Rubriche Setteotto

Lia Courrier: “le parole che non ti ho detto.. a lezione”

Se guardo indietro ai miei primi anni di esperienza con l’insegnamento, ormai più di 15 anni fa, mi rendo conto di quanto i contenuti verbali presenti nelle mie lezioni si siano modificati nel tempo. Alcuni concetti sono stati totalmente abbandonati, altri sono solo stati trasformati, qualcuno è rimasto intatto, addirittura mi ritrovo ad utilizzare qualche informazione ricevuta dalla mia prima maestra di danza: quando una cosa funziona bene non c’è alcun bisogno di privarsene. In realtà la differenza più profonda riguarda la modalità con cui trasferisco le informazioni, più che il contenuto in sé. 

All’inizio davo moltissime indicazioni tecniche, relative all’esecuzione dei passi o addirittura alla nomenclatura dei muscoli coinvolti nel movimento, nel tentativo di fornire all’allievo un bagaglio di nozioni che ritenevo all’epoca fondamentali per poter eseguire con la necessaria consapevolezza. Nel tempo mi sono invece resa conto di altri aspetti relativi alla struttura corpo in senso stretto, ma anche alla gestione delle informazioni da parte del sistema nervoso centrale, che mi hanno portata a modificare il mio punto di vista e di conseguenza anche il mio metodo di trasmissione.  

Trovo che il movimento danzato risieda in una visione del mondo che somiglia più a quella dell’emisfero destro del cervello che non al sinistro, nel senso che ogni piccolo segmento del corpo, sebbene separato dagli altri, opera in totale compenetrazione e interrelazione all’interno di un sistema che funziona come una unità olistica. Anche se può essere molto utile prendersi il tempo di analizzare l’anatomia e la fisiologia, studiarle approfonditamente con approccio cognitivo, così come conoscere certi dettagli tecnici del codice, credo che questo tipo di approccio non sia così utile se speso all’interno della lezione di danza, poiché stimola più un approccio all’apprendimento tipico dell’emisfero sinistro, quello che ama gli elenchi, separare le parti e dare un nome ad ognuna di esse, l’ordine e la successione degli accadimenti secondo uno schema preferibilmente lineare. La danza invece è un evento che coinvolge tutto l’essere e spesso le azioni avvengono simultaneamente, o comunque secondo un ordine che è tutto fuorché lineare. 

Inoltre questo genere di informazioni, se elargite mentre l’allievo è già impegnato a gestire l’esecuzione del movimento, rischiano di perdersi nel nulla, di non essere registrate, di non rientrare nella percezione. Preferisco piuttosto fare questo lavoro in altra sede, prendendomi il tempo di fare una lezione diversa durante la quale si possono affrontare le questioni relative al codice e al funzionamento del corpo umano, magari riuniti in cerchio attorno a immagini e modelli. Questo lavoro, fatto in questo modo, si rivela poi essere una solida base, utile per portare queste informazioni dall’ambito cognitivo a quello esperienziale. Mi spiego meglio: posso dire di usare lo psoas per sollevare la gamba davanti, magari aiuto anche l’allievo, o l’allieva, col tocco per farglielo sentire meglio. Se però quella persona non ha mai visto un’immagine dello psoas in vita sua, l’esperienza non si incarnerà nella memoria del corpo, né l’indicazione sedimenterà e nessun seme sarà piantato poiché oltre al seme ci vuole anche la terra e l’acqua per creare un ambiente accogliente per la vita. Se invece mi prendo il tempo di stimolare l’emisfero sinistro attraverso l’analisi cognitiva di quel dato oggetto di osservazione, nella sede più consona, quando poi andrò a stimolare verbalmente o con il tocco, l’esperienza troverà terreno fertile per attecchire. 

In genere trovo molto utile servirmi di immagini simboliche, ad esempio spesso dico: “mordi il pavimento con i piedi” oppure “usa i piedi come se fossero mani” oppure ancora “senti il piede espandersi come una goccia di olio”. Si tratta di immagini immediate e sensoriali, che richiamano il corpo a cercare quella precisa impressione, senza alcun bisogno di parlare di archi plantari, appoggio del piede e muscolatura del metatarso o delle dita. Tutto viene riassunto in una immagine simbolica che arriva dritta al punto, in modo olistico, rispettando la necessità di restare radicati in una percezione olistica. Negli anni ho collezionato molte immagini, alcune funzionano subito, altre sono meno efficaci o hanno solo bisogno di essere ripetute più volte per penetrare nel corpo, oltre che nella mente. Sono gli allievi stessi a guidarmi in questo lavoro. Questo non vuol dire che io non dia indicazioni tecniche o anatomiche, tuttavia trovo che nella danza non si usi solo il corpo ma anche il campo energetico, per non parlare poi dell’aspetto emotivo del movimento, per questo trovo l’immagine simbolica uno strumento molto potente, perché coinvolge tutte queste sfere insieme. Nel momento in cui penso di avere una mano al posto del piede, immediatamente sentirò che la pelle della pianta diventa sensibile esattamente come quella del palmo della mano, avrò anche una percezione diversa nell’articolazione delle tante ossa che compongono quella parte del corpo, nonché la modulazione della forza che posso imprimervi. Tutto in un istante e senza bisogno di troppe parole. 

È vero che le parole sono importanti, ma è importante anche come le dici e quante ne dici, perché trovo che in questo caso l’abbondanza possa essere controproducente. Nonostante io sia tendenzialmente una gran chiacchierona in classe, mi rendo conto di quanto sia importante lasciare degli spazi vuoti, dei luoghi che l’allievo possa abitare a modo suo, traendo le proprie conclusioni personali da quanto ricevuto da me. 

Oggi è il 12 Dicembre 2019

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