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Lia Courrier: “La legge dello spettacolo dal vivo, l’ AIDAF, i contratti e la questione fiscale”

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Oggi riprendo un discorso lasciato in sospeso: la nuova legge dello spettacolo dal vivo, nello specifico il decreto sul riconoscimento della figura dell’insegnante di danza. Un evento epocale questo, come lo ha sempre chiamato la presidentessa di AIDAF, poiché va a coprire un vuoto legislativo di ben 44 anni. L’impresa si dimostra tutt’altro che facile poiché si propone di rimettere ordine in una situazione talmente allo sbando da essere stata dimenticata dallo Stato, e forse dai lavoratori stessi, che hanno accettato condizioni progressivamente sempre più misere, fino all’assorbimento nel CONI, che ha fatto di noi dei dilettanti della formazione sportiva.

Questo decreto rende obbligatorio il possesso di un Titolo rilasciato dallo Stato, come unico documento che consente di poter insegnare sul territorio nazionale e internazionale, con una modalità che si ispira dichiaratamente all’Esame di Stato francese.

Si dovrà quindi seguire un corso di formazione della durata indicativa di tre anni, rivolto a tutti coloro che non hanno ancora compiuto i 30 anni e desiderano formarsi come insegnanti, mentre per chi ha tra i 30 e i 50 anni, con esperienza pregressa dell’insegnamento, è prevista una sanatoria che sarà attuata attraverso valutazione dei titoli, secondo il modello universitario dei crediti e debiti. Per gli over 50 è previsto il riconoscimento automatico dello status, dietro formale richiesta a seguito della emissione di un bando da parte del Ministero dei Beni Culturali, quello di pertinenza. Ebbene si, l’insegnamento della danza in ambito privato non farà capo al MIUR, il Ministero dell’Istruzione, che invece resterà territorio esclusivo dell’Accademia Nazionale di Danza di Roma, ancora oggi unica realtà formativa pubblica nell’ambito della danza.

Le reazioni dei colleghi di fronte a questo cambiamento di paesaggio sono di vario tipo: da una parte quelli che comprendono l’urgenza e la necessità di cambiare lo status quo attualmente in vigore, con condizioni contrattuali che mai porteranno al raggiungimento di una dignità. Altri, la maggior parte in verità, sono spaventati dai cambiamenti che l’applicazione di questo decreto attuativo potrebbe portare nella quotidianità di tutti. Si rimane ancorati a quella che si crede essere una qualche forma di privilegio acquisito, con il terrore di perdere anche quel poco che si ha. Poi ci sono i disfattisti, quelli che sentenziano che tanto non cambierà mai niente, mentre se ne stanno con le mani in mano, senza neanche informarsi su ciò che li riguarda da vicino.

Avendo partecipato personalmente al tavolo di discussione AIDAF, posso dire che certamente il lavoro da fare è tanto, così come il territorio di interesse della legge è vastissimo, proprio questo il motivo serve l’aiuto, l’esperienza e le idee di tutti per cominciare a disegnare il futuro della danza.

Ho capito che la necessità di una formazione per gli insegnanti e del riconoscimento della figura professionale mette d’accordo tutti, mentre rimane spinosa la questione fiscale, che vede attualmente i lavoratori assunti con ASD godere di uno sgravio fiscale del 100% per guadagni che non superino i 10 mila euro in un anno e i datori abbattere i costi del lavoro, così gli italiani, che hanno sempre preferito l’uovo oggi piuttosto che la gallina domani, sono ben felici di sguazzare in questa situazione, nonostante sia ai limiti della legalità, e nonostante sia profondamente lesiva della nostra dignità di lavoratori.

Punto uno: è stato chiaro fin dall’inizio che il centro di questa riforma è la formazione, ossia cercare di garantire che nel ricambio generazionale degli insegnanti di danza si avvicendino persone sempre più qualificate e preparate. Aidaf ha sempre detto che la questione fiscale è in agenda, ma non come priorità nell’ordine del giorno. Ci sono diverse ragioni per cui è stato scelto questo ordine degli eventi, partendo anche dall’assunto che avere insegnanti più preparati e qualificati creerà automaticamente quelle premesse sociali e culturali che porteranno lo Stato a doversi far carico della questione fiscale. Le scuole di danza sono a tutti gli effetti delle piccole imprese, e come tali vanno trattate. Per questo AIDAF, insieme ad un team di giuristi e specialisti, sta cercando di trovare una soluzione individuando una forma adatta, probabilmente nuova, che possa darci la possibilità di avere riconoscimento e diritti al pari delle altre categorie lavorative.

Punto due: molti di noi continuano a lamentarsi della situazione, della difficoltà a gestire contratti e condizioni che non corrispondono alle nostre necessità o alle mansioni che svolgiamo all’interno delle scuole. Rivendichiamo ad ogni occasione la dignità del lavoratore, ma questa passa anche dal pagare le tasse, poiché partecipare attivamente alla spesa pubblica ci inserisce nel tessuto sociale, ci permette di accedere agli ammortizzatori sociali e, perché no, di avere anche una pensione. Rimanere ai margini, non ci darà mai la possibilità di chiedere o pretendere alcunché dallo Stato e dalle istituzioni, questo bisogna metterselo bene in testa. Si rende indispensabile in questo momento cercare di portare a casa un primo risultato, per poi poter agire negli anni dall’interno, partendo da una base solida. Il mio consiglio rimane sempre quello di informarsi e di informare, poiché senza comprendere il progetto a lungo termine non è possibile avere un’opinione chiara a riguardo. Soprattutto vi invito ad approfittare della grande apertura e disponibilità che AIDAF ha dato in questa situazione: il tavolo di discussione è aperto a tutti coloro che vogliano associarsi, divenendo attori di questo grande cambiamento tanto desiderato.

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