Mi capita di ascoltare la formidabile dottoressa Daniela Lucangeli, in un suo intervento agli Stati Generali dell’Infanzia e Adolescenza. Donna straordinaria, chirurga dell’anima, ogni suo discorso è come un intervento a cuore aperto, riesce sempre a pizzicare le corde più intime e nascoste dell’umana esperienza, capace di elargire informazioni scientifiche complesse, rendendole accessibili a tutti. Una divulgatrice nata.
Al centro della discussione, quella che ha chiamato “la peggiore pandemia con cui abbiamo mai avuto a che fare”. No, non si parla di Covid, ma dei disturbi dell’umore nei pre adolescenti e adolescenti.
Fenomeno conosciuto già da diversi decenni, oggi possiamo dire che chiunque non si renda conto di questa condizione, capillarmente diffusa e manifestata in varie forme, tra cui purtroppo autolesionismo e disturbi alimentari, è solo perché, consciamente o meno, ha smesso di dare attenzione ai segnali, fa finta di non vedere.
Siamo giunti ad un tempo in cui i cosiddetti “adulti” sono chiamati a maturare un senso di responsabilità, gettarsi acqua fredda sugli occhi e darsi una svegliata, non è più possibile procrastinare, è necessario avere il coraggio di guardare al problema e fronteggiarlo. I genitori e tutte le figure adulte di riferimento con cui hanno una relazione, ossia i formatori, hanno un ruolo molto importante per questo processo. Che si tratti di professori di scuola, di insegnanti di discipline sportive o artistiche, la fragilità dei pre adolescenti e adolescenti è qualcosa di cui siamo direttamente responsabili.
I genitori, lo dico davvero senza alcun giudizio, troppo coinvolti emotivamente nella relazione con i propri figli, a volte faticano ad accorgersi quando si trovano in un momento di fragilità emotiva. Per questo l’apporto di noi formatori è così importante per invertire questa curva, individuare insieme una via percorribile per il futuro di queste anime che hanno deciso di incarnarsi in tempi caustici e abrasivi come questi, ma anche per il futuro della specie umana e del pianeta, perché i tre piani esistenziali sono profondamente interconnessi tra loro.
Sento spesso dire: “i bambini sono la speranza per il futuro”. Per me lo sono soltanto se noi adulti cambiamo paradigma e cominciamo a modificare il punto di vista su quali siano i valori importanti per una vita etica, che valga la pena di essere vissuta e condivisa con gli altri. In caso contrario, la coazione a ripetere sarà inevitabile e le criticità amplificate di generazione in generazione, almeno fino a che qualcuno non si prenderà in carico l’urlo silenzioso che in pochi al momento sembrano udire.
Lucangeli fa anche una piccola digressione sull’importanza del dolore come fattore evolutivo, connesso al circuito dopaminergico, cioè che risponde alla dopamina, sostanza chimica che permette di scegliere istintivamente da cosa rifuggire perché fa male, cosa cercare perché fa bene. Il dolore avvisa quando è ora di scappare, uno strumento che l’evoluzione ha messo a disposizione per la nostra sopravvivenza. Questo processo, però, ha bisogno poi di un tempo di decompressione per permettere alla naturale tendenza dell’organismo di tornare verso l’armonia, di ristabilire una condizione di neutralità.
Quando questo non accade e la tensione percepita viene reiterata all’infinito, in un contesto in cui anziché ad osservare e riconoscere le emozioni ci è stato insegnato di reprimerle e ad andare avanti, i segnali inascoltati portano l’unità di corpo, mente e spirito, ad urlare sempre più forte, a disgregarsi fino a che non si arriva a quel parossismo che viene chiamato “burnout”: un crollo psicofisico che può avere, nel caso degli adolescenti, conseguenze drammatiche. Il dato agghiacciante che è stato portato in questo incontro, infatti, è che un adolescente o pre adolescente, ogni 10 minuti tenta di togliersi la vita, nell’Occidente del mondo.
Il dolore accumulato, mai espresso o elaborato, è così forte e insopportabile che nel momento in cui scende nel corpo, si trasforma nell’annullamento della vita, in un’età della vita in cui invece questa energia vitale dovrebbe essere al massimo della sua potenza yang, di espansione e luminosità.
