Rubriche Setteotto

Lia Courrier : “La lezione di danza contemporanea e il suo insegnamento”

Questa settimana ritorno ad uno dei miei argomenti preferiti: tracciare una possibile identità della danza contemporanea, presenza dai contorni indefiniti nel sentire comune, non solo di chi la danza va solo a vederla, ma anche da buona parte di chi la fa e la insegna. Questo vuoto culturale, in ogni sua manifestazione, mi provoca sempre un profondo disappunto, per questo sento il bisogno di portare chiarezza e comprensione verso quella che è stata la mia ricerca personale da un certo momento in avanti, e che oggi rappresenta il nucleo attorno cui il mio lavoro si sviluppa ed evolve. 

Sebbene io sia consapevole di quanto in alcuni contesti di discussione apporre etichette possa essere una pratica detestabile, in questo caso reputo necessario dare una definizione precisa ed esauriente poiché ciò che contraddistingue la ricerca contemporanea da altre forme di movimento danzato riguarda una questione di sostanza, non di estetica. 

Mi duole dirlo, e non c’è alcun giudizio da parte mia in questo, ma molti colleghi che presentano la propria proposta come danza contemporanea, in realtà si occupano di danza moderna o di una qualche forma di contaminazione con altri linguaggi che con la danza contemporanea non hanno niente a che fare. La danza contemporanea (se non consideriamo i grandi padri fondatori, oramai non più appartenenti alla contemporaneità) non risponde ad un syllabus o ad un codice estetico di riferimento, non ha una relazione così intima con il balletto. L’indagine viene spostata dalla formulazione di vocaboli danzati, coerenti in un sistema che potremmo chiamare una ‘tecnica’, ai principi fondamentali che muovono il corpo, lasciando poi ad ognuno la libertà di trovare una propria soluzione in termini di forma. 

In molte lezioni proposte come danza contemporanea (o contemporary qualcosa), ad esempio, gran parte del tempo viene speso per la costruzione di coreografie che sembrano avere quasi finalità performative, attraverso cui l’insegnante trasmette il suo proprio movimento e il personale senso estetico. Si tratta di lezioni estremamente godibili e divertenti, spesso frequentate in massa dagli studenti che in questo modo soddisfano la sete di movimento, ma che dal mio punto di vista presentano importanti lacune didattiche nella trasmissione degli strumenti e nelle finalità che una classe di danza contemporanea dovrebbe avere, ossia disporre di un tempo sufficientemente lungo per indagare su un oggetto di osservazione, alla ricerca di quei semi purissimi che poi daranno vita alla danza. Le indicazioni che l’insegnante consegna agli studenti non si riferiscono al confezionamento di un gesto ma alle ragioni profonde che gli permettono di realizzarsi. 

“Rimango distesa immobile per ore, ogni giorno, ascoltando”, scrive Andrea Olsen nel suo libro “anatomia esperienziale” (inspiegabilmente fuori catalogo): qualcosa che ho fatto anche io per diversi anni e che rappresenta un passaggio necessario per chiunque voglia cimentarsi nella danza contemporanea con un minimo di cognizione di causa, accumulando un bagaglio propriocettivo e di consapevolezza che consenta poi di liberare il corpo nello spazio, con quella particolare qualità di integrazione e sensibilità che è visibilmente riconoscibile in ogni manifestazione della ricerca contemporanea. Le sequenze proposte dall’insegnante durante le classi dovrebbero essere costruite come un’occasione per applicare nella danza i principi su cui si è indagato. La pratica della coreografia a fine lezione perde così il suo ruolo di centralità e finalità ultima, per divenire l’ennesimo momento in cui sperimentarsi, mantenendo sempre la focalizzazione sull’analisi e non sulla mera esecuzione di movimenti. Ho partecipato a molte classi di danza contemporanea nelle quali non era neanche prevista una coreografia finale, e sono quelle che più porto nel cuore, perché mi hanno donato un bagaglio di cui disporre, così come ho sempre apprezzato la pratica di non usare musica, per non avere distrazioni che portano l’osservazione e l’ascolto altrove. L’unico ritmo essenziale, l’unica armonia, è quella che proviene dal corpo e non è necessario avere sempre una musica trascinante e potente che ci assorda e sovrasta tutto, anzi, la musica può dimostrarsi una presenza superflua e ingombrante quando si raggiunge un tale stato di ascolto e integrazione per cui il corpo in qualche modo basta a sé stesso. 

L’insegnante dona agli allievi dei principi, non il proprio gusto sul movimento o quello che in modo molesto viene spesso denominato ‘il suo stile’. L’unico ‘stile’ che un bravo docente di danza contemporanea dovrebbe avere è una metodologia per la trasmissione di questi principi, data dall’esperienza e dalla conoscenza, asciugandoli il più possibile dal filtro rappresentato dal proprio gusto, lasciando agli studenti lo spazio necessario per potersi esprimere seguendo il proprio istinto. Quando ero studente, le lezioni di danza contemporanea erano denominate ‘quelle in cui si dorme’, poiché ci vedevano stesi al suolo a rotolare in silenzio, e comprendo molto bene che non tutti siano interessati a questa visione sul movimento. Ma non è questo il punto. Non si tratta di sentenziare quale danza sia migliore, perché l’identità multiforme di quest’arte è proprio ciò che le consente di conquistare tutti. Il punto è diffondere una cultura della danza coerente, che non crei confusione, evitando di calpestare il territorio degli altri, senza peraltro sapere di che materia è composto. Ognuno si occupi e si esprima su ciò che conosce meglio, così avremo la garanzia di offrire una formazione corretta sotto ogni punto di vista. 

Oggi è il 23 Febbraio 2019

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