto questo non esistesse? Gli stessi artisti che chiedono sostegno e partecipazione per la difesa della cultura e dell’arte non muovono un dito per difendere i diritti di un intero popolo che sta per essere sterminato? Ancora la domanda che è già tornata più volte su queste pagine digitali: può un artista vivere totalmente avulso dal contesto che lo circonda?

Ovviamente ognuno è libero di fare quello che sente di fronte a questa enormità, avranno i loro motivi per non dichiarare nulla, così come io sono libera di trarre le mie conclusioni e di farmi un’opinione in merito.

Ho parlato con amici e colleghi di questo e si è ipotizzato che alcuni possano aver ricevuto pressioni dall’alto, che le stelle del balletto rappresentino in qualche modo il Teatro di cui fanno parte e quindi debbano attenersi alla linea politica scelta dalla dirigenza, in pratica sarebbero artisti privi della libertà di espressione.
Un ossimoro, se così fosse.

Il caso del licenziamento della maschera al teatro alla Scala, a seguito degli accadimenti risalenti allo scorso 4 Maggio, in cui la dipendente ha urlato “Palestina libera” prima di un concerto alla presenza della Presidente del Consiglio, fa ben capire quale sia il clima che si respira. Un licenziamento che porta la firma non solo del neo nominato Sovrintendente Fortunato Ortombina, ma anche quella del Sindaco Beppe Sala, che è Presidente del CDA del Teatro, decisione contro cui neanche i sindacati sono riusciti a fare nulla.

Diverso il caso dell’Arena di Verona dove il 27 Luglio, durante la rappresentazione di Aida, un dipendente ha scelto di proiettare sul palco un’enorme bandiera palestinese accompagnata dalla scritta “stop genocide” tra il primo e il secondo atto. Il gesto è frutto di iniziativa personale, non richiesto o autorizzato dall’alto ed è stato accolto da uno scroscio di applausi da parte del pubblico.

Nella lettera scritta dall’autore dell’azione, sostenuto dai colleghi, si legge una frase con cui non potrei essere più d’accordo:

”arte e politica non sono separate. Non era forse Verdi anche un autore politico, che attraverso le sue opere ha espresso il desiderio di liberazione dall’assolutismo e dall’occupazione austriaca?”.

Infine  il coraggioso atto di un performer alla Royal Opera House che ha dispiegato in scena la bandiera palestinese durante una rappresentazione, mentre il Direttore  dalle quinte tentava di strappargliela in un corpo a corpo a bordo palco. A questa azione hanno fatto seguito una petizione firmata da ballerini, cantanti, musicisti, che condannavano la risposta autoritaria del Direttore e anche la decisione della RBO di cancellare il progetto di Tosca a Tel Aviv.

In tutte queste storie un dato emerge prepotentemente: nessuna di queste iniziative è partita da personaggi dello spettacolo famosi e in vista, ma da lavoratori anonimi, due dei quali non svolgono mansioni sul palcoscenico ma dietro le quinte. Stiamo vivendoun tempo storico che richiede il coraggio di esporsi, non c’è posto per chi preferisce tenersi buone le relazioni di comodo tacendo e facendo finta di nulla. 

Neanche nelle ultime settimane, nelle quali ormai sembra quasi una moda supportare la Palestina (due anni fa quando pubblicavo le notizie del genocidio in corso mi veniva detto che prendevo le difese dei terroristi di Hamas), le stelle del balletto si sono decise a dichiarare qualcosa, come se il loro mondo fosse dentro ad una bolla che non viene mai toccata dalle miserie cui una parte di popolazione è soggetta. Evidentemente non sono stati raggiunti dalla copertura giornalistica proveniente dalla Striscia, perché dopo aver visto quelle immagini non si può non reagire.

Nelle piazze che frequento da mesi, nei presidi e cortei proPal, non ho mai incontrato un solo collega. Fino a 15 anni fa, quando andavo in piazza per le manifestazioni era una vera festa, ci si incontrava tutti lì: per chi lavorava nella cultura era prassi normale impegnarsi attivamente nella vita politica, esporsi, dare sostegno ai movimenti per i diritti dei lavoratori e i diritti umani. Oggi invece si è forse perso questo senso di appartenenza, a parte qualche raro caso l’artista si issa su un piedistallo per essere ammirato, si preoccupa di ricevere solo consensi e non prova un vero interesse per quello che accade intorno, a meno che la causa che sostiene non sia stata approvata da chi sta in alto o da qualche punto di riferimento di sorta.
Ha bisogno dell’autorizzazione, insomma, per prendere posizione oppure, semplicemente, non gli interessa farlo.

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1 commenti

Sergio Pintaudi 4 Settembre 2025 - 17:07

Va, pensiero” fu il canto di un popolo che chiedeva libertà. Chi ha conosciuto l’esilio e l’oppressione non può diventare voce di nuove catene: dalla memoria deve nascere pace.

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