L’apparato formativo, prevalentemente basato su protocolli di valutazione tramite punteggi, che spianano l’individualità facendo sentire la persona invisibile e anonima, un sistema che alimenta la competitività anziché la collaborazione e la condivisione, ci restituisce un’immagine della formazione in cui da una parte abbiamo i professori, burocrati impegnati a raccogliere dati; dall’altra gli studenti, creature vulnerabili, misteriose e totalmente chiuse dentro ad una capsula protettiva, spesso inespugnabile.
L’allontanamento dal mondo delle emozioni ha creato distanza tra il proprio sé e l’ascolto delle pulsazioni (respiro, battito cardiaco) e delle pulsioni (emozioni, desideri, sogni) uno dei motivi per cui adolescenti e pre adolescenti non si percepiscono pienamente dentro al loro psico organismo e al loro ruolo nel quadro più allargato dell’esistenza nella comunità umana.
Aggiungiamo anche che nell’epoca in cui come mai prima siamo connessi all’intero globo e forse anche al cosmo, grazie ai device elettronici, alla rete internet, alla globalizzazione, nella nostra quotidianità stiamo vivendo tutti una grande, profonda sensazione di solitudine, di isolamento, che non ci fa più vivere l’altro come uno specchio in cui riconoscersi, ma come un antagonista. Questo nel migliore dei casi, perché a volte non si ha neanche l’energia da dedicare agli altri, preferendo inabissarsi totalmente dentro al proprio vortice discendente. Il fenomeno degli Hikikomori non è esclusivo del Giappone, ci sono moltissimi casi in tutto il mondo, anche in Italia.
L’accorato appello della Dottoressa Lucangeli, che faccio mio perché è ciò in cui credo profondamente da quando ho iniziato questa avventura di insegnare la danza, è quello di compiere atti d’amore verso ogni giovane che incrociamo sul nostro cammino. Questo non vuol dire amarli tutti, sarebbe impossibile, ma possiamo accoglierli nello spazio del cuore e farli sentire “visti” anche se nella loro percezione la società, a volte persino i proprio genitori, non li vedono.
Una possibile strada sarebbe abbandonare i sistemi di valutazione per sposare nuovi parametri e metodi in cui la persona sviluppi la volontà di misurarsi con il confine, il piacere di affrontare una sfida, per la bellezza del processo e non per ottenere qualcosa in cambio.
Sono consapevole di aver trattato questi argomenti svariate volte su queste pagine digitali, ma insegno danza da ormai più di 20 anni e ho visto l’avanzare di quest’ombra sulla serenità delle persone che popolano le mie classi, così come ho ascoltato colleghi liquidare l’argomento con “ai miei tempi io…” beh, quei tempi sono finiti, non ci si può relazionare con questi ragazzi sperando di ottenere le stesse risposte che davamo noi alla loro età. Il mondo è cambiato radicalmente, dobbiamo tutti fare questo sforzo di guardarci dentro, risolvere le nostre questioni e guidarli, senza giudicarli, incontrandoli dove sono e non dove vorremmo che fossero, ma per farlo dobbiamo diventare adulti.
Questo è il motivo per cui mettere insieme sport e arte mi fa prudere le mani, perché chi cerca l’arte come qualcosa che gli fa bene, per quel circuito dopaminergico di cui parlavo sopra, nutre forse l’aspettativa di incontrare una zona franca in cui potersi esprimere liberamente, ricontattare la propria calda, umida Terra elementale in cui affondare le proprie radici nel mondo. Tutti i concorsi in cui i candidati vengono messi in reciproca competizione, gli insegnanti si battono a suon di coreografie per accaparrarsi un premio, rappresentano nella mia visione l’occasione mancata per questo cambio di rotta necessario come non mai.
Mi ha fatto piacere sentire che anche la Dott.ssa Lucangeli si è sentita accusare di volere una formazione troppo accondiscendente e gentile, perché anche a me viene spesso detto che con il mio modo di stare in classe gli allievi non possono imparare. In risposta di questo, Lucangeli cita degli studi che evidenziano l’inefficacia di un ambiente formativo caratterizzato da dualismo, distanza emotiva nella relazione insegnante-allievo, strumenti didattici giudicanti o peggio puntivi. Anzi, questo ambiente inibisce l’apprendimento.
Cominciamo a trattare l’adolescenza come una fase importante di trasformazione a cui si arriva con un lavoro di consapevolezza fin dalla prima infanzia, smettendola di considerarla come una malattia da protocollare nominandone ogni singola sfumatura come patologia, secondo il più genuino approccio americano, che ha prodotto solo stigmatizzazione verso chi cammina fuori dalle strade battute.

